“Il caro bollette? Caldaie più efficienti porterebbero risparmi immediati”, dice Giuseppe Lorubio (Assotermica)

“Dirottare il riscaldamento domestico sulla rete elettrica costerebbe 10 miliardi all’anno. Mentre in Italia andrebbe cambiata quasi una caldaia su due: gli sprechi totali si ridurrebbero del 15-20 per cento. E così la domanda di gas”, spiega il presidente dei produttori di impianti termici. “Il tema è politico e va affrontato”

20 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 18:46
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Foto ANSA

Il piano c’è. Ma non si vede. “O almeno si fa finta di non vederlo”, dice al Foglio Giuseppe Lorubio, numero uno di Assotermica. “Noi siamo favorevoli alla decarbonizzazione, siamo favorevoli – come ha ricordato in questi giorni il vicepresidente di Confindustria – al ritorno al nucleare. Questi però sono in ogni caso dei processi di medio-lungo periodo. Il caro bollette degli italiani invece è qui e ora. Basterebbe poco per creare sollievo economico reale, con la stagione fredda in arrivo. Invece rischiamo di finire intrappolati nell’effetto Cuba”. Cioè? “Limitare i consumi, tagliando anche le spese necessarie: oggi molte famiglie preferiscono tenersi apparecchi di riscaldamento obsoleti. Ma questa tendenza crea enormi inefficienze. Basti pensare che sui circa 20 milioni di termosifoni – di gran lunga gli impianti domestici più utilizzati, fonte European heating industry – tra gli 8 e i 9 vengono alimentati da caldaie tradizionali. Cioè vecchie, foriere di sprechi: non utilizzano nemmeno il principio del recupero di calore dai gas di scarto. Se solo si installassero nelle case le caldaie a condensazione, la loro naturale evoluzione tecnologica, si otterrebbe un risparmio immediato del 15-20 per cento. Per i consumatori e per il sistema Paese”.
Si tratta di numeri importanti, soprattutto in questo momento: per il prossimo autunno si stima un rincaro in bolletta di oltre il 20 per cento, a causa dell’aumento dei prezzi delle materie prime e dell’instabilità geopolitica internazionale. Il contraccolpo di Hormuz dobbiamo ancora sentirlo del tutto. “Siamo preoccupati dall’andamento del nostro settore. Ed è una situazione che si ripercuote sull’intera filiera dell’energia”, avverte il rappresentante dei produttori di apparecchi e componenti per impianti termici. Le ultime direttive infatti prevedono di dribblare – almeno in parte – il costo del gas spostando il riscaldamento domestico sulla rete elettrica, sfruttando termoconvettori e pompe di calore. Ma sarebbe una soluzione ingannevole. “Le stesse utility dell’elettrico ci dicono che ci sono grossi problemi: noi abbiamo una delle reti migliori d’Europa, eppure il suo margine d’adeguatezza si è ridotto drasticamente. Non è dimensionata per far fronte ai picchi di consumo che si prospettano soprattutto nelle grandi città, portando a frequenti blackout – senza nemmeno contare il grosso nodo dei data center energivori. Elettrificare non è così semplice. Ed è molto dispendioso: secondo gli addetti ai lavori ci vorrebbero 10 miliardi di euro all’anno per adeguare la rete di distribuzione”.
Lorubio ne fa anche una questione di sostenibilità. “Tra la caldaia e la pompa di calore, la differenza principale sta nella rapidità di installazione ed esecuzione”, spiega il presidente. “Per la prima basta un idraulico. Per la seconda tempi, costi e forza lavoro sono molto più alti. E gli impianti ibridi consentono una riduzione del 54 per cento della spesa totale per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione, perché a quel punto non servirebbe più potenziare a dismisura la rete elettrica – che comporta un impatto economico, energetico e ambientale. In sintesi, un’Italia con caldaie più efficienti vorrebbe dire da subito meno domanda di gas. Dunque meno spese”.
Perché allora non s’intraprende alcun passo in questa direzione? “Il problema è che le attuali politiche comunitarie non considerano il suddetto risparmio, non essendo contabilizzabile nella direttiva dell’efficienza energetica. Così vengono meno gli incentivi per la sostituzione dei vecchi impianti: anche per questo il tasso d’efficientamento degli edifici italiani è rallentato”. L’ostacolo si trova dunque a Bruxelles? “Sì. Avremmo per le mani qualcosa che ci permetterebbe di ridurre i consumi di gas. Ma non lo possiamo fare a causa dell’approccio dogmatico impiegato a monte, bloccando quelle manovre di efficienza che dovrebbero essere le prime da mettere in campo in situazioni di emergenza. Visto che i decisori dell’Unione europea non cambieranno idea, l’Italia ha tutti gli strumenti per farsi da portavoce per la modifica di un quadro regolatorio che non fa comodo a nessuno”. Appunti per il governo Meloni: “Chiediamo di agire in maniera immediata sul biometano come leva di decarbonizzazione per favorire l’economia circolare. Va indirizzato verso le reti di distribuzione per alimentare anche case, hub di trasporti – non soltanto le industrie. Secondo: è prioritario rivedere la posizione ideologica secondo la quale la caldaia è il nemico della transizione energetica. La compatibilità con gli scenari green c’è, dipende soltanto dal tipo di gas che brucia: l’efficientamento passa per la sostituzione del parco vetusto. Occorre più pragmatismo. Anche alla luce di cosa sta succedendo negli altri Paesi: si guardi alla nuova legge sul riscaldamento in Germania”, che ha cancellato l’obbligo del 65 per cento di energia rinnovabile per gli impianti di ultima generazione, abrogando al contempo il divieto di utilizzo di caldaie a gas entro il 2045. Una nuova stagione è alle porte, in tutti i sensi.