L’assurda fissazione italiana sugli extraprofitti delle banche

In tempi di dibattito sulla legge di Bilancio si torna a discutere della famosa tassa, che però desta problemi da vari punti di vista: non è solo ingiustificata, è un errore di politica economica

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Foto ANSA

La questione centrale della prossima legge di Bilancio sarà quella di reperire le risorse per finanziare la spesa pubblica, che in un anno pre elettorale appare destinata ad aumentare. La calura estiva ha contribuito ad alimentare il dibattito e a rispolverare vecchie idee. Una di queste è la tassa sugli extraprofitti delle banche. La proposta desta problemi da vari punti di vista. Il primo riguarda il concetto stesso di extraprofitti. Come si valuta se il profitto di un settore, come quello bancario, è straordinario o meno? Un primo criterio potrebbe essere il confronto con il passato. Esaminando la redditività sul capitale (Return on equity) media del settore nel 2025 (circa il 14 per cento), c’è stato un lieve miglioramento negli ultimi tre anni, ma niente di eccezionale. Di sicuro, il miglioramento rispetto a dieci anni fa è significativo. Ma ciò è dovuto non solo alle condizioni macroeconomiche più stabili ma anche allo sforzo di risanamento del sistema nel suo complesso.
Con la tassazione dei profitti si vuole forse penalizzare questo sforzo, che ha riportato la solidità patrimoniale del sistema bancario italiano su livelli comparabili, se non superiori, a quelli degli altri paesi europei? Un altro criterio di valutazione è il confronto con altri settori produttivi.
Sulla base dei dati relativi alle prime venti aziende dell’indice borsistico italiano, la redditività di altri settori, da quello automobilistico (Ferrari) a quello energetico (Snam), dalla difesa (Leonardo) all’impiantistica (Prysmian), del lusso (Moncler) o dei servizi (Poste), è stata in alcuni casi superiore a quella media delle banche. Non si capisce perché gli utili delle banche debbano essere considerati “extra” mentre quelli – di analoga entità – di altri settori siano invece “normali”. Peraltro, confrontare il ritorno sul capitale senza tener conto del costo del capitale stesso significa ignorare il fatto che il settore bancario è tipicamente più rischioso, se non altro perché il mestiere delle banche è proprio quello di prendere dei rischi. Questo è il motivo per cui vengono imposti dei coefficienti patrimoniali.
Un altro argomento che viene talvolta evocato dai sostenitori di tale tassa è che il sistema bancario beneficia di garanzie pubbliche. L’argomento è sbagliato. Dopo le riforme introdotte in seguito alla crisi finanziaria del 2008-2009, gli stati europei non possono più intervenire per salvare banche in difficoltà, se non vengono prima coinvolti gli azionisti e – fino a un certo ammontare – anche i creditori. Il fondo europeo salvabanche è peraltro interamente finanziato dalle banche stesse. E’ proprio ciò che rende il costo del capitale bancario più elevato di quello di altri settori. Lo stato ha fornito garanzie sui prestiti erogati alle famiglie e alle imprese durante il covid. Queste garanzie si vanno tuttavia riducendo nel tempo e hanno beneficiato principalmente i debitori, che avrebbero altrimenti pagato degli interessi più alti.
L’altro argomento usato per giustificare la tassazione delle banche è che queste hanno beneficiato del risanamento dei conti pubblici e del miglioramento del rating dello stato. In realtà, tutte le aziende di un paese risentono, nel bene o nel male, del rating sovrano. Nel caso italiano, il rating di alcune banche è addirittura migliore di quello dello stato, segno che il rapporto di causalità potrebbe essere inverso.
In sintesi, non c’è nessuna evidenza che gli utili del settore bancario siano il risultato di comportamenti fuori norma o il frutto di distorsioni a suo favore. La misura appare dunque discriminatoria e priva di legittimità costituzionale.
La tassa sugli extraprofitti delle banche non è solo ingiustificata, è un errore di politica economica. Da vari punti di vista. Innanzitutto, ignora il ruolo centrale del settore finanziario nel sistema economico, che consiste nell’incanalare il risparmio verso gli investimenti più produttivi. La crescita di un paese dipende dall’efficienza e dalla redditività del sistema finanziario. Se si tassa l’intermediazione tra risparmio e investimenti, si tassa la crescita economica. Inoltre, contrariamente a quanto sostenuto, la tassa proposta non è più un “contributo straordinario” o di “solidarietà”, dato che viene riproposta per il terzo anno consecutivo e dato che i proventi di tale tassa vengono usati per finanziare spesa pubblica permanente.
Infine, come per tutte le tasse (se ne sono accorti pure gli americani con i dazi sulle importazioni), il prezzo viene pagato in ultima istanza dai clienti, ossia da chi mette i propri risparmi in banca e da chi accende dei mutui. In parole povere, la cosiddetta tassa sugli extraprofitti delle banche è una tassa sui risparmi e sui mutui degli italiani.
Forse non è una idea così geniale.