Il settore energetico svela che in Italia la concorrenza resta solo teorica

Non solo l'instabilità macroeconomica generale e gli effetti dei conflitti in Ucraina e medio oriente: tanto il mercato all'ingrosso quanto le infrastrutture regolate presentano delle criticità di fondo che impediscono una competizione virtuosa

12 AGO 26
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Foto ANSA

L’Italia non ha soltanto un problema di concorrenza. Ha un problema di capacità istituzionale di far funzionare la concorrenza. Nelle ultime settimane si sono verificati tre fatti rilevanti per il settore energetico italiano: fatti che, se messi assieme, mostrano che i prezzi dell’energia non dipendono solo dall’instabilità macroeconomica e dai conflitti in Ucraina e in medio oriente, ma anche dall’efficienza dei mercati.
Il 30 luglio, l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente (Arera) ha approvato una sanzione da 5 milioni di euro contro A2A per violazione del regolamento Remit (il regolamento europeo sull’integrità e la trasparenza del mercato). Secondo l’Autorità, nel 2022 l’azienda avrebbe posto in atto condotte illecite di “trattenimento economico della capacità”, con l’effetto di fissare i prezzi “a un livello artificioso” cioè superiore a “quello che sarebbe emerso da un’interazione equa e concorrenziale tra domanda e offerta”. La delibera, che contiene anche le risposte del regolatore alle contestazioni mosse da A2A, è estremamente interessante perché mostra quanto il confronto sia sofisticato: al di là degli aspetti tecnici, l’esito dell’inevitabile contenzioso avrà una portata gigantesca nell’orientare l’interpretazione delle norme e il comportamento degli operatori.
Se, dunque, essa mostra un’Autorità quanto mai agguerrita, solleva anche una questione generale: una sanzione, per quanto severa, serve alla deterrenza solo se arriva in tempi compatibili con le decisioni degli operatori. Quattro anni sono un’eternità. Ebbene: il caso A2A nel 2022 aveva innescato un’indagine molto più ampia, relativa al biennio 2023-24. Gli esiti sono stati pubblicati nel 2025 e hanno documentato diffuse pratiche potenzialmente illecite. Il problema è che l’indagine è parziale, in quanto si riferisce al solo mercato del giorno prima. La seconda parte, relativa al cosiddetto mercato dei servizi di dispacciamento, sarebbe dovuta uscire subito dopo la prima, ma è stata più volte rinviata: il 23 luglio, una settimana prima di multare A2A, l’Autorità ne ha esteso il perimetro, rinviandone la conclusione al 31 dicembre 2028. Tale decisione viene motivata, da un lato, con la volontà di indagare anche periodi più recenti; dall’altro, con quella di valutare l’introduzione di “un presidio regolatorio integrato, fondato su criteri ex ante di verificabilità delle offerte e su un monitoraggio ex post sistematico e tempestivo”. Nel frattempo, non è stato avviato nessun procedimento individuale verso singole imprese. Il contrasto tra le due delibere non potrebbe essere più stridente. A distanza di appena una settimana, Arera prima rinvia di oltre due anni la conclusione di un’indagine iniziata anni prima; poi interviene col pugno di ferro contro un singolo operatore. Nel primo caso lamenta la necessità di rafforzare gli strumenti di vigilanza (tra l’altro invocando una sostanziale sospensione del mercato). Nel secondo mostra di saper utilizzare in modo molto incisivo quelli che ha. Qual è il suo vero volto?
Se nel mercato all’ingrosso il problema è l’efficacia dell’enforcement, nelle infrastrutture regolate il problema è ancora più elementare: la concorrenza non viene nemmeno fatta partire. Il 28 luglio, l’Autorità garante per la concorrenza e il mercato (Agcm) ha inviato a governo e parlamento la consueta segnalazione ai fini della legge annuale per la concorrenza. Sull’energia, l’Antitrust solleva tre questioni: le gare per la distribuzione gas, per la distribuzione elettrica e per le grandi derivazioni idroelettriche. In principio, le gare sono già previste dall’ordinamento. Infatti, c’è una convergenza bipartisan di fatto a favore della prosecuzione delle gestioni in essere. Nel caso del gas, le gare sono bloccate nell’attesa di un decreto attuativo del ministero dell’Ambiente, che da almeno due anni viene annunciato ma che ancora non si è visto: intanto, c’è un grande lavorio sotterraneo per ridefinire il perimetro degli ambiti di affidamento (oggi 172), cosa che ne rimanderebbe l’assegnazione alle calende greche. Sulla distribuzione elettrica, due anni fa il governo ha previsto un meccanismo di proroga, ma le difficoltà pratiche e l’ammissione che le condizioni erano sfacciatamente favorevoli ai concessionari uscenti hanno messo tutto in stallo: basti dire che l’eventuale canone concessorio sarebbe versato all’inizio della proroga ma poi ribaltato in tariffa. Quindi, una somma che formalmente rappresenta il prezzo pagato per ottenere la proroga diventa, attraverso il meccanismo tariffario, un’attività remunerata a favore dello stesso concessionario. Infine, sull’idroelettrico il governo da mesi dice di voler negoziare una “quarta via” con la Commissione europea, in modo da aggirare l’obbligo di gara. In tutti questi casi, il risultato è lo stesso: la mancata gara impedisce di scoprire quanto valga realmente la concessione e consente agli incumbent di conservare un vantaggio che, in condizioni concorrenziali, sarebbe contendibile.
Il problema, dunque, non è la mancanza di regole. E’ la riluttanza ad applicarle quando toccano rendite consolidate. Senza volontà e coraggio politico, la concorrenza resterà un principio astratto: celebrato nei documenti delle Autorità e sistematicamente rinviato quando arriva il momento di metterlo alla prova.