Alzare i tassi? Warsh cerca di guadagnare tempo, la Fed si divide

Il nuovo presidente della Banca centrale statunitense vorrebbe aumentare i tassi d’interesse per contrastare l’inflazione. Ma anche evitare di dare uno schiaffo al presidente Trump che l’ha appena nominato. La sua preoccupazione è comprensibile

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Il nuovo presidente della Federal Reserve – la banca centrale americana – Kevin Warsh, ha un problema. Vorrebbe aumentare i tassi d’interesse per contrastare l’inflazione, ma non prima delle elezioni di mid-term, che si svolgeranno il prossimo 3 novembre. Vuole evitare di dare uno schiaffo al presidente Trump che l’ha appena nominato, con il mandato esplicito di ridurre i tassi al più presto. La preoccupazione di Warsh è comprensibile. Anche se la Federal Reserve è indipendente, l’efficacia della politica monetaria dipende dal più ampio contesto macroeconomico e politico. Aprire un conflitto con la Casa Bianca non è il modo migliore di iniziare il proprio mandato al vertice della Banca centrale. Lo stesso Jerome Powell – il predecessore di Warsh – pur rigettando pubblicamente le pressioni del Presidente, aveva nondimeno tagliato i tassi d’interesse per ben tre volte alla fine del 2025 e si era astenuto dall’aumentarli nel 2026, nonostante l’inflazione fosse risalita, dal 2,4 per cento in gennaio al 4,2 per cento in maggio.
Nella sua prima uscita pubblica, a metà giugno, Warsh annunciò che i tassi non sarebbero cambiati ma al contempo assicurò i mercati che la priorità assoluta della banca centrale era di riportare l’inflazione al 2 per cento. Gli osservatori avevano recepito il messaggio, nella prospettiva che prima o poi i tassi sarebbero aumentati. La strategia comunicativa di Warsh, mirata a guadagnare tempo e fare in modo che i mercati “facessero il lavoro al posto della banca centrale”, con un aumento dei tassi d’interesse a lungo termine, aveva funzionato. Forse Warsh si aspettava, anche in base alle dichiarazioni dell’Amministrazione, che il conflitto si sarebbe concluso rapidamente dopo l’accordo sul cessate il fuoco raggiunto a metà giugno, e che i prezzi delle materie prime sarebbero rientrati.
Mercoledì scorso la Banca centrale statunitense ha scelto nuovamente di mantenere i tassi d’interesse invariati. La decisione non è però stata unanime, poiché tre membri del Comitato direttivo su dodici si sono dichiarati a favore di un rialzo. Segno che, prima o poi, la politica monetaria verrà inasprita. Tuttavia, durante la conferenza stampa Warsh non ha voluto dare indicazioni precise ai mercati sul futuro orientamento della Banca centrale, mantenendo tutte le opzioni aperte per i prossimi mesi. Si sono così intensificate le preoccupazioni che la Fed sottostimi i rischi inflazionistici, come avvenne quattro anni fa. E che non sia sufficientemente indipendente da decidere un aumento dei tassi in un clima pre-elettorale.
I tassi a lungo termine sono così continuati a salire. Nell’ultimo mese i rendimenti dei buoni del tesoro statunitensi a 10 anni sono aumentati di 30 punti base, avvicinando il livello di 4,9 per cento, il picco degli ultimi 10 anni raggiunti nella precedente fase inflazionista del 2022-23. I rendimenti sui titoli a 30 anni hanno già raggiunto il livello massimo degli ultimi 20 anni, al 5,2 per cento.
Gli effetti negativi cominciano a sentirsi anche sui mercati azionari, che da vari giorni sono in sofferenza. L’esperienza mostra che più viene ritardato un rialzo dei tassi, più tale aumento dovrà essere severo, per riportare l’inflazione entro l’obiettivo dichiarato. Le ripercussioni negative sull’economia reale e sui conti delle aziende saranno ancor più gravi.
Il problema di Warsh è che mancano tre mesi alle elezioni, un tempo lungo per i mercati finanziari. Le prossime riunioni del Comitato direttivo della Fed saranno il 16 settembre e il 28 ottobre. La seconda riunione cade la settimana prima delle elezioni. Sembra escluso che si possa deliberare un aumento in quella data. Se non cambiano in modo drastico le prospettive del conflitto in medio oriente – ipotesi che sembra ogni giorno meno probabile – le pressioni inflazionistiche non si ridurranno. In questo contesto, le probabilità di un aumento dei tassi alla fine dell’estate e di uno scontro istituzionale con la Casa Bianca crescono ogni giorno.
Le ripercussioni globali sono già in atto. I tassi d’interesse europei a lungo termine sono saliti in parallelo con quelli americani. I rendimenti dei titoli di stato tedeschi a 10 anni hanno superato il 3 per cento, il livello più alto dal 2011. Gli spread dei titoli italiani e francesi hanno ripreso a crescere.
L’incertezza sulla politica monetaria americana rischia di contagiare le altre principali economie. Appare sempre più probabile che la Banca centrale europea aumenti nuovamente i suoi tassi di riferimento, al 2,50 per cento, nella riunione di settembre, per rassicurare i mercati della sua determinazione a contrastare l’inflazione e per evitare di essere trascinata nel cono d’ombra in cui si trova la Fed. A meno che questa non riesca ad uscirne prima.