Economia
un successo bipartisan •
La vittoria dell'asse Meloni e Gualtieri in Ue per il termovalorizzatore
Il governo e il sindaco di Roma convincono Bruxelles a posticipare l'inserimento degli impianti di incenerimento nel sistema europeo dei diritti ad emettere. L'obbligo di adozione del nuovo meccanismo rimane, ma slitta al 2036
23 LUG 26

Foto ANSA
Con la riforma dell’Ets proposta dalla Commissione Ue i termovalorizzatori dovranno acquistare le quote di emissione. Ma sono previsti numerosi limiti, gradualità ed esenzioni che neutralizzano, in buona parte, le insostenibili rigidità dell’iniziativa originaria di Bruxelles. L’aspetto sottovalutato di questa svolta è che si tratta di un successo italiano. Più ancora: un successo bipartisan, rara avis in tempi di polarizzazione politica, che nasce dalla convergenza tra il governo e una parte del centrosinistra. In particolare, gli amministratori locali. Più nello specifico, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri.
La Commissione avrebbe voluto assoggettare i termovalorizzatori all’Ets. Questo avrebbe comportato un costo complessivo per l’Italia di circa 350 milioni di euro (stima Utilitalia), corrispondenti a un rincaro della tariffa di conferimento di 45 euro/tonnellata, rispetto all’attuale livello di 80-120 euro. Due i rischi: appesantire i conti degli impianti esistenti e far saltare i business plan di quelli in costruzione. Che in Italia sono tre: quello di Roma, il più avanzato, e poi due in Sicilia a Palermo e Catania.
Per il governo, che sull’Ets ha ingaggiato uno scontro di lunga lena con Bruxelles, si trattava di una proposta irricevibile. Sarebbe stata troppo penalizzante per il nostro paese, perché la termovalorizzazione è la naturale destinazione della frazione indifferenziata in un contesto generalmente virtuoso sul fronte del riciclo. Inoltre, costringere i termovalorizzatori a pagare l’Ets, senza imporre lo stesso obbligo alle discariche, avrebbe di fatto incentivato queste ultime entrando peraltro in conflitto con l’altro obiettivo europeo di portare lo smaltimento in discarica sotto il 10 per cento. Secondo l’Ispra, le discariche sono responsabili di circa i tre quarti delle emissioni del settore rifiuti (soprattutto metano), contro l’1 per cento dei termovalorizzatori. Per questo, il ministero dell’Ambiente – responsabile del dossier – si è battuto per escluderli dalla riforma, assieme a Grecia, Portogallo e altri paesi dell’est. Sull’altro fronte c’erano i paesi nordici, favorevoli all’estensione dell’Ets non solo per ragioni politiche generali, ma anche per un inconfessabile interesse: disponendo di una vasta capacità di termovalorizzazione, ostacolare i nuovi impianti nell’Europa meridionale significa preservare i copiosi flussi di rifiuti (e denaro) da Sud a Nord.
Ed è qui che entra in gioco Gualtieri. Il sindaco di Roma si è mosso per favorire una presa di posizione dei primi cittadini europei, inviando alla Commissione una lettera insieme ai colleghi di Barcellona, Dublino, Lisbona, Parigi, Vienna e Varsavia. Oltre a enfatizzare il vantaggio implicito che sarebbe stato riconosciuto alla discarica, i sindaci hanno lamentato l’impatto sui conti dei comuni. “A differenza di altri settori – si legge nella missiva – le risorse generate dall’Ets non possono essere usate per sostenere alternative a zero emissioni, in quanto una parte del residuo secco è in ogni caso incomprimibile. Viceversa, la realizzazione di termovalorizzatori in paesi con elevata dipendenza dalle discariche consentirebbe la produzione di elettricità e calore, riducendo i costi per imprese e famiglie”. Tra i commissari destinatari della lettera c’era, insieme a Ribera e Hoekstra, Raffaele Fitto.
Le richieste non sono cadute nel vuoto. La Commissione ha trovato una difficile mediazione, che accoglie le ragioni italiane rinviando la resa dei conti. Intanto, l’applicazione del nuovo meccanismo slitta dal 2028 al 2031. Inoltre, è prevista una gradualità: i permessi dovranno inizialmente essere pari al 25 per cento delle emissioni generate, per arrivare al 100 per cento solo nel 2034. Ma saranno riconosciute quote gratuite per il teleriscaldamento: secondo Antonio Massarutto, questo può valere attorno a 4-5 euro/tonnellata, circa il 10 per cento del costo lordo dell’Ets. Parimenti, sono previste agevolazioni per la cattura e stoccaggio o utilizzo della CO2. Infine, c’è la possibilità di rinviare tutto al 2036 per i paesi che rispettano almeno due su tre condizioni: una carbon tax nazionale equivalente (già esistente in molti paesi nordici), il raggiungimento degli obiettivi Ue sul riciclo (65 per cento, l’Italia è poco sopra il 52 per cento) e la riduzione del conferimento in discarica (massimo 10 per cento, l’Italia è al 15 per cento circa). Questi ultimi due target vengono considerati a portata di mano dall’Italia, e in entrambi i casi riceverebbero una decisiva spinta proprio dai nuovi termovalorizzatori. Peraltro, la deroga supera una delle critiche più forti alla realizzazione del termovalorizzatore di Roma, che era proprio l’insostenibilità finanziaria a causa dell’Ets. Questo pericolo è sventato.
Il nostro paese avrebbe certamente preferito – e con ottime ragioni – evitare l’introduzione dell’obbligo. Ma è un successo aver comunque ottenuto modifiche profonde e un rinvio fino al 2036. Non sarebbe stato possibile se non ci fosse stata una convergenza tra gli uomini di Giorgia Meloni, il partito dei sindaci guidato dal dem Gualtieri e il commissario Fitto a Bruxelles. La filiera istituzionale ha funzionato.
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Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali
