Una via italiana al decoupling: la proposta sull’Ets buona per l’Europa

Il costo della CO2 sul prezzo del gas va restituito ai consumatori in proporzione al mix energetico acquistato: un segnale di prezzo che premia le fonti pulite e converte una tassa in leva per gli investimenti verdi

21 LUG 26
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Serpeggia ormai tra gli specialisti il sospetto che, parafrasando un aforisma del passato, perseguire un decoupling dei mercati elettrici – un disaccoppiamento cioè tra i prezzi del gas a monte e della elettricità a valle – più che impossibile, sia inutile. Senza egemonia delle rinnovabili, gli effetti della torsione del modello marginalista applicato a mercati non solo concatenati in serie, ma anche interconnessi in parallelo, appaiono realisticamente incurabili. Né c'è da attendersi che la sovrastruttura finanziaria ormai giustapposta ai sottostanti fisici, per la quale il prezzo all'ingrosso è fattore di scala, si presti a ridimensionare il problema.
Con provvida intuizione, il Dl 21 "Bollette" ha provato a correggere il distorsivo trasferimento automatico del costo della CO2 da generazione a gas sul prezzo all'ingrosso anche da rinnovabili comportato dall'Ets, disponendo (articolo 6, comma 3) che il mancato gettito derivante dal rimborso venga "coperto tramite componenti applicate ai prelievi di energia elettrica, secondo modalità definite da Arera". Trattandosi di una norma comunitaria, il novellato italiano diverrà efficace (clausola standstill) solo dopo l'approvazione Ue. Nelle more, la consultazione avviata da Arera (dco 222/2026) è stata cautamente formulata non già in termini di restituzione del costo Ets, bensì di tetto temporaneo a quello del gas. Perimetrazione che rischia però di depotenziare l'intervento a riduttive "misure nazionali temporanee e mirate". Forse più difendibili, sicuramente meno efficaci.
Eppure la via italiana ideata da Palazzo Chigi potrebbe essere pragmaticamente – e virtuosamente – indirizzata agli obiettivi del recentissimo Piano d'Azione Ue sull'elettrificazione. La relativa proposta è di calibrare la rivalsa su ciascun cliente finale che beneficia della riduzione del prezzo all'ingrosso, in misura proporzionale al mix utilizzato per la produzione all'origine dell'energia elettrica vendutagli dal fornitore. Il quale già dal 2024 ha l'obbligo quadrimestrale di esporre (Fuel mix disclosure), nelle proposte commerciali e in bolletta, le fonti energetiche usate a confronto del mix nazionale.
Stando alle circolanti proiezioni, rimborsi Ets ai termoelettrici da almeno 1,5 a fin oltre 3 miliardi di euro su poco più di 300 TWh di usi totali finali, comporterebbero un ricarico medio nella forbice da 5 a 10 euro€/MWh. Addebitare a ogni consumatore il costo dell'Ets in ragionata proporzione alla componente fossile acquistata, comporterebbe al più: se uguale alla media nazionale, 0,5-1 centesimi€/kWh; al crescere delle rinnovabili, tendenza a zero; se 100 per cento fossile, fino a 1,5-2 centesimi. Ordini di grandezza che, anche al netto di perequazioni transfrontaliere e di differenti costi per servizi ancillari nazionali, indirizzerebbero il consumatore a scegliere i fornitori meno inquinanti. Anche grazie alla recente delibera Arera sul diritto di poter cambiare fornitore (switching) in tempi brevi.
Si introdurrebbe così non solo un percepibile segnale diretto di prezzo finale, promotore di investimenti in rinnovabili da parte delle utilities; ma anche un segnale indiretto di costo opportunità e di efficienza allocativa in decarbonizzazione per Pmi ed energivori. Allineandosi con la richiesta del Consiglio europeo di "preservare i segnali di investimento a lungo termine e sostenere l'accelerazione della produzione di energia rinnovabile a basse emissioni di carbonio", prodromica di qualsivoglia percorso di elettrificazione. E facendo prevenzione della patologia degli extraprofitti.
Altro che aiuto di stato o proposta distorsiva: la partecipazione attiva dei consumatori spingerebbe le utilities ad affidarsi di più alle rinnovabili. Divenendo un primo concreto passo verso la cura, quanto meno qualitativa, del tallone d'Achille del mercato elettrico: dell'anelasticità cioè della domanda. Con Bruxelles non sarebbe un do ut des. Basterebbe infatti documentare la compliance della proposta alle Raccomandazioni-Paese e alla Nota dell'esecutivo Ue (Climate Committee) dello scorso giugno, intese a promuovere "pionieri della transizione", stati cioè che destinano maggiori percentuali di proventi Ets agli obiettivi originari.
C'è di più. Al netto del profilo quantitativo della fattispecie, emergerebbe un profilo metodologico innovativo più generale, paradigma del passaggio "da una logica di tassa a una logica di investimento verde". Da stabilizzare quanto prima, sottraendolo all'incertezza dei tempi di una riforma dell'Ets che rischierebbe di incagliare il novellato italiano. Due percorsi non in contrasto, e non solo per le metriche diverse.
Sostenere in bolletta un onere ambientale anche in base al mix di generazione sottostante sarebbe una buona pratica sistemica. Non emergenziale o temporanea, ma strutturale. Che l'Europa, lungi dal respingere, farebbe bene a far propria implementandola – in esito a una mirata sperimentazione – sui mercati elettrici al dettaglio. Perché in questo caso l'Italia non chiede. Offre.
Angelo Spena, Presidente Gme