Cicciobello parla cinese. L'imbarazzo del Mimit

Super Hisen, il fornitore di Shenzhen che da trent'anni produce per Giochi Preziosi, ne rileva il controllo con 80 milioni in un concordato preventivo. Salvi 800-900 posti nella filiera, ma restano fuori i negozi diretti. E il ministero del Made in Italy, nel comunicare l'operazione, evita accuratamente di nominare la Cina

21 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 16:44
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Foto Ansa

Il legame tra "Made in Italy" e "Made in China" è sempre stato fortissimo, ma ora questo legame rischia di diventare ancora più stretto: da un lato ci sono le fabbriche cinesi nel Guangdong, dove da trent'anni si producono i giocattoli italiani; dall'altro c'è un accordo firmato il 13 luglio a Palazzo Piacentini, che di fatto mette Giochi Preziosi (storica azienda italiana di giocattoli) sotto il controllo di un'azienda cinese. Si tratta di Super Hisen, un grande fornitore asiatico di giocattoli che già lavorava con Giochi Preziosi come produttore. Ora Super Hisen sta per entrare nel capitale dell'azienda italiana con un investimento di circa 80 milioni di euro, e prenderà anche il controllo gestionale del gruppo.
La cornice è una procedura di concordato preventivo davanti al Tribunale di Milano, quindi tecnicamente un salvataggio più che una conquista. Il piano prevede una nuova società operativa, provvisoriamente nominata Newco GP, che rileverà attività e debiti commerciali capitalizzata dalle risorse cinesi e da altri investitori ancora in cerca. Dalla partita esce progressivamente la famiglia di Enrico Preziosi, che nel 1978 aveva costruito prima attorno a Cicciobello, poi ai Gormiti e alle licenze Disney e Pokémon il principale operatore italiano del settore. Un marchio che ha cresciuto generazioni di bambini italiani passa a chi lo produceva materialmente, e il passaggio avviene nel silenzio istituzionale del ministero delle Imprese e del Made in Italy, che nel comunicato non menziona la nazionalità dell'azienda che subentra, parlando genericamente nel suo comunicato ufficiale di un “investitore internazionale”.
Non che ci fossero probabilmente alternative: in questo momento, la sola liquidità disponibile nel settore può arrivare solo da Shenzhen, e di certo nessun investitore nazionale si è presentato con 80 milioni e una visione industriale. La retorica del made in Italy incontra qui il proprio limite materiale, dato che il Made in Italy dei giocattoli era già da tempo un assemblato cinese con marchio lombardo, e la nuova operazione si limita a certificare sul piano azionario una dipendenza che esisteva sul piano produttivo. Resta il nodo che il comunicato del ministero tiene ai margini. L'intesa mette in sicurezza il comparto wholesale, tra 800 e 900 addetti, mentre lascia sospesi tra 100 e 150 lavoratori dei negozi diretti, oggi in cassa integrazione e fuori dal perimetro del rilancio. Sono i dipendenti della parte più visibile e meno redditizia, la vetrina che il compratore industriale non ha interesse a rilevare. Il salvataggio riguarda la catena di fornitura, non certo la presenza fisica sul territorio, che ai tempi della distribuzione online è considerata un peso morto per gli imprenditori.
Il via libera del Tribunale è atteso dopo la presentazione del piano il 6 agosto. Nel frattempo la vicenda si aggiunge a una casistica in cui imprese italiane in difficoltà trovano un futuro solo grazie a capitali esteri, e sempre più spesso cinesi, mentre la mano pubblica accompagna operazioni che non ha gli strumenti per indirizzare. Il giocattolo con cui crescono i bimbi della penisola parla ancora italiano sulla scatola, ma le decisioni sul suo destino si prendono ormai in cinese.