Petrolio e gas non bastano più. Il nuovo mondo ha fame di elettricità

Gli Stati Uniti primeggiano, la Cina si difende, la corsa sfrenata per l’AI non si ferma e il nodo delle materie prime critiche affligge l’occidente. Chi vince e chi perde nell’arena globale dell’energia

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Di qua si agita l’elettrone veloce come la luce potente come il sole, libero come il vento se non lo si prende in tempo; di là marcia la molecola, compatta come una legione romana, spessa, consistente, massiccia, pesante, oleosa se parliamo di materiali fossili, siano essi il carbone o il petrolio. Il campo di battaglia è la produzione dell’energia che regola e consente la nostra vita, oggi più che mai. La contesa è durata oltre un secolo con una sorta divisione degli schieramenti: l’elettrone per illuminare la via, la molecola per percorrerla. Un tempo sembrava che l’elettrone potesse prevalere in tutto, anche nei mezzi di trasporto, poi sono arrivati Rudolf Diesel in Germania e John Davison Rockefeller in America, così la molecola ha vinto. Adesso l’elettrone si riprende quel che era suo e anche le auto diventano elettriche. Perché questo ripassino liceale? Perché altrimenti è difficile capire la portata della crisi energetica che stiamo attraversando, una crisi economica, politica, tecnico-scientifica.
Tre guerre sono incastonate l’una nell’altra: la guerra del Golfo Persico ha scatenato una nuova guerra del petrolio (e del gas), ma entrambe sono diramazioni di un conflitto ben più ampio e di ben più lungo termine, dal quale dipende l’intera rivoluzione digitale, fino all’intelligenza artificiale. Il think tank Ember, specializzato in questioni energetiche, ha scritto che siamo entrati nell’èra elettrica. Dov’è la novità? La seconda metà dell’Ottocento ha visto furibonde battaglie teoriche e pratiche sulla natura e la funzione della forza elettromagnetica. Epica è la sfida tra corrente alternata o continua con Niklas Tesla, sostenuto da George Westinghouse, paladino della prima, e Thomas Alva Edison, tenace, anzi feroce, sostenitore della seconda. Lì per lì vinse lui in America, ma il futuro ha reso giustizia ai paladini dell’alternata. La novità è che oggi, e ancor più nei prossimi anni, lo spettro delle applicazioni elettriche si moltiplica in modo esponenziale. E ha già conseguenze profonde.
In tutto il XX secolo la geopolitica dell’energia si è svolta attorno al petrolio e al gas. Il controllo su queste risorse ha seguito un percorso relativamente semplice: estrazione, trasporto e consumo. La grande crisi degli anni Settanta ha rilevato quanto la dipendenza dagli idrocarburi poteva trasformare intere economie e garantire un’influenza sproporzionata ai paesi produttori ed esportatori. Cominciava l’èra dell’Opec ormai al tramonto. Gli sceicchi, o meglio gli stati del Golfo Persico, acquistarono un ruolo fondamentale negli equilibri internazionali e da allora sono stati in grado di condizionare se non proprio ricattare i paesi più industrializzati. Stati Uniti, Giappone, Europa misero a punto strategie di sicurezza nazionale per garantire un accesso sostenibile alle principali risorse energetiche: petrolio e gas. Dalla metà degli anni Ottanta hanno avuto successo e i rapporti di potere si sono riequilibrati. Alla svolta del nuovo secolo il vecchio modello non ha retto più.
L’espansione del gas liquefatto, la crescita degli Stati Uniti come principale esportatore di idrocarburi grazie all’estrazione dalle rocce bituminose, l’esplosione della domanda nell’estremo oriente – a cominciare dalla Cina – hanno trasformato i termini di scambio e l’intero mercato è diventato molto più liquido e multipolare di un tempo. Governi, grandi imprese, produttori e consumatori oggi competono in un’arena dove la logistica, le infrastrutture e il potere negoziale diventano importanti tanto e forse più delle stesse riserve sotterranee. Il cambiamento climatico impone nuovi limiti e nell’opinione pubblica cresce una diversa sensibilità, che pesa anche sulle scelte di breve periodo, soprattutto nei paesi in cui i governi dipendono dalle preferenze degli elettori. Poi arriva l’intelligenza artificiale. Se si vuole trovare una data simbolo potremmo parlare del 2020, quando OpenAI introduce GPT-3: da allora comincia il ritorno ai mega computer per elaborare montagne di dati, fioriscono i giganteschi data center e il consumo di elettricità raddoppia; per il momento, perché si calcola una espansione a ritmo potenziale. Circa la metà del consumo elettrico in questi centri servirà per l’intelligenza artificiale entro il 2028, quando negli Stati Uniti assorbiranno un quinto della corrente elettrica destinata a tutte le famiglie. Per addestrare Chat Gpt-4 (ormai superata) ci vuole altrettanta energia elettrica di quella consumata in tre giorni dalla città di San Francisco. Non ci sono limiti a questa corsa? Secondo Stefano Besseghini, ex presidente di Arera, l’agenzia elettrica italiana, l’AI introduce una sorta di paradosso, perché gli algoritmi permettono di risolvere meglio anche il tema di come gestire l’energia. Da un lato aumenta il fabbisogno, ma dall’altro si sviluppano strumenti per ottimizzare i consumi energetici. Ma chi alimenta questa fame elettrica? Le energie rinnovabili o i materiali fossili? L’elettrone o la molecola?
Sole, vento, acqua hanno costruito un’intricata architettura e una catena produttiva che va dalle miniere di minerali critici a processi di raffinazione e lavorazione industriale, dalla padronanza di nuove tecnologie allo sviluppo di reti capaci di sostenere la elettrificazione di massa. Nuovi paesi, nuove imprese, nuovi interessi rendono questo mercato ancor più vario e complesso di quello del petrolio e del gas. La nuova corsa all’oro è una corsa ai cosiddetti metalli rari, il nuovo potere industriale è nelle imprese che li processano, e la catena finisce là dove è cominciata: nell’intelligenza artificiale. Sia chiaro, ancora oggi oil&gas dominano l’intero sistema energetico e sono le principali fonti per produrre elettricità, ciò deriva non tanto dall’inerzia del passato, ma dalle loro caratteristiche intrinseche, dalla facilità di trasporto e stoccaggio, oltre che dagli interessi dell’industria petrolchimica. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia la domanda di fonti fossili raggiungerà il picco nel 2030 e resterà elevata ancora per decenni: nel 2050 i carburanti fossili copriranno ancora il 60 per cento del fabbisogno energetico, meno dell’80 per cento attuale, ma sempre prevalente. La molecola è dura da spostare per il pie’ veloce elettrone. Ma le proiezioni non tengono conto dell’imprevisto, come l’invasione dell’Ucraina. Quale think tank è mai in grado di mettere Vladimir Putin o Donald Trump nei suoi pur avanzatissimi computer e trovare una logica nella loro follia? L’attacco russo ha sconvolto il mercato del gas accelerando la ricerca di alternative e rimescolando anche gli equilibri geopolitici. Germania e Italia hanno sofferto di più, mentre Stati Uniti, Qatar e Norvegia sono diventati principali esportatori. Intanto la Cina e la stessa India hanno cominciato a riposizionarsi. La crisi di Hormuz ha dimostrato quanto l’intero commercio mondiale (e non solo di idrocarburi, ma di elio o urea, sostanze anch’esse strategiche) dipende da uno stretto collo di bottiglia e come un regime “canaglia”, sia pur impoverito ed emarginato, può esercitare un potere di ricatto enorme. Ma tra le grandi differenze della crisi energetica odierna rispetto a quelle del passato c’è senza dubbio la posizione degli Stati Uniti che ha rimescolato i rapporti di forza.

L’America a tutto gas

Diventati i più grandi produttori di petrolio (13,2 milioni di barili al giorno rispetto al 7.8 dell’Arabia Saudita) e di gas naturale (2.700 milioni di metri cubi al giorno rispetto a 1.600 della Russia), gli Stati Uniti sono totalmente autonomi e questo rafforza il loro potere di determinare quantità e prezzi. Il dipartimento dell’Energia festeggia con lodi in stile cinese: “Mai nella storia la nostra nazione è stata così dominante. Grazie alle politiche del presidente Trump l’America guida il mondo nella produzione di petrolio e gas, producendo record assoluti. Gli Stati Uniti producono più petrolio e carburante liquido della Russia e dell’Arabia saudita messi insieme, tanto gas quanto Russia, Cina e Iran. Alla fine del 2025 oltre 17 gigawatts di elettricità generata dal carbone è stata risparmiata grazie all’efficienza e affidabilità della rete. Il dipartimento dell’Energia fino ad oggi ha impedito la chiusura di cinque impianti a carbone”. In seguito all’ordine esecutivo del presidente per “Rinvigorire la bella industria del carbone americana” il Dipartimento dell’energia ha introdotto di nuovo il Consiglio nazionale del carbone per assicurare una guida sul futuro delle tecnologie e dei mercati del carbone e ripristinare le catene di fornitura nazionali per realizzare l’obiettivo del presidente Trump di espandere la capacità di energia nucleare da 100 gigawatt nel 2024 a 400 gigawatt nel 2050. E’ la rinascita nucleare.
Interessante sul piano lessicale, non solo politico, questa prosa sportivo-militaresca che sfida la tradizione culturale anglo-sassone aliena da enfasi. Ma è vero che gli Stati Uniti sono una superpotenza anche energetica. Trump ne vuol fare il baluardo della ideologia anti-ecologica con petrolio, gas, carbone, nucleare tradizionale. Il Dipartimento nasconde che nel paese, sia a livello federale con la legge varata da Joe Biden, sia nei singoli stati, è esploso negli ultimi anni un vero e proprio boom di centrali solari o eoliche. Basta andare tra la California, il Nevada e l’Arizona per restare abbagliati dagli immensi campi di pannelli ai bordi dei deserti. Ma ormai arrivano anche nella “cintura della ruggine” dove è concentrata la vecchia industria. Non solo: in pieno aumento dei prezzi provocati dall’introduzione dei dazi, gli stati che utilizzano più fonti rinnovabili, le quali costano molto meno, hanno avuto incrementi irrisori. Il solare genera circa un quarto dell’elettricità nazionale, mentre il vento rappresenta la quarta fonte con oltre 70 mila turbine, i cui costi di produzione sono crollati del 90 per cento. Tutte le principali imprese hanno realizzato investimenti a lungo termine che non si possono cancellare per le orticarie presidenziali. L’onda verde passa anche in America, e le aziende si muovono con accordi a lungo termine chiamati Virtual Power Purchase Agreement. L’obiettivo è “affiancare” la produzione di un impianto rinnovabile al consumo aziendale. Amazon, Microsoft, Meta e Google hanno stipulato contratti per 11,3 GW, quasi pari alla capacità totale di energia pulita installata in Florida. Insomma il capitalismo di mercato è più vasto e complesso del capitalismo di stato modello Trump.

L’elettro-Cina

Nel 1920 Lenin definì il comunismo “i soviet più l’elettrificazione”, Xi Jinping oggi direbbe che è l’autocrazia più l’elettrificazione. La Cina è molto dipendente dal petrolio del Golfo Persico e il blocco dello Stretto di Hormuz l’ha colpita più di quel che la propaganda vuol far credere. Il paese mantiene intatta la sua “ciotola di riso”, ha scritto il Quotidiano del popolo, ma ha evitato di dire che il governo ha messo al bando le esportazioni di carburante per garantire le sue riserve. Tuttavia il Dragone rosso è meno vulnerabile di fronte a choc energetici di quanto non fosse nel recente passato, grazie proprio alla scelta di conservare elevate riserve strategiche di petrolio e gas, al massiccio uso del carbone, al boom delle rinnovabili e delle auto elettriche che l’anno scorso hanno raggiunto il 50 per cento delle nuove vendite, ben oltre le indicazioni del piano quinquennale che nel 2020 aveva posto come obiettivo il 20 per cento. Di conseguenza il consumo di combustibile si è stabilizzato. Il paese sta bruciando e importando meno idrocarburi di qualche anno fa. Il petrolio sostituito dalle vetture elettriche l’anno scorso è pari a quanto la Cina ha importato dall’Arabia Saudita secondo i dati del Centre for Research on Energy and Clean Air. Pechino compra ancora una gran quantità di greggio, sia chiaro, ma da otto paesi, compresa ovviamente la Russia che vende con forti sconti, e l’Iran. Il Giappone acquista l’80 per cento degli idrocarburi dalla sola Arabia Saudita, quindi è più vulnerabile. Anche l’estrazione interna cinese è cresciuta (4,3 milioni di barili l’anno scorso), mentre importa meno metano rispetto al 2020, e le riserve strategiche sono in aumento.
Il vero punto di forza della Cina è la sua supremazia nei materiali critici. Ne possiede molti nel sottosuolo, anche se non abbastanza. Così ha fatto incetta nel corso degli anni anticipando tutti e diventando il più grande trasformatore, mentre nel frattempo ha investito molto nelle batterie. Lo si vede dalle auto che stanno invadendo l’occidente: la loro autonomia è maggiore rispetto ai veicoli elettrici europei (per non parlare di quelli americani che sono più arretrati) grazie a soluzioni tecnologiche originali. La corsa ai minerali strategici è quella che oggi sta trasformando gli equilibri mondiali più degli idrocarburi, e in questo gli Stati Uniti sono con le spalle al muro. L’anno scorso c’è stata la clamorosa ritirata di Donald Trump, e l’incontro nella città proibita dal 13 al 15 maggio, ha sancito la resa, almeno per il momento. Il presidente americano ha preso atto della realtà e ha riconosciuto la superiorità cinese in questo campo, ripiegando verso una sorta di divisione dei ruoli.
Non si tratta di una nuova Yalta o della nascita di un ordine basato sull’equilibrio tra le due potenze, non sorge un nuovo bilateralismo sulle ceneri del multipolarismo, piuttosto una sorta di duopolio (il linguaggio economico è più appropriato di quello diplomatico o geopolitico) basato sulla difesa dinamica e pragmatica dei rispettivi interessi. Ma il trumpismo dovrà quanto meno attenuare, se non accantonare, l’anti-ecologismo ideologico: se gli Stati Uniti vogliono mantenere il primato nell’intelligenza artificiale dovranno fornire più elettricità della quale c’è fame, e produrla con idrocarburi e carbone costa molto, ma molto più che usare sole, acqua e vento. Oggi la produzione interna non è sufficiente e non basterà nemmeno dirottare all’interno le esportazioni di oil&gas, sulle quali Trump e i petrolieri a stelle e strisce fanno leva per lucrare sui prezzi internazionali.
C’è una vera e propria restrizione dal lato dell’offerta, ha scritto l’Economist: occorre potenziare e rendere più efficiente la rete, bisogna costruire più data center superando le opposizioni, anzi la vera propria avversione incontrata in molti stati (e non solo quelli governati dai democratici), ma soprattutto bisogna avere più capacità produttiva. I mega computer assorbono il 4 per cento dell’elettricità prodotta, di qui al 2030 la quota salirà al 14 per cento se le infrastrutture lo consentiranno. Gli investimenti sono in enorme ritardo. Dal 2005 al 2017 l’offerta è rimasta sempre la stessa, dopo di che si è scoperto un buco difficile da colmare. In attesa che si possano collocare i data center in mare o nello spazio, se funzionerà la corsa tra Elon Musk e Jeff Bezos, bisognerà scavare e costruire sulla terra. E oggi è più difficile che lanciare un razzo nella stratosfera.
Trump potrà continuare a dire fanciullescamente quanto è bello il carbone, per non parlare del petrolio a stelle e strisce, ma la Cina non soffre di scarsità elettrica, al contrario, ne ha persino in eccesso. Quando lo scorso anno Pechino ha annunciato il bando all’esportazione di terre rare, per ritorsione dopo il Liberation day, il panico ha percorso i mercati e le cancellerie del mondo occidentale. Xi Jinping possiede una leva formidabile con la quale può ricattare tutti e mettere sulla difensiva, come ha fatto finora, il suo grande avversario. Hai voglia a chiamarlo caro amico, con tutti i suoi risibili salamelecchi The Donald ha dimostrato la propria debolezza. Se poi Trump non uscirà dalla trappola di Hormuz saranno guai, per lui, ma anche per tutti i suoi alleati, quei pochi che bon gré mal gré ancora gli restano.

L’Europa verde pallido

E il Vecchio Continente come se la passa? L’Europa, non solo l’Unione europea, ma tutti i paesi compresi il Regno Unito o la stessa Norvegia gran fornitrice di gas, hanno scelto di contare su una pluralità di fonti, aumentando soprattutto vento e sole per disincentivare gli idrocarburi e il carbone. L’invasione russa dell’Ucraina e lo stop al metano siberiano ha costretto ad accelerare i tempi ricorrendo anche a una rapida diversificazione geografica. L’Italia, la Germania e la Gran Bretagna sono stati i paesi più colpiti, molto meno la Francia che produce gran parte dell’elettricità con le centrali nucleari (e la esporta), mentre la Spagna ha portato al 60 per cento la quota di energia elettrica prodotta da rinnovabili.
Il 22 aprile scorso la Commissione europea ha pubblicato un piano chiamato AccelerateEU per affrontare l’impatto sui prezzi dello choc energetico provocato dalla nuova guerra del Golfo. Il documento insiste sulla riduzione della dipendenza dalle volatili importazioni di fonti fossili accelerando il cambiamento verso l’energia pulita e domestica. La Commissione sottolinea la necessità di spingere per l’elettrificazione che resta ancora in media attorno al 20 per cento dei consumi finali di energia, chiede di potenziare la rete distributiva (tra l’altro le maggiori imprese mondiali nei cavi sono europee, tra esse l’italiana Prysmian) e aumentare gli investimenti nella produzione elettrica anche attraverso un uso mirato dei fondi europei e dei redditi prodotti dalla cattura dell’anidride carbonica e dalle tasse sulle emissioni (è un mercato che genera oltre 107 miliardi di euro attraverso lo scambio delle quote). Sono misure a medio termine che non hanno effetti immediati e sembrano una fuga in avanti anche perché molti governi non sono d’accordo, tra questi il governo italiano, il quale vuole sospendere il sistema degli Ets che rappresenta oggi il principale strumento europeo per contrastare i gas ad effetto serra.
Il ruolo della Commissione, dunque, è limitato, visto che le politiche fiscali ed energetiche sono di competenza nazionale. AccelerateEU punta sul coordinamento che per ora non funziona. Non ci sono solo gli Ets, Bruxelles chiede acquisti congiunti di oil & gas, una gestione condivisa delle riserve strategiche, un osservatorio dei carburanti per migliorare la trasparenza delle capacità di raffinazione e delle disponibilità, in modo da non rischiare colli di bottiglia locali o nazionali. Misure razionali, ma difficili da attuare nella stessa Europa e ancor più in un mercato dell’energia che rimane altamente globale. La Commissione autorizza misure temporanee per tamponare l’impatto dei prezzi su imprese e famiglie, anch’esse però dipendono dalla disponibilità di risorse nazionali. Quanto a una politica del risparmio e dell’efficienza energetica, resta un’invocazione più che una proposta concreta. Insomma, è la conferma che l’Unione europea non ha una strategia energetica comune né poteri per introdurla.
Secondo Daniel Yergin, uno dei maggiori guru energetici, “l’Europa, compreso il Regno Unito, si trova di fronte a seri problemi di de-industrializzazione e indebolimento della sua economia. Si focalizza sul clima e la transizione energetica, ma dovrebbe mettere in primo piano anche la competitività”. Accanto a una regolamentazione da rivedere soprattutto nella sua applicazione burocratica, l’energia è la palla al piede più pesante. Lo stesso appello è venuto anche recentemente da Mario Draghi, il quale si sta trasformando in una premiatissima voce che parla nel deserto. Ma la revisione dell’impostazione europea significa una marcia indietro verso i combustibili fossili? Molti, e tra essi il governo italiano, spingono in questa direzione, anche se si trovano a remare contro corrente. I mercati si muovono per conto proprio, sottolinea Heather Hurlburt, analista del think tank britannico Chatham House: “E’ improbabile che le politiche trumpiane invertano la transizione energetica globale, se non altro perché lascerebbero campo libero proprio alla Cina”. A meno che proprio questo non faccia parte del nuovo scambio.

Autocrazia più elettrificazione

Gli amici della molecola, dunque, si agitano, ma sottovalutano l’insostenibile leggerezza dell’elettrone. Torniamo al rapporto Ember. La parte conclusiva descrive la transizione energetica come una guerra in cui, in tema di efficienza, ci sono da affrontare quattro battaglie. Due eserciti si contendono il predominio: da una parte gli elettroni e dall’altra le molecole dei combustibili fossili. L’efficienza non è tutto, ma certo è determinante nello scegliere quale fonte conviene adottare. Nella prima battaglia, quella delle fonti rinnovabili contro le fonti termiche, le prime sono in netto vantaggio: convertono l’energia primaria in elettroni finali con un’efficienza che raggiunge il 92 per cento. Le fonti termiche invece hanno un’efficienza pari soltanto al 29 per cento. La seconda battaglia si svolge nel campo dei trasporti e dei processi industriali. In media, oggi le fonti elettriche convertono gli elettroni finali in lavoro utile con un’efficienza del 68 per cento, mentre le molecole restano al 29 per cento. Le fonti elettriche dominano già il lavoro stazionario (lavatrici, computer e così via) e l’illuminazione, ma con il rapido calo dei prezzi delle batterie, la nuova sfida è sul lavoro mobile. Il terzo fronte riguarda il calore per riscaldare gli edifici o l’acqua: le molecole hanno un’efficienza del 64 per cento, gli elettroni del 91 per cento, però alcune pompe di calore possono arrivare fino al 400 per cento. Quando si tratta di trasformare gli elettroni in molecole le sorti s’invertono: le fonti termiche arrivano all’85 per cento, quelle elettriche che provano a farlo (per esempio con l’idrogeno verde) possono arrivare forse al 70 per cento. Così, fino ad oggi le molecole sono prevalse. Se si vuole impedirlo occorre dare un supporto dall’esterno.
Il sistema elettrico è rigido e centralizzato, quindi porta con sé un aumento dell’intervento pubblico. Con gli incentivi a usare l’una o l’altra fonte, con gli enormi investimenti in infrastrutture rigide o mobili, con l’esigenza di un maggiore controllo e una più sofisticata e invasiva regolamentazione, i tentacoli del nuovo Leviatano dovranno essere più lunghi, più sottili, più efficaci, più rapidi. Ciò spinge a proclamare che l’unico modo è centralizzare il comando e renderlo stabile nel tempo. Ci vogliono, quindi, redini tenute saldamente da una più potente mano visibile. Forse questa previsione non si realizzerà perché il mercato energetico, anche quello elettrico, diventerà più competitivo a monte, non solo a valle. Ma oggi prevale un connubio tra produttori e regolatori nel quale sguazza il nuovo complesso militar-industriale.
E’ questa la sostanza del “Muskism”, il sistema analizzato, in un libro fresco di stampa, da Quinn Slobodian, storico canadese che insegna a Boston, e Ben Tarnoff scrittore esperto di tecnologia. Altro che libertario, Elon usa lo stato come finanziatore, abilitatore, garante e protettore. “E’ una vera e propria simbiosi” secondo Slobodian e Tarnoff. Nemico della burocrazia? Musk ha usato la stessa struttura amministrativa a suo beneficio. O almeno ci ha provato con il Doge, poi ha fallito per i limiti personali e dell’intero progetto. Se le cose stanno così, il detto di Lenin adattato da Xi, dovrebbe cambiare in modo più radicale: è il capitalismo che rischia di diventare l’autocrazia più l’elettrificazione.