Economia
il discorso del governatore •
Panetta avverte: senza competenze ed energia l’innovazione non farà crescere l’Italia
Nelle Considerazioni finali della Banca d’Italia il governatore indica la vera emergenza economica del paese: la produttività. Per uscire da una crescita debole servono tecnologia, capitale umano qualificato ed energia meno esposta agli shock geopolitici. Perché senza competenze adeguate anche le innovazioni più avanzate rischiano di produrre benefici limitati

ANSA
Per passare da una crescita anemica a una più sostanziosa non c’è altra strada se non quella dell’innovazione, tecnologica ed energetica. Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, ha presentato oggi le sue “Considerazioni finali”, parte della Relazione annuale per il 2025 dell’istituto con sede a Palazzo Koch. Il punto di partenza è stato certamente l’impatto del conflitto nel Golfo Persico sull’economia italiana, che ha indebolito le prospettive di crescita già fragili. Tanto che secondo le proiezioni di Bankitalia l’attività economica dovrebbe rimanere debole nei prossimi mesi. Ma a colpire più di tutto è stata di certo la lucidità con cui il governatore Panetta ha messo sul piatto della discussione i principali canali per aumentare la produttività, ossia uno dei principali motori della crescita: le competenze e le risorse umane qualificate. Senza competenze adeguate, non c’è innovazione che possa essere implementata ed efficienza che possa essere raggiunta. Senza di queste, “anche le tecnologie più avanzate producono benefici limitati” ha detto il governatore. Ma anche senza energia meno costosa e meno vulnerabile agli choc, la tecnologia rischia di non essere sfruttata.
Il destino demografico del paese, dove la popolazione in età di lavoro è in forte diminuzione, rende la produttività imprescindibile. Panetta ha così affrontato, durante il suo ampio discorso, due dei principali nodi di settore che potrebbero sbloccare più degli altri la crescita italiana. In primis, ovviamente, l’AI. Ma con dei caveat. Lo sviluppo dei modelli di frontiera è concentratissimo al momento, con cinque grandi aziende americane che detengono circa tre quarti della capacità di calcolo mondiale, e la Cina a seguire. L'Europa è in ritardo, è chiaro. Ma nelle grandi rivoluzioni tecnologiche, ha ricordato Panetta, i guadagni maggiori non sono andati a chi le ha originate, ma a chi ha saputo adottarle (meglio). Il potenziale è ormai notevole e innegabile. In uno scenario di adozione lenta dell’AI, la produttività del lavoro potrebbe salire di 0,2 punti l’anno; in uno scenario di diffusione rapida e pervasiva di un punto. E nello scenario favorevole, i guadagni potrebbero “più che compensare il calo del prodotto potenziale dovuto alla contrazione della popolazione in età da lavoro”. Non è certo un’opportunità che l’Italia può sottovalutare, specie guardando lo specchietto retrovisore: dall'inizio del secolo il prodotto per ora lavorata nel settore privato italiano è cresciuto di appena il 6 per cento, contro incrementi tra il 13 e il 34 per cento negli altri grandi paesi dell'area euro.
Panetta riconosce che per la prima volta una tecnologia può svolgere compiti cognitivi finora considerati meno esposti all’automazione. Ma ha ricordato che “le grandi innovazioni non si limitano a rendere obsolete alcune professioni, ma ne generano di nuove”. Ovviamente, come sottolineato da Panetta, la transizione non sarà priva di costi e il benessere andrà governato, perché i benefici rischiano di concentrarsi su chi ha competenze più elevate, accentuando le disuguaglianze. Per questo i lavoratori più esposti vanno tutelati e accompagnati nella riqualificazione attraverso strutture di supporto pubblico. D’altronde, è la stessa logica del fresco premio Nobel Philippe Aghion: è il lavoratore che va protetto, non il posto di lavoro. Ma per questi benefici serve un’adozione maggiore di questa tecnologia, ma oggi solo il 5 per cento delle aziende ne fa uso intensivo. L’Ai va portata nelle Pmi e usata oltre i semplici compiti. Va invece integrata nei processi produttivi e per farlo servono competenze tecniche e gestionali, proprio per individuare le soluzioni migliori. Una domanda frammentata però, scoraggia anche la nascita di nuovi fornitori. Per Panetta lo stato può essere decisivo in questa fase iniziale: “Può agire da committente primario dell’innovazione orientando la domanda verso la sanità, la sicurezza o l’energia, per poi aprire a nuovi mercati riducendo il rischio per i pionieri”. E l’Italia, ha sottolineato Panetta, ha dei punti di forza: infrastrutture di calcolo tra le più avanzate d'Europa, una solida tradizione scientifica e un ampio risparmio privato. Ma per sostenere la nascita e la crescita di aziende innovative, occorre rafforzare i canali dove ci sono gli attori capaci di sostenere progetti ad alto rischio (e ad alto potenziale): le industrie del venture capital e del private equity.
Ma tutto questo non può avvenire se non si fanno passi in avanti sul fronte energetico, dove la dipendenza dall’estero pesa come una zavorra per la competitività industriale, e una pressione cinese diventata ormai strutturale. L’Italia paga più della media Ue in ogni categoria, dalle famiglie alle imprese con consumi intermedi o alti. Sul fronte dell’efficienza, Panetta nota dei passi in avanti: l'energia per unità di pil è scesa del 15 per cento tra il 2019 e il 2024 e la quota dei consumi elettrici coperta dalle rinnovabili è salita dal 35 al 41 per cento nel 2025. Ma nell'Unione l'avanzata è stata più rapida e per questo “il passo va accelerato”. Mentre sul nucleare Panetta tiene la porta aperta per le nuove tecnologie in via di sviluppo, rimandando comunque al disegno di legge delega in Parlamento.
“Siamo ancora in una fase iniziale. Vi è tempo”, ha detto Panetta. Ma intanto il governatore ha tracciato la linea: le competenze come fondamenta, la tecnologia lo strumento decisivo, e l’energia la linfa vitale per far muovere in avanti l’Italia oltre lo zerovirgola. Nella speranza che venga seguita.