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Il Nobel per l'Economia Aghion al Foglio: “Lo choc energetico di Hormuz non è una catastrofe”
Per l'economista della distruzione creatrice, la crisi energetica costa un punto di crescita mondiale. E l'Europa non deve reagire con sussidi generalizzati ma con interventi mirati. Sulla deregolamentazione: "L'AI Act è andato troppo in là ma serve un punto di bilancio tra il sistema europeo e americano"
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15 APR 26

Il vincitore del premio Nober per l'Economia Philippe Aghion
“La crisi a Hormuz? La mia sensazione è che siamo in una specie di versione soft della crisi del 1973. La crescita mondiale scende di circa un punto percentuale, l’inflazione sale di poco più di un punto. Non vedo grandi disastri ma ora i governi europei devono essere ancora più decisi nello spingere la crescita”. Philippe Aghion, intervistato dal Foglio, lo dice come se stesse rassicurando un paziente ansioso. Il tono è quello di chi ha studiato le crisi per quarant’anni e sa distinguere uno choc da una catastrofe.
Aghion ha vinto il Nobel per l’Economia nel 2025, insieme a Peter Howitt e Joel Mokyr, per la teoria della distruzione creatrice: l’idea che la crescita nasce quando le nuove imprese innovatrici spiazzano quelle vecchie. Al Forum di Confcommercio organizzato in collaborazione con The European House–Ambrosetti, sulla terrazza di Villa Miani, Aghion ragiona su cosa dovrebbe fare l’Europa adesso che la crisi spinge i prezzi dell’energia verso l’alto e la Bce non può tagliare i tassi. La conversazione parte da un problema di fondo: “Qualsiasi cosa aumenti l’incertezza economica è una cattiva notizia per l’innovazione e gli investimenti di lungo termine. E’ come aumentare il tasso d’interesse”.

Il guaio non è solo lo choc esterno, ma anche la reazione europea. Quel riflesso pavloviano che riesce a ogni crisi: il sussidio generalizzato. La chiusura dello stretto di Hormuz comporta un crollo dell’offerta, incentivare tout court la domanda non rischia di spingere i prezzi ancora più in alto? “Sì, ma non puoi non fare niente. Non puoi nemmeno aiutare tutti. Devi intervenire, però in modo mirato” spiega. “Ci si dovrebbe concentrare sui più vulnerabili, quelli più colpiti dal trauma energetico. Una politica whatever it takes non è una buona notizia per la distruzione creatrice. D’altro canto dobbiamo farlo in una certa misura. Non possiamo lasciare morire le imprese e dobbiamo proteggere l’occupazione. Il problema è che non è sempre facile sapere quali imprese vanno aiutate in via prioritaria”. Aghion, però, precisa: “Quando aiuti le imprese incumbent, quelle già in posizione dominante, rischi di aiutare anche quelle imprese che non dovrebbero essere aiutate”.
Sull’eccesso di limiti europei all’innovazione, per il premio Nobel per l’Economia, “l’Ue soffre per le troppe regolamentazioni. L’AI Act è andato troppo in là, troppe regole sull’intelligenza artificiale. Ma, allo stesso tempo, non dobbiamo deregolamentare fino in fondo, come negli Stati Uniti. C’è una buona via di mezzo tra l’AI Act e il modello americano”. L’America innova, ma non ha una rete di sicurezza sociale. L’Europa invece protegge troppo, anche a discapito dell’innovazione. Una scelta è inevitabile? “Possiamo essere protettivi e innovativi allo stesso tempo. Una buona politica della concorrenza permette l’ingresso di nuove imprese, che significa più mobilità sociale, più distruzione creatrice, più innovazione. Un buon sistema nel mercato del lavoro di flexicurity, ossia la sicurezza del lavoratore e non del posto di lavoro, è quello danese. Quando perdi il lavoro ricevi il 90 per cento del tuo salario, lo stato ti riqualifica e ti aiuta a trovare una nuova occupazione. Così se fai flexicurity, istruzione e concorrenza diventi più innovativo, più produttivo e più inclusivo allo stesso tempo”. Paesi come l’Italia o la Spagna possono farlo davvero? “Non si fanno le cose da un giorno all’altro, ma possono muoversi in quella direzione”.
Quale deve essere la prima priorità per l’Europa? “Politica industriale nella difesa e nell’intelligenza artificiale, assolutamente. E bisogna ridurre le emissioni attraverso la politica industriale non solo attraverso la carbon tax: costruire centrali nucleari e investire nelle rinnovabili”. L’euro digitale della Bce è un buon esempio di innovazione europea? ” Sarebbe positivo avere una valuta digitale, purché sia controllata dalla Banca centrale”.
Innovazione sì, ma dentro le istituzioni. La distruzione creatrice sì, ma con qualcuno che governi il processo.