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Lo spread del petrolio e l'ottimismo dei mercati
Il dated Brent vola oltre i 140 dollari per la scarsità immediata, mentre i futures restano attorno ai 100. Gli investitori finanziari guardano oltre la crisi e scommettono su un riequilibrio nei prossimi mesi
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23 APR 26
Ultimo aggiornamento: 08:54 PM | 24 APR 26

(foto Getty Images)
Un mare separa oggi i due prezzi del petrolio. Non è quello del Golfo, ma uno più profondo: da una parte il greggio che manca davvero, dall’altra quello che i mercati immaginano tornerà. In mezzo, 40 dollari al barile di differenza. Da un lato c’è il Dated Brent, il riferimento per l’80 per cento del petrolio fisico scambiato nel mondo, salito oltre i 140 dollari al barile. E’ il prezzo dei carichi reali, quelli con una data di consegna già fissata, che devono arrivare alle raffinerie entro poche settimane. Dall’altro lato c’è il Brent dei futures, quello trattato sui mercati finanziari, che oscilla attorno ai 100 dollari. Non rappresenta barili che viaggiano, ma aspettative che si formano. La divergenza nasce qui. Il Dated Brent incorpora la scarsità immediata: circa 13 milioni di barili al giorno scomparsi dal mercato per la chiusura dello stretto di Hormuz, costi di trasporto e assicurazione esplosi. Il Brent finanziario, invece, compra tempo. La prima scadenza è giugno e vale circa 100 dollari, poi le quotazioni scendono lungo la curva fino al 2027, quando il mercato immagina che il petrolio passerà di mano a 80 dollari. Insomma tensione nel breve, ma fiducia nel lungo.
Non perché gli investitori ignorino la crisi, ma perché la considerano, almeno per ora, riassorbibile. Certo, dentro ci sono anche altri fattori: le coperture dei produttori, la liquidità dei fondi, le dinamiche speculative. Ma il punto centrale resta che i prezzi finanziari non sono mai una fotografia del presente, sono un’anticipazione del futuro. Possono sbagliare, ma oggi stanno dicendo che, nonostante la violenza dello shock, l’offerta troverà nuovi equilibri e la pressione sui prezzi si attenuerà. E’ lo stesso messaggio che arriva dalle Borse. Mentre il Fondo monetario internazionale e le banche centrali moltiplicano gli allarmi, gli indici azionari restano sui massimi perché guardano a sei mesi, a un anno. E continuano a puntare sul fatto che, anche questa volta, il sistema terrà.