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Il Regolamento europeo sul gas e gli ostacoli sulla via dell’autonomia da Mosca
Il piano “Accelerate EU” punta su rinnovabili e nucleare, ma ignora gli effetti sul metano. Norme troppo rigide rischiano di ridurre i fornitori e aumentare i costi del gas
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23 APR 26

Foto Getty Images
La Commissione Ue ha pubblicato la comunicazione “Accelerate Eu” sulle misure eccezionali per mitigare gli effetti della guerra in Iran. Il documento contiene suggerimenti sia di breve termine (con un’enfasi sugli aiuti mirati) sia di medio-lungo termine (sostituzione dei combustibili fossili con fonti “abbondanti, domestiche ed economiche” quali “rinnovabili e nucleare”). Non c’è, però, neanche una parola sugli effetti perversi del regolamento sulle emissioni di metano – entrato in vigore nel 2024 ma i cui requisiti più stringenti scatteranno solo l’anno prossimo – che rischia di pregiudicare la sicurezza energetica data la situazione geopolitica.
Infatti, la comunicazione non discute di come rafforzare l’approvvigionamento di idrocarburi. Tutte le previsioni ci dicono che, anche nella migliore delle ipotesi, non ci potremo liberare dall’oil & gas prima della seconda metà del secolo, sebbene il nostro fabbisogno scenderà nel tempo. La questione è particolarmente delicata nel caso del gas naturale, perché negli ultimi anni abbiamo affrontato (con successo) un difficile processo di emancipazione dal gas russo via tubo, che dovrebbe completarsi l’anno prossimo con l’addio anche alle importazioni di gas naturale liquefatto (Gnl). Diventa quindi cruciale rafforzare i nostri legami con gli altri fornitori, che invece potrebbero essere messi a repentaglio dalle nuove norme.
Il regolamento prevede severi obblighi di monitoraggio e contrasto delle emissioni generate lungo la filiera del gas, dall’estrazione all’utilizzo. Attraverso l’adozione di standard più rigorosi, Bruxelles punta a ridurre le emissioni derivanti, per esempio, dalle perdite durante il trasporto o da pratiche di “venting” (rilascio in atmosfera) e “flaring” (combustione in torcia), attraverso cui viene spesso eliminato il gas estratto in eccesso, specie nei giacimenti in cui esso si presenta associato al petrolio. Rendicontare e azzerare le emissioni di metano è costoso non solo dal punto di vista finanziario ma anche da quello organizzativo. Per questo, mentre le imprese europee si stanno adeguando, non è affatto scontato che i nostri fornitori possano o vogliano farlo. Ma è proprio a loro che stiamo chiedendo di aiutarci a rimpiazzare la Russia e, adesso, pure a compensare il Qatar. Come scrive Acer – l’organizzazione che coordina i regolatori europei dell’energia – alcuni fornitori globali “potrebbero scegliere di dare priorità ad altri mercati meno regolamentati. Ciò potrebbe portare a una riduzione delle opzioni di approvvigionamento per l'Ue e a costi più elevati per il Gnl conforme, presentando potenzialmente rischi a breve termine per la sicurezza energetica dell'Europa”. Al momento, solo gli Stati Uniti e la Norvegia hanno aperto un negoziato. A complicare le cose è che il regolamento attribuisce tutta la responsabilità agli importatori che, sulla carta, sono esposti a sanzioni fino al 20 per cento del fatturato annuo.
Sebbene con ritardo, la Commissione sta prendendo coscienza del problema. Di fatto, però, si muove “all’italiana”: invece di avviare una revisione del regolamento, vorrebbe cavarsela in sede attuativa moderandone gli impatti. Per esempio, le proposte includono maggiore “flessibilità” nella rendicontazione (facendo venire meno l’obbligo di tracciare il gas importato e richiedendo semplicemente la prova che il paese produttore è in grado di produrne una quantità corrispondente con procedure adeguate) oppure sanzioni ridotte o ancora la previsione di un periodo di grazia. Sarebbe meglio avere il coraggio di riaprire il dossier, sospendendo il regolamento.
Sarebbe altrettanto importante riconoscere gli sforzi delle imprese europee dell’oil & gas: poiché queste si sono adeguate, il gas estratto nel nostro sottosuolo rispetta i criteri di sostenibilità ambientale del regolamento. Perché, allora, la Commissione non ha il coraggio di dire che, a parità di consumo, l’utilizzo di risorse domestiche genera benefici ambientali, oltre a quelli economici e di sicurezza? Sarebbe ingenuo illudersi che la ripresa dell’upstream europeo risolva tutti i nostri problemi. Ma un approccio adulto alla questione dovrebbe indurci ad ammettere che qualunque soluzione è composta di vari tasselli. Va benissimo fare tutto il possibile per ridurre il consumo di gas: ma finché lo utilizziamo, regole insostenibili per gli importatori e ignorare il potenziale della produzione nazionale sono errori che non possiamo permetterci.