La proposta di Descalzi sul gas russo è avventata ma non c’entra nulla con la propaganda putiniana

Avere cautela sullo stop al Gnl dalla Russia oltre il 2027 è diverso dal riaprire i gasdotti già chiusi. Lo choc nel Golfo e i danni agli impianti in Qatar hanno cambiato il contesto: sul mercato manca il 20-25% dell’energia mondiale

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14 APR 26
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L'amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi (S) con l’amministratore delegato e direttore generale di Enel Flavio Cattaneo durante la Scuola di Formazione Politica della Lega, presso il Centro Congressi Palazzo Rospigliosi, Roma, 12 aprile 2026. ANSA/ANGELO CARCONI

Ha detto le cose giuste, ma era l’uomo sbagliato nel posto sbagliato. Per l’ad di una partecipata come l’Eni era preferibile stare forse alla larga da un tema politicamente sensibile, soprattutto se il palco di una dichiarazione così eclatante è la Scuola di formazione politica della Lega, il partito più vicino a Putin: “Penso che sia necessario sospendere il bando, che scatterà il primo gennaio 2027, sui 20 miliardi di metri cubi di Gnl che vengono dalla Russia”. Inevitabilmente, le parole di Claudio Descalzi sono diventate un caso politico, anche perché non concordate con Palazzo Chigi che sul tema la pensa diversamente. Per giunta, simultaneamente, il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov dichiarava che Mosca è disponibile a fornire il gas all’Europa. 
Ma al di là del rumore politico resta il fatto che l’Europa non può eludere le questioni sollevate da Descalzi senza risposte concrete. Nella semplificazione del dibattito politico, la posizione dell’ad dell’Eni viene equiparata alle dichiarazioni di queste settimane – provenienti dalla Lega e dal M5s – di riconsiderare la riapertura dei gasdotti russi.. Ma Descalzi non ha detto questo. Ha fatto riferimento al nuovo contesto energetico dopo la guerra nel Golfo e la chiusura dello Stretto di Hormuz, che ha prodotto uno choc senza precedenti: improvvisamente sul mercato è venuto a mancare il 20-25 per cento dell’energia mondiale, con un impatto globale sia sui prezzi sia sui volumi disponibili. E sul gas la situazione è ancora più critica, perché la risposta militare dell’Iran ha prodotto danni agli impianti di liquefazione in Qatar: pertanto neppure l’eventuale riapertura di Hormuz ripristinerà lo status quo ante, dato che serviranno anni prima di ricostituire la capacità produttiva di Gnl del Qatar.
Il ragionamento di Descalzi è quindi banale. Il suo riferimento non è, come detto, alla riapertura dei gasdotti ma al Gnl: se nel 2027, come previsto dalla strategia europea, scatterà il divieto totale all’import come verranno sostituiti i 20 bcm (miliardi di metri cubi) che ancora oggi arrivano dalla Russia? “Dal Qatar ci mancano già 6,5 miliardi di metri cubi, e sì, fra Congo, Nigeria, Angola e America li rimpiazziamo ma i 20 bcm russi sono un’altra storia”. Da qui l’ipotesi di sospensione della road map. D’altronde, dopo l’invasione dell’Ucraina, l’Europa non ha mai sanzionato il gas russo – ha subìto i tagli unilaterali da parte di Putin – e ha deciso la progressiva eliminazione di ogni molecola di metano da Mosca nel 2027 proprio perché pensava di avere delle alternative, date dall’aumento della capacità globale di Gnl. Ma il quadro è profondamente cambiato, e non per scelta europea. Il senso del messaggio di Descalzi è che si poteva pensare di fare a meno del gas russo, ma senza il gas russo e quello del Golfo no. O almeno non senza prevedere un costo economico – e forse politico – molto più elevato: il gas alternativo si può anche trovare, ma a che prezzo?
Prima dell’invasione dell’Ucraina, l’Unione europea importava circa il 90 per cento di gas e la Russia pesava per il 40 per cento. Improvvisamente, le forniture di gas dalla Russia sono crollate da 150 bcm nel 2021 a 43 bcm nel 2023 e 36 bcm nel 2025. La quota russa, che ora rappresenta il 12,5 per cento di import Ue, è composta per 16 bcm di gas via pipeline attraverso il TurkStream, dopo la chiusura di tutti gli altri gasdotti (Nord Stream, Yamal e transito ucraino) e per 20 bcm di Gnl. E’ di quest’ultima fetta che parla Descalzi – non del TurkStream che ancora rifornisce Slovacchia e Ungheria – che negli ultimi anni non si è affatto ridotta. Anzi, è aumentata. L’Europa è tuttora il principale mercato del gas liquefatto russo. E il record storico è stato raggiunto proprio nel primo trimestre 2026, non a caso dopo la guerra con l’Iran: secondo i dati del gruppo di ricerca energetico Kpler, riportati dal Financial Times, nel primo trimestre 2026 le importazioni europee dall’impianto siberiano di Yamal sono aumentate del 17 per cento. Praticamente da tre mesi la struttura russa lavora a pieno regime per l’Europa. E queste maggiori importazioni non riguardano l’Italia, che ormai non riceve più neppure un centimetro cubo di gas russo, ma la Spagna (che secondo la Tass ha aumentato a marzo del 120 per cento l’import di Gnl russo in un anno), la Francia (l’impianto siberiano di Yamal nasce da una joint venture tra la russa Novatek e la francese Total), il Belgio e l’Olanda.
Insomma, le parole di Descalzi hanno maggiore valore se si considera che l’Italia – che dipenha abbandonato il gas russo prima dell’entrata in vigore del ban nel 2027 e che l’Eni si è sganciata dalle attività in Russia: la diversificazione qui è stata già fatta. Ma è un problema oggettivo che riguarda l’Europa, che aveva fissato degli obiettivi ambiziosi in un contesto completamente diverso. Ciò che dice Descalzi non è tornare indietro a comprare gas russo, ma andare avanti con più cautela nell’abbandonare la quota residua. Anche perché il conseguente aumento dei costi delle bollette, per i privati o per il bilancio pubblico, porterebbe acqua al mulino di chi già ora vuole riaprire i gasdotti russi. Forse Descalzi avrebbe fatto meglio a non parlarne in pubblico, ma non sembra che qualcuno in Europa stia riflettendo sui problemi oggettivi che pone. Far finta che non esistano non rende Putin più debole, anzi.