L’altro risiko dopo Mps

I francesi crescono in Banco Bpm (22,8 per cento del capitale) senza forzare la governance. Una strategia prudente che si intreccia con la battaglia sul Monte dei Paschi e con le divisioni dell’esecutivo sul futuro del sistema bancario

di
17 APR 26
Immagine di L’altro risiko dopo Mps

Giuseppe Castagna, ceo di Banco Bpm (foto ANSA/DANIEL DAL ZENNARO)

Giuseppe Castagna e Massimo Tononi sono stati confermati, rispettivamente, amministratore delegato e presidente di Banco Bpm nell’assemblea dei soci che si è svolta ieri a Milano in un clima più disteso rispetto a quello che si respirava il giorno precedente a Siena dove è andato in onda il ribaltone con il ritorno di Luigi Lovaglio alla guida di Mps. I francesi di Crédit Agricole non hanno preso in mano la governance della banca avendo ottenuto solo quattro posti nel cda rispetto alla lista di maggioranza che ne ha ottenuti dieci essendo stata votata dal 59 per cento del capitale presente. “Crédit Agricole è un azionista assolutamente corretto, senza ingerenze. Siamo molto contenti del loro investimento”, ha detto Castagna rispondendo alla domanda di uno dei soci sulla possibilità che Bpm possa diventare francese. 
Castagna ha sottolineato che non c’è al momento alcun elemento che possa far pensare all’intenzione della Banque Verte di scalare il capitale della banca italiana. Eppure, il Crédit si è presentato in assemblea con il 22,8 per cento del capitale. Quindi, si è ulteriormente rafforzato. Come si concilia questa inesorabile e pacifica ascesa (compresa l’autorizzazione già ricevuta dalla Bce di salire fino al 29,9 per cento della banca milanese) con l’approccio di basso profilo nella governance? Semplice savoir-faire oppure una strategia di posizionamento in vista di nuove operazioni? Si tratta di un punto centrale anche sul piano politico visto che gli ultimi sviluppi sul caso Mps hanno riacceso l’attenzione sul vecchio progetto del Terzo polo del Mef con l’ipotesi di aggregazione tra Banco Bpm e Mps che ora ingloba anche Mediobanca. Difficile pensare che Castagna abbia scelto di votare la lista Lovaglio senza consultare il ministro Giancarlo Giorgetti che lo scorso anno di questi tempi si ergeva a protezione della banca milanese con un discutibile golden power nei confronti di Unicredit.
In assemblea, il manager ha spiegato la scelta di schierarsi contro la lista del cda di Mps con la necessità di tutelare la controllata Anima visto che il Monte rappresenta il principale distributore dei suoi prodotti assicurativi. Ma che cosa sarebbe cambiato se avesse votato la lista del cda che candidava Fabrizio Palermo? E’ più che plausibile che ci sia dell’altro. Chi, però si aspettava che l’ad di Bpm si affrettasse ad aprire a manovre di avvicinamento a Siena è però rimasto deluso perché non ha quasi mai citato Mps. Forse perché non era il momento. Castagna è stato il primo ad applaudire al rafforzamento del Crédit Agricole cominciato durante l’assedio di Unicredit, ma ha poi saputo porre un argine a un eventuale straripamento di potere sfruttando la stessa legge Capitali che a Siena, invece, ha prodotto un risultato opposto alle aspettative, ma, a quanto pare, è andato nella direzione voluta dal Mef.
Quest’ultimo è entrato nella vicenda della scalata di Mps a Mediobanca proprio con l’intenzione di orientare il risiko verso la formazione di un Terzo polo che ruoti intorno a Montepaschi e ha sfruttato l’allineamento di interessi di imprenditori privati. Questo disegno è stato condiviso dalla premier che col suo gabinetto pure non ha mancato di seguire da vicino il risiko al punto che, si racconta, i banchieri che andavano a Palazzo Chigi non avevano ben chiaro a quale porta dover bussare, se a quella di Giorgetti o a quella di Gaetano Caputi. Ma poi le cose sono cambiate. Secondo le ultime ricostruzioni, Giorgetti è apparso come chi non ha ostacolato il ritorno di Lovaglio in Mps. Ma anche Caputi non avrebbe negato una mano a Vittorio Grilli, attuale presidente di Mediobanca, nel sostegno della lista Lovaglio. Alchimie di Palazzo Chigi che nessun algoritmo AI sarebbe capace di riassumere.
Un giorno si capirà perché è cambiato il vento (anche se la partita che abbiamo visto mercoledì potrebbe essere solo il primo tempo di una partita più lunga), ma oggi il punto è un altro ed è un paradosso per come è percepito negli ambienti più sovranisti di Fratelli d’Italia. Con l’aggregazione tra Mps e Banco Bpm non si rischia di fare entrare i francesi nella stanza dei bottoni della finanza italiana? E che impatto avrebbe tutto questo, in futuro, anche su Generali? In una fusione tra i due istituti, infatti, Crédit diventerebbe il primo o secondo azionista del nuovo gruppo che, ricordiamolo, ha in tasca il gioiello della corona cioè la partecipazione del 13 per cento in Generali. Questa lettura, suggestiva sul piano politico, è in realtà al momento difficile da dimostrare su quello più pragmatico. Chi conosce il mondo bancario, fa osservare due cose. La prima è che ora che Lovaglio ha mani libere premerà il piede sull’acceleratore dell’integrazione con Mediobanca e si tratta di un percorso impegnativo che lascia poco spazio ad altre operazioni a breve. La seconda è che esiste una soluzione per neutralizzare i francesi e cioè dar loro quello che al momento sembrano chiedere: un pezzo della rete distributiva di Mps-Banco Bpm in cambio della liquidazione di tutta o parte della quota detenuta nella banca milanese. Sul piano della logica ha un senso perché è noto che la banque verte abbia necessità di aumentare ricavi e margini in Italia e non sembra interessata a partite di potere finanziario. Ma si accontenterebbe degli sportelli bancari per uscire di scena?