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A Mps vince Lovaglio, non Calta. Storia di un ribaltone
Le svolte di Milleri. Il peso delle indagini. Caos nel cda (e a Chigi). Il pomeriggio più pazzo della storia bancaria italiana. Una mappa per provare a orientarsi
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15 APR 26
Ultimo aggiornamento: 06:55 PM

Luigi Lovaglio in conferenza stampa dopo l'assemblea Mps
Milano. Un clamoroso colpo di scena ribalta i pronostici della vigilia: Delfin, la holding guidata da Francesco Milleri e che fa capo alla famiglia Del Vecchio, ha votato all’assemblea di Mps trasformando uno svantaggio di 10 punti rispetto alla lista del cda, con Fabrizio Palermo candidato, in una vittoria netta. Anche Banco Bpm si è espressa a favore di Lovaglio, come amministratore delegato, aiutando a determinare un risultato imprevedibile solo la sera prima. Il nuovo board del Monte per i prossimi tre anni sarà così composto da 15 membri di cui otto espressione della lista Plt – che propone Cesare Bisoni come presidente – e sei espressione del cda uscente, compresi Palermo, Nicola Maione, Corrado Passera e Carlo Vivaldi. “Qui è come stare su Netflix”, diceva qualcuno ieri presente all’assemblea dei soci che si è svolta a Siena in un clima da film mentre dietro le quinte si consumavano trattative dell’ultimo minuto tra i soci. Si è intuito che qualcosa era nell’aria quando ad assemblea appena iniziata è partito un applauso a Lovaglio per iniziativa di un socio minore che ha voluto riconoscergli il lavoro di risanamento svolto per la banca e ha rimproverato il presidente Maione per non averlo fatto nel suo discorso introduttivo. Applauso troppo scrosciante per essere casuale. O almeno, si è rivelato un presagio di quello che sarebbe avvenuto nel pomeriggio più pazzo della storia bancaria italiana. A guidare il Monte per i prossimi tre anni sarà dunque lo stesso banchiere artefice della scalata a Mediobanca mandata in porto grazie al sostegno fondamentale di due grandi azionisti privati, Caltagirone e Milleri, di Banco Bpm e sotto la regia del Mef. Una cordata che ha condiviso il progetto di scalare Piazzetta Cuccia e di mandare a casa il suo deus ex machina, Alberto Nagel, per creare il terzo polo bancario italiano ma che non ha retto alla prova del tempo, non è riuscita a condividere una strategia industriale e, soprattutto, è stata indebolita dall’inchiesta giudiziaria avviata dalla procura di Milano con l’ipotesi di concerto per la quale risultano indagati Caltagirone e Milleri e lo stesso Lovaglio. Con le palesi divergenze di vedute emerse e con la clamorosa spaccatura tra i grandi soci che si è consumata ieri a Siena, i giudici potranno sempre provare a ipotizzare che lo scorso anno c’è stato un patto occulto per scalare Mediobanca ma oggettivamente questa tesi può perdere forza alla luce del successivo dissolvimento dell’accordo (ammesso che sia mai esistito).
Leggere, però, la mossa di Delfin e di Banco Bpm come una strategia opportunistica per prendere le distanze da un’operazione entrata nel mirino della Procura sarebbe riduttivo. Delfin e la banca guidata da Giuseppe Castagna avrebbero potuto optare per l’astensione o per la lista di Assogestioni, ma hanno scelto di schierarsi con Lovaglio e contro l’ex alleato Caltagirone, artefice della sua estromissione. Perché lo hanno fatto?Per diverse ragioni, di cui non ultima lo scetticismo che la Bce ha fatto trapelare sui requisiti di Palermo e che ha innescato il timore di una possibile valutazione di non idoneità ex post del manager per l’incarico di ad della terza banca italiana, ma nelle ultime ore si è consolidata un’altra spiegazione di carattere più politico. Non si può escludere che il sentimento di riconoscenza che il ministro Giancarlo Giorgetti ha più volte espresso nei confronti di Lovaglio per avere risanato e rilanciato una banca disastrata come Mps sia stato sottovalutato quando il banchiere è stato escluso senza troppi complimenti dalla gestione della banca.
Il Mef non ha votato all’assemblea (pur tenendo poco meno del 5 per cento del capitale) preferendo lasciare nelle mani dei soci la definizione della governance, ma non ha perso d’occhio la partita delle nomine di Mps. In un governo con un approccio spesso sovranista anche sulle questioni finanziarie ma oggettivamente meno forte rispetto ai tempi della scalata a Mediobanca, i distinguo tra le posizioni del gabinetto di Giorgia Meloni e quelle del Mef su questa partita sono cominciati da affiorare. Ed è plausibile che Lovaglio, che dal Mef è stato nominato sebbene ai tempi di Mario Draghi, abbia fatto tesoro del credito accumulato col Mef e che questo abbia pesato anche sulla scelta di Delfin e Banco Bpm. Dentro questa lettura si inserisce anche il ruolo dell’ex ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, attuale presidente di Mediobanca, che è stato indicato come figura chiave nella costruzione della lista Plt. Grilli entra in scena quando si completa la conquista della investment bank da parte di Mps e ha sempre condiviso la tesi di Lovaglio della fusione insieme con l’idea di creare un grande gruppo integrato, una sorta di Jp Morgan italiana, a differenza di Caltagirone che avrebbe voluto mantenere indipendente Mediobanca anche, forse, per avere mani più libere per dare una scossa all’assetto di Generali, obiettivo che dovrà sicuramente rinviare. Non a caso, sulla quota del 13 per cento detenuta da Mediobanca nel Leone, Lovaglio ha ripetuto ieri secco: “Nice to have”. Bello averla nel bilancio del nuovo gruppo.