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Le sberle di Trump a Meloni hanno anche effetti economici. Ecco quali
Nel 2025 gli Usa hanno riequilibrato il loro interscambio a scapito dell'export italiano. In risposta Roma si è aperta ad altre aree, in particolare l’Asia e l’America Latina. Ma la decisione non è piaciuta alla Casa Bianca perché The Donald vuol essere l'unico principe degli affari. E con questa ottica va vista anche la questione della difesa
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15 APR 26
Ultimo aggiornamento: 06:08 AM

Donald Trump e Giorgia Meloni alla cerimonia della firma del Piano di pace per il Medio Oriente a Sharm el-Sheikh in Egitto (Foto Filippo Attili/Palazzo Chigi/LaPresse)
Una fitta cortina si è alzata dalla Casa Bianca e offusca quelle che fino a poco fa sembravano affinità elettive tra Donald Trump e Giorgia Meloni. Di fumo ce n’è davvero tanto, ma dov’è l’arrosto? Oltre al Papa, alla guerra, all’Unione europea che cos’altro è in ballo? Siccome stiamo parlando di Trump, ha senso guardare agli affari. Molto in realtà divide oggi gli Stati Uniti dall’Italia fino al punto da ipotizzare interessi nazionali che stanno diventando divergenti. La guerra all’Iran ha messo in crisi sul fronte energetico quel che l’Italia aveva costruito, con una rapidità ed efficienza da molti inattesa, dopo l’interruzione del gas russo. L’Eni si era data da fare con grande energia mettendo in moto tutte le sue molteplici relazioni e aveva trovato nel Qatar e negli emiri del Golfo Persico una sponda importante che adesso viene a mancare. E proprio Claudio Descalzi adesso sembra arrendersi a un destino siberiano. Trump invece vorrebbe costringerci a comprare sempre più gas liquefatto americano anche se viene a costare caro a un’Italia che deve ridurre non solo la propria dipendenza, ma anche il debito pubblico.
Un vero colpo basso era venuto il primo aprile dello scorso anno con il Liberation day. E’ vero che la guerra dei dazi è stata finora meno tragica economicamente della guerra all’Ucraina e di quella all’Iran, ma l’industria italiana ne ha risentito. Il Census Bureau (l’Istat americano) ha pubblicato i dati. Nel 2025 l’interscambio complessivo tra Stati Uniti e Italia raggiunge 118 miliardi di dollari; rispetto al 2024, l’export Usa cresce di 11,3 miliardi, mentre l’import dall'Italia si riduce di 1,9 miliardi. Il miglioramento del saldo per Washington è pari a 13,2 miliardi. Tra gennaio e luglio dello scorso anno (prima che i dazi entrino in vigore) l’export americano ammonta a 23,1 miliardi di dollari e le importazioni a 45,4 miliardi, con un saldo negativo di 22,2 miliardi. Tra agosto e dicembre (con dazi al 15%) l’export degli Stati Uniti è pari a 20,4 miliardi e le importazioni scendono a 28,9 miliardi, con un saldo negativo di 8,4 miliardi. L’import medio mensile cala a 5,7 miliardi, con una riduzione di circa l’11% rispetto ai primi sette mesi dell’anno.
In sostanza gli Usa hanno riequilibrato il loro interscambio a scapito dell’export italiano. Gli americani hanno guadagnato di più nella chimica con esportazioni per 20 miliardi di dollari e nell’energia (gas e petrolio per 5,6 miliardi) seguite da computer ed elettronica per 2,2 miliardi, trasporti e metalli primari, attrezzature meccaniche. Le principali importazioni USA dall’Italia riguardano prodotti chimici per per 14,9 miliardi di dollari, macchinari non elettrici per 11,9 miliardi, trasporti per 5,8 miliardi, cibo per 4,9 miliardi.
L’Italia ha compensato il collo di bottiglia americano aprendosi ad altre aree, in particolare l’Asia e l’America Latina. L’accordo europeo con il Mercosur non ha fatto piacere ai MAGA e nemmeno a Marco Rubio, nell’accordo c’è persino Milei che primo lo considerava “una gabbia” e predicava la dollarizzazione integrale. Un progetto dal rilevante valore strategico al quale l’Italia tiene è il Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC), che mira a collegare tre delle regioni economiche più dinamiche del mondo (sempre che il Medio Oriente di guerra in guerra non finisca in rovina) grazie a una rete infrastrutture anche tecnologiche e meccanismi commerciali avanzati. E’ vero che si tratta di una “via delle spezie” alternativa alla “via della seta”, quindi dal punto di vista strategico bypassa la Cina e ciò dovrebbe essere in sintonia con la sfida americana. Ma non lo è per la sfida trumpiana: The Donald vuol essere lui e solo lui il principe degli affari, per sé, per i suoi amici, i suoi seguaci e poi anche per gli States.
Con questa ottica va vista anche la questione della difesa. Trump sostiene giustamente che gli europei in media e l’Italia in modo particolare si sono rifugiati sotto l’ombrello Nato (alias americano) spendendo il meno possibile. Ma nel momento in cui hanno cominciato a spendere si è sentito minacciato. Ha detto chiaro e tondo che bisogna comprare made in Usa. Che cos’è questa fregola di super caccia che sfidano gli F35? Che cos’è questa storia di scudi europei o mediterranei? E perché non si è dato a Elon Musk quel che è di Musk, a cominciare da pingui contratti per Starlink? Perché è stato osteggiato Peter Thiel con il suo anticristo? Anche qui c’è di mezzo papa Leone che ha messo in guardia da lunatiche eresie palingenetiche. Si diraderà il fumo e verrà digerito anche l’arrosto? Per ora non c’è risposta.