Insidie e demagogie. Perché Meloni delega a Fazzolari il dossier 1° maggio

Il "rivoluzionario" Durigon e la "conservatrice" Calderone sono poco funzionali alle strategie della premier. Da qui l’idea di passare gli incartamenti sui sindacati al sottosegretario, ma mettere a posto tutte le tessere di questo puzzle e farle combaciare con dei contenuti che accontentino l’intera platea sta diventando una fatica improba

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14 APR 26
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Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio all'attuazione del programma di Governo Giovanbattista Fazzolari. Foto Ansa

Sfidare di nuovo i sindacati il giorno della loro festa e spiazzare la sinistra in tempo di campagna elettorale permanente. A parole può sembrare un’abile strategia e pensare anche che possa essere coronata da successo. In termini reali è come scalare una montagna. E la premier Giorgia Meloni se ne sta accorgendo via via che passano i giorni. E’ lei ad avere in testa il contropiede politico da assestare ai “rossi” ma poi deve fare i conti con le competenze e le tendenze della sua squadra di governo e deve nel contempo stare attenta a non farsi troppi nemici dentro quella che solo qualche settimana sembrava essere la sua “società civile” felicemente collaterale. A crearle problemi ha iniziato, come sappiamo tutti, Claudio Durigon che viene dalla Ugl ma milita nella Lega. Di conseguenza è legittimo che Meloni si chieda per chi giochi l’ex sindacalista, se voglia davvero aiutare il governo oppure voglia mettere insieme un piccolo gruppo di pressione, fatto di sigle datoriali e sindacali, che in qualche modo risponda a lui. Durigon incalza la ministra del Lavoro, Marina Calderone, che sembra – agli occhi dei fedelissimi della premier – poco motivata alla pugna. Come se di questo disfida di Marghera – dove i confederali festeggeranno unitariamente il Primo Maggio – gliene importasse fino a un certo punto e più che gli interessi superiori della politica alla fine le fossero più cari quelli del mondo che l’ha espressa ovvero la galassia dei consulenti del lavoro. Che non ha nessuna voglia di veder intorbidire le acque e di creare un casino che metà basta. Quanto è “rivoluzionario” Durigon, altrettanto “conservatrice” appare Calderone. Ma entrambi sono poco funzionali alle supreme strategie della premier.
Da qui l’idea di passare gli incartamenti al sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, che si è appena liberato del dossier nomine delle nuove partecipazioni statali, e quindi in teoria potrebbe applicarsi al rebus del Primo Maggio. Ora tutti a Palazzo Chigi sanno che Fazzolari è onnisciente, ma se c’è una materia in cui è leggermente claudicante è quella della legislazione del lavoro. Ergo: non è facile venirne a capo. Perché fin quando si deve buttar giù una lista di bonus e incentivi tutto sommato il compito è relativamente facile. Cinque per cento per i rinnovi contrattuali, 15 per il lavoro notturno e festivo, 1 per cento per la produttività, fringe benefit esenti fino a 3 mila euro, esenzioni per favorire la natalità con credito di imposta fino a 2 mila euro, 500 euro per chi sceglie la previdenza integrativa. Chi ne ha più ne metta. La lista è lunga e ha il difetto di essere costosa. Le coperture non ci sono ma l’intenzione è di buttarle dentro la legge di Bilancio 2027 e sperare che funzioni come una sorta di intelligenza artificiale.
Il compito diventa più difficile però quando bisogna metter mano al tema della misurazione della rappresentanza sindacale per definire i nuovi minimi contrattuali destinati a dare ossigeno ai portafogli dei working poor. Renato Brunetta implicitamente va suggerendo al governo di chiamare un commesso e spedire l’intero incartamento al Cnel, ma Meloni ha in mente una sfida politica aperta alla sinistra e la via tecnica che le suggerisce l’ex ministro non può andarle bene. E allora perché lo faccio? La Confcommercio, dal canto suo, punta i piedi: è preoccupata dai contratti pirata firmati nel terziario, sospetta che ci sia un basista nelle file del governo e teme che Confindustria voglia fare proseliti nel turismo e settori limitrofi. Non parliamo poi della Cisl. La segretaria Daniela Fumarola sa che all’interno della sua confederazione in molti vorrebbero che tenesse “la giusta distanza” dalla premier Meloni, i suoi delle Poste non hanno ancora digerito lo sgarbo di promuovere due affiliati dell’Ugl nel consiglio di amministrazione e più di qualche cislino comincia a capire che tutta l’attenzione data dalla premier alla partecipazione si sta rivelando uno specchietto per le allodole. La Confindustria è la sola che sembra avere i nervi saldi, sta alla finestra, il motto è non aderire e non sabotare. A riempire il quadro manca poi Maurizio Landini, che per ora gira al largo ma resta comunque un fiero avversario di Palazzo Chigi. Per di più ringalluzzito dalla vittoria del No al referendum. Per Fazzolari, mettere a posto tutte le tessere di questo puzzle e farle combaciare con dei contenuti che accontentino l’intera platea sta diventando una fatica improba. Aggiungete che gli alleati di governo, Matteo Salvini e Antonio Tajani, hanno in mente altre priorità e si arriva al paradosso che anche dentro la maggioranza c’è chi avrebbe voglia di dare un consiglio alla premier. Lascia stare, il Primo Maggio in fondo è sopravvalutato.