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Ottenere in Ue la sospensione delle regole fiscali è improbabile, ma Meloni può chiedere una modifica
Anche se la volatilità dei mercati attuale è molto lontana da quella dei tempi del Covid e l'Italia è una macchina ancora pienamente in funzione, ciò non vuol dire che siamo condannati all'inazione. Due proposte
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10 APR 26

© foto Ansa
"Se invece la crisi in medio oriente dovesse conoscere una nuova recrudescenza, dovremmo porci seriamente il tema di una risposta europea, non dissimile per approccio e strumenti a quella messa in campo per rispondere alla pandemia. In quel caso, riteniamo che non dovrebbe essere un tabù ragionare di una possibile sospensione temporanea del Patto di stabilità e crescita. Non una deroga per singolo stato membro, ma un provvedimento generalizzato”. Così ieri, in Parlamento, il nostro presidente del Consiglio Giorgia Meloni nell’informativa sull’azione del governo. Nelle stesse ore, sul medesimo argomento, interveniva il Commissario europeo per l’Economia Valdis Dombrovskis.
“Per sospendere il Patto occorre che ci sia una grave crisi economica nell’Eurozona o nell’Unione nel suo complesso, e non ci troviamo in questa situazione – ha detto Dombrovskis – riteniamo che le regole attuali forniscano l’equilibrio necessario per tenere i conti sotto controllo e stimolare gli investimenti… non ritengo che ciò che ci frena sia il quadro di regole”. Quest’ultimo ha anche ricordato che, secondo le stime della Commissione, se la crisi in medio oriente dovesse protrarsi nel tempo, la contrazione del pil sarebbe compresa fra 0,4 e 0,6 punti percentuali. Qualcosa di molto, molto lontano dalla brusca caduta dovuta alla emergenza pandemica.
Salvo che l’Italia – sorprendentemente – non disponga di stime assai più pessimistiche di quelle della Commissione per l’intera Unione, è lecito quindi presumere che sulla strada di una sospensione temporanea del Patto di stabilità possano trovarsi ostacoli molteplici e non facilmente superabili. Né, ovviamente, a questo fine, rileverebbe osservare che per l’Italia l’impatto della crisi, se protratta nel tempo, potrebbe essere superiore a quella di altri paesi. L’Italia è riuscita nell’impresa non semplice di dare della propria finanza pubblica un’immagine positiva, come non si vedeva da decenni. Sono servite tanta disciplina e tanta prudenza. Servono ancora, visto che l’ottovolante su cui ci ritroviamo da circa un anno e mezzo sembra essere ancora pienamente in funzione. La vera novità del cessate il fuoco nel conflitto mediorientale è che le parti in causa abbiano deciso – come si vede, non proprio tutte e nella stessa maniera – di pronunciare un’espressione che sembrava impronunciabile. Non è molto, è bene saperlo, ma è altrettanto opportuno ricordare che la volatilità dei mercati in queste ultime settimane, per quanto relativamente elevata, è ben lontana da quella registrata nel 2020.
Tutto ciò, però, non significa che non ci sia nulla da fare o che si sia condannati all’inazione. La prima cosa da fare dovrebbe essere quella di dare segnali non equivoci circa la nostra – italiana, intendo – volontà di sottrarci, per quanto possibile, alle scelte o alle condizioni dei nostri attuali fornitori (per quanto riguarda i fornitori passati, bene abbiamo fatto a liberarcene). Non serve nell’immediato ma serve, e molto, a modellare il futuro anche prossimo. Serve a chiarire la direzione in cui il paese intende muoversi, senza esitazioni, e questo, a sua volta, consente a chi vuole investire di poterlo immaginare concretamente. Questo per un verso significa fare in maniera che i progetti di energia rinnovabile in corso possano trovare immediata attuazione. Tutti quelli capaci di rispettare condizioni minime (l’impatto del Pnrr sulle reti energetiche dovrebbe, in buona misura, consentirlo). Accantonando la nostra ipocrisia che ci fa immaginare che sotto ai pannelli pascolino le pecore o quella di chi, volendo venderci il gas, si preoccupa dell’impatto delle pale eoliche sui nostri paesaggi. E per converso, visto che purtroppo, non si vive di sole rinnovabili, lo stesso principio dovrebbe applicarsi anche sul versante delle fonti non rinnovabili presenti in Italia e, in qualche misura note e sfruttabili.
La seconda è quella di seguire proposte già avanzate a suo tempo e invocare non una sospensione temporanea del Patto bensì una modifica delle regole in vigore strettamente limitata alla necessità di mettere sullo stesso piano i paesi che, pur ritrovandosi con deficit superiori al 3 per cento, non sono sottoposti alla procedura per deficit eccessivo (forse è opportuno ricordare il caso della Germania) e paesi che invece già vi erano sottoposti (l’Italia, oggi, altri, forse, domani). Qui non si tratterebbe di chiedere una sospensione delle regole ma di eliminare un’asimmetria per pretendere una piena parità di trattamento fra i paesi membri. E di farlo disponendo di un solido argomento: regole incapaci di garantire la concretezza e la sensazione di un equo trattamento contengono in sé le ragioni del loro superamento. E’ successo col Patto precedente e sta succedendo – per motivi altrettanto se non ancor di più fondati – anche con questo.