•
La bella notizia del contratto scuola lo è solo a metà, serve una riforma fiscale che non c’è
Il rinnovo anticipato segna una svolta nei tempi della contrattazione pubblica e convince anche la Cgil. Ma stipendi ancora sotto l’inflazione, fiscal drag e ritardi nelle riforme mostrano che il problema del potere d’acquisto resta aperto
di
7 APR 26

Studenti del liceo classico Vittorio Alfieri durante una lezione (foto Getty Images)
Il governo Meloni, tra molte incertezze e ritardi, una cosa giusta l’ha finalmente fatta: ha rinnovato per tempo il contratto della scuola 2025-2027. Nel pubblico impiego (e negli altri settori della sanità e degli enti centrali e locali, tranne che nella scuola appunto) ormai da anni infatti si firmano contratti già scaduti. Può sembrare un dettaglio tecnico, ma non lo è affatto. E’ la prima volta che accade in modo così ordinato e tempestivo, evitando quei lunghi vuoti contrattuali che negli ultimi anni – con il ritorno dell’inflazione – hanno contribuito a erodere il potere d’acquisto soprattutto nei contratti dei servizi pubblici e privati.
La prova più evidente dell’importanza di questo passaggio è politica: anche la Cgil ha firmato. Non è un fatto scontato. Negli ultimi anni il principale sindacato italiano ha rifiutato di sottoscrivere i contratti del pubblico impiego quando ha ritenuto che gli aumenti non erano sufficienti a compensare l’inflazione. Ovviamente questa strategia non poteva durare perché danneggia i dipendenti pubblici in assenza di realistiche proposte alternative. Stavolta, invece, la firma è arrivata. Segno che il metodo – oltre che le risorse – ha contato. La continuità contrattuale, cioè la capacità di evitare ritardi e di dare aumenti nei tempi giusti, è diventata essa stessa una forma di tutela salariale.
E tuttavia sarebbe un errore fermarsi qui. Perché, nonostante il passo avanti, gli insegnanti non hanno recuperato interamente l’inflazione. Infatti, tenendo conto dell’ultimo aumento appena firmato lo stipendio di un insegnante di scuola superiore sarà nel 2026 poco maggiore del 14 per cento rispetto al 2019, a fronte di un’inflazione cumulata del 22,5 per cento. Un collaboratore scolastico dopo la firma del nuovo contratto registra un aumento di stipendio del 16 per cento nel 2026 rispetto al 2019, anche in questo caso però l’inflazione cumulata non è recuperata.
Questo episodio illumina un problema più generale. Il governo arriva all’ultimo anno di legislatura con alcune riforme decisive non fatte. Non è stata corretta la contrattazione collettiva nazionale in modo da impedire i ritardi. Nei servizi privati, dove i contratti sono stati rinnovati in ritardo, la perdita di potere d’acquisto è stata e rimane tuttora marcata. Nel pubblico impiego, senza stanziamenti adeguati, molti lavoratori restano indietro rispetto all’inflazione, nonostante l’apprezzabile velocizzazione nell’adeguamento come nel caso della scuola. Solo l’industria ha in parte contenuto i danni.
C’è poi la riforma fiscale mancata. Senza un intervento strutturale per sterilizzare il fiscal drag, il rischio è che al prossimo ritorno dell’inflazione, che sembra imminente, si produca un doppio effetto negativo: perdita di potere d’acquisto e aumento della pressione fiscale implicita, attraverso il fiscal drag. Prezzi e tasse più alte, senza che nessuno lo abbia deciso esplicitamente.
In questo contesto, l’ultimo anno di governo difficilmente potrà essere quello delle grandi riforme. Più realisticamente, sarà l’anno degli aggiustamenti: nuove risorse per i contratti pubblici; per colmare almeno in parte il gap accumulato, il governo può intervenire direttamente solo sui contratti pubblici. Forse si userà in extremis la delega sulla contrattazione (che scade il 18 aprile) per far qualcosa sui contratti del settore privato a costo zero, ma è difficile fare riforme incisive se sei in un anno elettorale e ti sei sempre affidato alla narrazione che andava tutto bene e che il potere d’acquisto aumentava (cosa non vera). Speriamo infine in qualche intervento sull’industria per evitare che la caduta della produzione diventi strutturale.
Ma proprio sull’industria si misura un altro ritardo. Dopo Industria 4.0 non è stata costruita nessuna nuova politica simbolo. Il tentativo di Industria 5.0 è fallito, tra cambi di rotta e risorse riallocate. Ora i fondi vengono reintrodotti, ma attraverso artifici contabili che servono a non incidere formalmente sul deficit del 2025. È una tecnica già vista, che però ha mostrato tutti i suoi limiti: nonostante questi aggiustamenti, il deficit non è sceso al 3 per cento, fermandosi al 3.1 per cento, anche per spese aggiuntive emerse a fine anno. Troppe volte negli ultimi anni sono emerse spese impreviste, negli anni scorsi si poteva dire che era colpa della riclassificazione del superbonus, adesso non è più così. Evidentemente quel 3.1 per cento è frutto di qualche sottovalutazione di spesa.
Una lezione da questi anni si può già trarre: di troppi artifici contabili si rischia di vivere, ma anche di rimanere intrappolati. Se e quando usciremo dalla procedura d’infrazione, la tentazione di usare più deficit a fini elettorali sarà forte. Il nuovo artificio contabile si chiama riclassificazione di tutte le spese possibili come spese militari anche se non lo sono. L’Italia è passata da 1.2 a 2 per cento in un anno, chissà cosa si potrà fare se usciamo dai vincoli. Perché l’artificio funzioni bisogna però portare il deficit almeno al 3 per cento. Un bel rebus.