Non andrà tutto bene
Sul fronte del lavoro, si fa finta che tutto tornerà a essere come prima. Non è così. E non andrà tutto bene

(foto LaPresse)
Roma. “Nessuno perderà il posto di lavoro”, è stata la promessa del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e del ministro del Lavoro Nunzia Catalfo all’inizio dell’emergenza Covid. La traduzione in pratica di questa promessa sono stati da un lato le misure per fornire liquidità alle imprese e dall’altro il divieto di licenziamento e la cassa integrazione (Cig) generalizzata, due provvedimenti questi ultimi che la maggioranza vuole estendere fino alla fine dell’anno. Come hanno già scritto Andrea Garnero (il Foglio del 1 luglio) e Marco Pagano (il Foglio del 3 luglio) la proroga della cassa integrazione e del divieto di licenziamento non solo non risolveranno i problemi economici e occupazionali, semplicemente li rinvieranno a caro prezzo (le stime sono di circa 20 miliardi di euro), ma addirittura li aggraveranno.
Il divieto di licenziamento purtroppo non implica che le persone torneranno a lavorare, ma che manterranno – a salario ridotto attraverso la Cig – un posto di lavoro che rischia di essere solo fittizio. Inoltre questa misura blocca l’aggiustamento strutturale dell’economia, impedendo ad esempio ristrutturazioni, acquisizioni e fusioni di imprese che potrebbero farcela e invece rischiano di inabissarsi lentamente. Insomma, tutto ciò renderà la transizione molto più lenta e pesante.
A un certo punto bisognerà togliere il tappo alla pentola a pressione del lavoro, e a quel punto la disoccupazione ora mascherata da Cig uscirà fuori in maniera più dirompente. E nel frattempo avremo perso tempo e risorse. Per adesso ha trovato una “valvola di sfogo” sulle fasce lavorative più deboli, giovani e donne con contratti a tempo indeterminato, atipici o autonomi. Secondo i dati dell’Istat tra marzo e maggio si sono persi 380 mila posti di lavoro rispetto al trimestre precedente, ma il dato tendenziale è ancora più drammatico: rispetto a maggio 2020 quest’anno ci sono 613 mila posti di lavoro in meno, con un crollo di quasi il 20 per cento dei dipendenti a termine (-590 mila unità).
Di fronte a una recessione profondissima, attorno al 10 per cento del pil, l’esito non poteva essere diverso. La promessa del governo di fatto è già stata tradita. Ma questo è l’aspetto meno grave. Perché peggio dell’errore c’è la perseveranza. Ormai il governo si è legato mani e piedi a questo impegno e si vede costretto a proseguire sulla stessa strada, prorogando Cig e divieto di licenziamento. Tra l’altro in netta contraddizione con gli altri slogan di questa emergenza: cambierà tutto, servirà una grande trasformazione dell’economia. Mentre da un lato si dice che “nulla sarà come prima”, sul fronte del lavoro e delle attività produttive si fa finta che tutto tornerà a essere come prima. Perché questo è il presupposto del divieto di licenziamento e la proroga indefinita della Cig: che tutti torneranno ai loro vecchi posti di lavoro dopo uno choc temporaneo e non strutturale.
Purtroppo alla linea dell’esecutivo, governare la crisi del paese come se fosse una grande Alitalia, si sono accodati tutti: i sindacati perché pensano di salvaguardare i lavoratori, la Confindustria che punta a scaricare i costi sul bilancio pubblico, l’opposizione perché giocando di rimessa aspetta che scoppi il bubbone quando il governo dovrà togliere il divieto di licenziamento (perché presto o tardi accadrà). Così la classe dirigente italiana sta impiccando il paese a una promessa che non poteva e non potrà essere mantenuta.
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Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali
