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Superare la cassa integrazione

Estendere la Cig e il blocco dei licenziamenti per tutto il 2020? Meglio di no

Quando la proroga cesserà, la disoccupazione aumenterà lo stesso. Ma avremo sprecato soldi e ingessato la trasformazione produttiva. Occupazione -1,6%, dice l’Istat

3 Luglio 2020 alle 06:03

Estendere la Cig e il blocco dei licenziamenti per tutto il 2020? Meglio di no

Foto di Christopher Burns via Unsplash

Nel governo si sta discutendo se prorogare la cassa integrazione guadagni (Cig) in deroga e il blocco dei licenziamenti per tutto il 2020, quindi ben oltre il periodo di emergenza del lockdown. Occorre chiedersi se sia un provvedimento giusto, non solo perché la proroga della Cig ha un costo molto elevato per le casse dello stato (circa 4 miliardi al mese nel periodo di lockdown), ma anche in termini di efficienza economica. La Cig, al pari di simili meccanismi come il Kurzarbeit in Germania, ha un valido scopo: proteggere rapporti consolidati tra lavoratori e imprese che sono efficienti dal punto di vista produttivo, e che sarebbe difficile ricostituire dopo una crisi aziendale. Quindi per un’impresa fondamentalmente sana che si trova in una crisi temporanea e rischia di dover licenziare i propri dipendenti, la Cig gioca un ruolo simile ad altre misure di sostegno, come garanzie statali per l’accesso al credito: l’aiuta a superare la momentanea difficoltà per poter poi ricominciare a camminare con le sue gambe.

 

Occorre però chiedersi se tutte le imprese italiane attualmente in difficoltà siano in questa situazione, cioè temporaneamente a corto di liquidità ma strutturalmente sane, e quindi in grado di riemergere con bilanci in attivo dalla crisi una volta che la Cig e le altre misure di sostegno da parte dello stato saranno state rimosse – il che prima o poi dovrà comunque avvenire. Se così non fosse, protrarre la Cig per tutte le imprese che ne facciano richiesta significa solo prolungare rapporti di lavoro comunque destinati a finire.

   

Uno studio recente suggerisce che in realtà molte imprese italiane rischiano di emergere in dissesto dalla crisi: con Elena Carletti, Tommaso Oliviero, Loriana Pelizzon e Marti G. Subrahmanyam abbiamo analizzato i dati di bilancio di un campione di 80.972 imprese, e stimiamo che dopo tre mesi di lockdown le loro perdite siano tali che, nonostante i risparmi sul costo del personale dovuti alla Cig, circa il 16,7 per cento di esse – con circa 800 mila dipendenti – saranno insolventi a fine anno (“The Covid-19 shock and equity shortfall: firm-level evidence from Italy”, maggio 2020). E la percentuale delle imprese dissestate sarà ancor maggiore se dopo il lockdown la ripresa dell’economia sarà lenta e graduale, come sta già accadendo. Quindi per rispondere alla domanda: “E’ giusto protrarre la Cig per tutto l’anno?”, dobbiamo prima chiederci: “Quanto è persistente lo shock dovuto alla pandemia?”.

   

Di fronte a uno shock persistente, che richiede un aggiustamento strutturale dell’economia, protrarre la Cig ha costi molto alti in termini di efficienza. Lo dimostra un recente lavoro di Giulia Giupponi e Camille Landais (“Subsidizing labor hoarding in recessions: the employment & welfare effects of short time work”, maggio 2020) basato su dati Inps. Questi autori mostrano che, in seguito allo shock persistente causato dalla crisi finanziaria del 2011-12, le imprese meno produttive prima della crisi hanno fatto ricorso alla Cig molto più spesso delle imprese più produttive, ma non ne hanno beneficiato in alcun modo nel lungo periodo. E non ne hanno beneficiato neanche i loro dipendenti: tre anni dopo, questi avevano livelli di occupazione e di salario pari a quelli dei lavoratori licenziati da imprese simili. Solo i dipendenti delle imprese più produttive prima della crisi hanno beneficiato della Cig, se raffrontati con i lavoratori licenziati da imprese simili.

  

Giupponi e Landais concludono che la Cig ha sussidiato rapporti di lavoro a bassa produttività che non potevano resistere a uno shock persistente, spingendo i lavoratori a restare in imprese poco produttive.

  

La mancata redistribuzione di questi lavoratori verso imprese più produttive ha ridotto significativamente la crescita dell’occupazione nelle imprese più produttive. Il contenimento della disoccupazione ottenuto con la Cig è stato ottenuto a scapito della produttività complessiva dell’economia.

   

Quindi la domanda centrale è: quanto è persistente lo shock del Covid-19? Molti segnali, inclusi quelli che vengono dai mercati finanziari, suggeriscono che la pandemia stia provocando un cambiamento strutturale dell’economia, in cui interi settori sono destinati a ridimensionarsi, e altri – più resistenti al rischio sanitario e ambientale – a espandersi, come gli stessi esponenti del governo spesso sottolineano nelle proprie dichiarazioni. In una situazione di questo genere, occorre che sia il lavoro sia il capitale siano in grado di defluire dai settori destinati a contrarsi a quelli destinati a espandersi. Chiaramente i costi umani e sociali di questa ridistribuzione di risorse tra imprese e tra settori possono essere molto elevati, e perciò è importante attutirli con una rete di sicurezza pubblica. La Cig fornisce ai lavoratori delle imprese in crisi una rete di sicurezza, che il governo ha finora rafforzato con il blocco dei licenziamenti. Tuttavia questo non è l’unico modo per proteggere i lavoratori delle imprese in crisi, e soprattutto non è quello più efficiente in presenza di uno shock persistente. Una rete di sicurezza alternativa è l’indennità di disoccupazione (Naspi), che a differenza della Cig non è condizionata alla permanenza dei lavoratori nell’impresa originaria: modulando opportunamente la durata e il livello dell’indennità di disoccupazione, si potrebbe sostenere i lavoratori nella fase di ricerca di un nuovo lavoro in un’impresa più solida, invece di spingerli a restare in un’impresa in difficoltà.

   

Invece, accoppiata alla proroga del blocco dei licenziamenti, la proroga della Cig si trasformerà da temporaneo sostegno alle imprese in temporanea ingessatura dell’economia: un vano tentativo di garantire che “nessuno perda il lavoro a causa della crisi”, in una recessione inevitabilmente destinata a sfociare prima o poi in un calo dell’occupazione (come d’altronde già sta accadendo nonostante il blocco dei licenziamenti, visto che a marzo-maggio 2020 l’occupazione è scesa dell’1,6 per cento rispetto al trimestre precedente). Il blocco dei licenziamenti spingerà le imprese a chiedere la Cig anche per lavoratori che esse non vogliono continuare a impiegare, e che licenzieranno non appena terminerà la proroga. Fino ad allora, l’aggiustamento dei livelli di occupazione si scaricherà solo sui dipendenti a tempo determinato, sotto forma di mancato rinnovo dei loro contratti. Tuttavia lo stato non può protrarre la Cig e il blocco dei licenziamenti indefinitamente: quando queste politiche cesseranno, la disoccupazione aumenterà ugualmente, e nel frattempo si saranno sprecate grandi risorse che avrebbero potuto essere usate per promuovere i settori del futuro e per aiutare i lavoratori a ricollocarsi in imprese più solide.

  

Marco Pagano, Università di Napoli Federico II, Csef ed Eief

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