Enrico Preziosi, Genova, l’Italia ridotta a un museo e l’assurdo neostatalismo

Annalisa Chirico

Roma. Genova, per lui, è il Genoa, la squadra di calcio di cui si sbarazzerebbe volentieri. “E’ stato un peccato di vanità: se tornassi indietro, non lo rifarei – confessa al Foglio Enrico Preziosi, presidente del club rossoblu – Il calcio mi dà solo grattacapi. Di buono c’è che ho imparato ad apprezzare i genovesi, gente orgogliosa che vive di fatti, non parole”. A parte il calcio, l’imprenditore, di origine avellinese, è il fondatore dell’omonima multinazionale dei giocattoli, quella dei mitologici Gormiti, seconda in Europa dopo i danesi della Lego e quinta nel mondo. Ai funerali di stato per le 43 vittime del ponte Morandi, il presidente Preziosi c’era. “Non sopporto le cerimonie pompose né i posti con trenta porporati. Tra fischi e applausi è montato un clima da stadio del tutto inappropriato. Mi sono portato nel cuore lo sguardo di un bambino rimasto orfano di padre”. Preziosi attraversava due volte a settimana la lingua di cemento armato sul Polcevera. “Da Milano era un passaggio obbligato, ogni volta pensavo tra me: speriamo che tenga. Era un viadotto chiacchieratissimo, ingegneri ed esperti ne denunciavano i problemi strutturali e la necessità di una manutenzione straordinaria”. Facile, adesso, parlare di tragedia annunciata. “L’Italia è ferma alle infrastrutture di cinquant’anni fa, non si costruisce più nulla, da paese all’avanguardia siamo diventati un museo a cielo aperto incapace di conservare l’esistente. Una ragione prudenziale avrebbe suggerito di limitare il traffico”.

 

A Lugano, dove lei è residente, le autostrade sono pubbliche, gestite da enti pubblici. Ora in Italia il governo studia una possibile rinazionalizzazione. “In Svizzera si paga un bollo di circa trenta euro, della durata di un anno, che consente di utilizzare autostrade e superstrade senza costi aggiuntivi. I lavori di manutenzione si svolgono di notte per non intralciare il traffico: è segno di rispetto verso l’utente. Da noi invece la storia delle partecipazioni pubbliche è assai diversa. Chi vagheggia il ritorno allo stato padrone si scorda che cos’erano strade e viadotti in mano pubblica. La vera sfida è attirare capitali privati per mettere in sicurezza le opere esistenti vigilando sulla qualità del servizio gestito dal concessionario e sull’entità dei pedaggi applicati. Non è accettabile che le tariffe lievitino in assenza di investimenti adeguati”. Si riferisce ad Atlantia? “Cedere alla tentazione del capro espiatorio è sin troppo facile. I processi accerteranno le responsabilità dei singoli, dobbiamo aspettare. Il governo che pretende la revoca della concessione dovrebbe moderare i toni e fermarsi a riflettere”.

 

Dice che certe esternazioni suonano improvvide? “Beh, il decreto dignità fa più male che bene. Io stesso, a malincuore, dovrò mandare a casa un po’ di giovani. Chi governa dovrebbe avere esperienza del mondo, invece ho l’impressione che ci siano molta improvvisazione e scarsa competenza”. Il riflusso statalista si presta bene alla propaganda. “Non si può ricercare il consenso a ogni costo. Lo stato rischia di dover pagare penali ultramiliardarie, a carico della collettività, per ritrovarsi poi sprovvisto di risorse e competenze necessarie per realizzare opere urgenti”.

 

Un esempio: la Gronda di cui si discute da trent’anni. “In Italia pullulano una miriade di comitatini politicizzati specializzati nel dire no a tutto. La politica abbocca”. Cantiere è diventato sinonimo di mangiatoia, nel senso di mazzette. “La corruzione è sempre esistita, basta guardare i film di Totò e Alberto Sordi. In passato, i partiti partecipavano agli utili e il sistema stava in equilibrio. La sacrosanta lotta alla corruzione non deve bloccare il paese. Ho nostalgia dell’Italia operosa dove, nel pieno del boom economico, asfalto, industria e velocità elettrizzavano lo spirito nazionale. Oggi prevale un pessimismo che fa rima con fatalismo. Del resto, piangersi addosso è più comodo che faticare”. Lei, figlio di un orologiaio e di una maestra, ha lasciato giovanissimo il paese natale e si è inventato riparatore di guardrail, poi elettricista, venditore di lavatrici, fino all’intuizione di un garage. “Ero mosso dai bisogni primari, dovevo tirare a campare. Non avendo il denaro per affittare un vero negozio, esponevo i giocattoli acquistati all’ingrosso in un garage. Bastano chiodi e martello per fissare una mensola, nulla di trascendentale”.

 

Giochi Preziosi è un colosso del settore, con un fatturato di 800 milioni e piedi ben piantati in Italia (la sede legale è a Cogliate, nel milanese). Di recente, il patron ha messo alla porta i soci cinesi rilevando il cento percento delle azioni. “A quarant’anni dalla fondazione, sono tornato a essere il proprietario unico – scandisce Preziosi con una punta di orgoglio – Il prossimo anno la società sbarcherà in Borsa, e in autunno gli episodi dei Gormiti torneranno in tv. Ho creato un’azienda che è un vero gioiello, non ha mai preso neanche una multa”. A differenza del calcio che invece le ha procurato qualche guaio giudiziario. “Fosse per me, avrei già venduto”. Lei dice sempre così, eppure l’accordo con il finanziere Giulio Gallazzi sembrava cosa fatta. “La trattativa è saltata perché lui aveva bisogno di tempi più lunghi. Prima o poi, cederò a qualcuno più capiente di me”. Parola di Enrico Preziosi.

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