La spirale del protezionismo globale

Redazione

Anche la Germania scivola progressivamente nel gorgo protezionista. Berlino intende intervenire a tutela delle proprie imprese strategiche minacciate dalle acquisizioni non Ue (citofonare Cina), come ha fatto sapere il ministro dell’Economia tedesco, Peter Altmaier, intervenendo anche con il braccio diretto dello stato via KfW (la Cdp tedesca). Una questione di sicurezza nazionale, avverte il governo, ma a vincere è la pancia, dopo i casi industriali Kuka e 50Hertz, entrambe prede degli appetiti di Pechino. Ma perde il libero scambio se, anche le stesse autorità cinesi, pur dicendo che con la Germania non c’è nessuna guerra commerciale in atto, ammettono che una opposizione agli investimenti del Dragone esiste, che risponde mettendo barriere agli investimenti stranieri. La Francia di Macron è pronta a difendersi davanti all’avanzata di Pechino, lo dimostra la recente acquisizione della Linxens (fabbrica di chip elettronici) da parte del colosso Unigroup. A spaventare è il piano cinese, un concentrato di penetrazione commerciale e trasferimento tecnologico che ha addirittura messo in allarme i servizi d’intelligence europei, visto che, dietro alle mosse di Altmaier si cela il monito lanciato dal capo del servizio d’intelligence domestica tedesco, Hans-Georg Maassen, il quale ha detto che le partecipate dello stato cinese (State Grid Corporation of China, per fare un nome noto alle cronache italiane) possono mettere a repentaglio l’economia tedesca. Il protezionismo è diventato un fenomeno globale, a riprova che è una spirale incontrollabile per cui chi colpisce sarà colpito.

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