Il rischio concreto della paralisi di impresa per legge. Parla Simeon

Redazione

Roma. Lunedì il decreto dignità arriverà al Senato e sarà poco più di un passaggio formale visto che la discussione in Aula durerà al massimo 24 ore e si concluderà il giorno successivo, prima che il Parlamento chiuda per la pausa estiva. Il lavoro parlamentare sul testo che ha deluso imprenditori, sindacati e lavoratori, si è esaurito alla Camera. Uno dei problemi principali sta nella riduzione da 36 a 12 mesi della durata dei contratti a tempo determinato e la proroga possibile solo in casi eccezionali, che nel testo restano però vaghi. Le causali che rendono possibile il rinnovo sono imprecise e potrebbero portare a un fiorire di contenziosi legali tra lavoratore e datore di lavoro. C’è poi la questione del periodo transitorio. “Attualmente abbiamo un regime che vale fino al 14 luglio, poi uno che vale dal 14 luglio alla prossima settimana quando dovrebbe scattare un nuovo regime transitorio. Il problema del decreto, quindi, è nella sua applicazione concreta”, ha detto in un’intervista al foglio.it l’avvocato Giampiero Falasca dello studio Dla Piper evidenziando criticità in un impianto legislativo anacronistico e inefficace per alleviare il precariato com’è stato propagandato dal M5s. “Se veramente si voleva colpire il precariato – ha detto Falasca – bisognava intervenire sul lavoro nero, sulle false partite Iva, sulla disapplicazione dei contratti collettivi, sui falsi part time”.

 

Il provvedimento ha già irritato gli imprenditori a ogni latitudine del paese. Marco Simeon è imprenditore di terza generazione alla guida di un’impresa con 250 dipendenti e 60 milioni di fatturato, fondata da suo nonno in Friuli e che nel tempo si è estesa anche in Veneto, e anche lui è tra gli imprenditori in rivolta. “Non conosco nel dettaglio il decreto, ma posso dire che, dopo una prima ricognizione, abbiamo calcolato un effetto negativo limitato a una percentuale molto bassa di mancati rinnovi, tra il 2 e il 4 per cento della forza lavoro a tempo determinato. Ma mi permette di dirle una cosa? I nostri dipendenti sono molto fortunati, perché abbiamo un portafoglio ordini già completo per i prossimi due o tre anni. Nel nostro indotto, per esempio, le cose vanno molto peggio”. “Costruiamo involucri in acciaio e vetro per i building in giro per il mondo – continua Simeon – di recente la nostra azienda ha partecipato ai rifacimenti degli aeroporti di Orly e Charles De Gaulle in Francia, tanto per fare un esempio. Insomma, guadagniamo soldi quasi esclusivamente all’estero, ma paghiamo puntualmente le tasse in Italia”.

 

Simeon è diventato famoso come imprenditore qualche anno fa quando ha salvato dalla bancarotta un’azienda che ha partecipato alla costruzione del ponte di Calatrava a Venezia, ma poi, per un cavillo tecnico, ha rischiato di farsela demolire dai tecnici del comune, cosa che poi non è successa. Per dire che è un imprenditore abituato ai paradossi italiani. “Non capisco se la ‘dignità’ è per i lavoratori o per l’impresa. Se fosse per gli imprenditori la dignità è quella di sentirsi rappresentati dalla classe politica perché rappresentiamo l’Italia in giro per il mondo e portiamo soldi su questo territorio: noi facciamo il 99 per cento del fatturato all’estero e lo riportiamo in Italia. Per i lavoratori la dignità è quella di lasciare loro più soldi in busta paga rispetto al costo aziendale che rappresentano, e quindi ridurre il cuneo fiscale. Rappresentano un patrimonio aziendale per la continuità dell’impresa che senza di essi non potrebbe esistere. Sarebbe una follia mandarli a casa. Ma tra i nuovi assunti abbiamo una percentuale del 50 per cento di contratti a tempo determinato. Ebbene, in alcuni casi non riusciremo a tenerli, ma ci sono tantissime piccole aziende del nostro territorio in cui queste proporzioni sono invertite, cioè è la maggioranza dei nuovi assunti che andrà a casa a scadenza per il semplice motivo che queste realtà produttive lavorano su commesse di breve periodo e non possono permettersi di pianificare assunzioni di lungo periodo. Togliere loro una quota di flessibilità equivale a ucciderle”, dice Simeon.

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