Marchionne “one man risk” per i titoli della galassia Agnelli

Mariarosaria Marchesano

Roma. I mercati sono fatti così, puniscono l’incertezza. E ieri i titoli della galassia Agnelli (Fca, Ferrari, Cnh ed Exor) hanno bruciato 2,3 miliardi di capitalizzazione alla Borsa di Milano e subito forti perdite quelli quotati a Wall Street (Fca e Ferrari). A volte il dual listing può essere una maledizione. Oggi, invece, gli stessi titoli recuperano in parte terreno a Milano mostrando una sorta di “pentimento” da parte degli investitori. Del resto, le modalità dell’uscita di scena di Sergio Marchionne, le cui condizioni di salute sono precipitate all’improvviso, hanno spiazzato i mercati azionari con gli analisti che fin dall’apertura parlavano di “una brutta sorpresa”, di “una notizia che non ci aspettavamo”. Queste parole pronunciate da chi opera sui listini, vogliono dire: arriverà una raffica di vendite sulle società del Lingotto. Funziona così quando la figura di un manager come Marchionne diventa talmente centrale per un gruppo che gli investitori identificano lo stato di salute di quell’azienda con le sue capacità gestionali, con la sua visione, con la marcia in più che solo una determinata persona può imprimere. Quando accade questo fenomeno, gli analisti che determinano il “consensus” sul prezzo di un titolo in Borsa sono spesso disposti a conferire un “upgrade”, una sorta di valore aggiunto. Salvo poi consigliere lo smobilizzo da quella posizione quando si verifica un’uscita inattesa com’è avvenuto Marchionne. Ma non tutti la pensano così.

 

A Maranello non ci sarà distruzione di valore. Andrea Carzana, gestore azionario Europa di Columbia Threadneedle Investment, con 500 miliardi di dollari investiti a livello globale, spiega al Foglio di non aver venduto neanche un’azione di Ferrari, l’unico titolo della galassia Agnelli che il fondo ha in portafoglio e quello che è stato più penalizzato in Borsa (meno 5 per cento nella seduta del 23 luglio). Columbia detiene della società di Maranello un pacchetto di circa 330 mila azioni pari allo 0,17, che dopo il tonfo di ieri valeva circa 37 milioni (ma già oggi il titolo sta già recuperando).

 

“Siamo investitori istituzionali di lungo periodo in una fase in cui il mercato agisce d’impulso e in un’ottica di breve periodo”, dice Carzana, “Lunedì mattina mi sono domandato se l’uscita di Marchionne, che di Ferrari era presidente e amministratore delegato, avrebbe potuto determinare una diminuzione di valore per la società e mi sono risposto di no. Perché dovrebbe accadere? Ferrari ha una storia e fondamentali che prescindono da una singola figura manageriale. Anche se mi piacerebbe capire meglio se e in quale misura si parlerà del progetto dell’auto elettrica nel piano industriale che sarà presentato a settembre”. Carzana, che è basato a Londra, ha incontrato varie volte Marchionne durante le consuete presentazioni agli analisti. “In effetti – dice – ha sempre avuto una forte capacità di persuasione e di ispirare fiducia in quello che faceva. Marchionne è stato capace di creare valore con processi di scorporo e di quotazione di asset come ha fatto con Ferrari e come si accingeva a fare con Magneti Marelli. Sono cose che i mercati apprezzano. Ma spesso capita che proprio questo tipo di figura manageriale rappresenti per società quotate il classico ‘one man risk’ per il potere decisionale che catalizza”.

 

Meglio una governance decentrata. Proprio per non correre questo rischio, aggiunge il gestore, la strategia di investimento di Columbia predilige aziende che hanno una corporate governance basata su un decentramento di funzioni con manager operativi a capo di singole divisioni che fanno capo ad un amministratore delegato, il quale ha più una funzione di coordinamento che decisionale. “Quando analizziamo una società per decidere se investire, cerchiamo di conoscere a fondo chi gestisce il business e anche in che modo viene remunerato. Tanto per fare un esempio, ci sono amministratori delegati che portano a casa profitti facendo acquisizioni di aziende in utile. Ma così è troppo facile. Per noi, invece, l’unico modo per misurare il potenziale di un’azienda è il ritorno sugli investimenti dettato dalla capacità intrinseca di essere profittevole”, conclude il gestore del fondo Columbia che ha in portafoglio diverse aziende italiane tra cui, Campari, Inwitt, Eitower, Moncler, Pirelli e Brunello Cucinelli.

 

Il paragone con la Apple di Steve Jobs. Non è un caso isolato quello accaduto ieri sulle Borse italiana e americana con i titoli dell’universo Fca, ma per il valore simbolico di una multinazionale conosciuta in tutto il mondo, è paragonabile solo a quanto accadde nel 2011 con le azioni di Apple a Wall Street con la notizia dell’aggravarsi della malattia di Steve Jobs. Gli analisti ritennero che Jobs fosse un elemento insostituibile per la strategia della società di Cupertino, ma poi sappiamo com’è andata in seguito e la speranza è che anche il Lingotto percorra una strada analoga. 

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