Cantonata all’Ilva

Redazione

A essere tendenziosi si direbbe che l’andirivieni di pareri verso l’ufficio del ministro dello Sviluppo, Luigi Di Maio, su presunte irregolarità nella gara per l’assegnazione dell’Ilva serva a creare una cortina di propaganda: se il soccorso dovesse andare male per la rinuncia di ArcelorMittal, o se il M5s vuole farlo andare male, la documentazione servirebbe a scaricare la colpa sul precedente esecutivo. Siccome non siamo tendenziosi infiliamo la testa nella cortina.

  

Il giro di pareri inizia con una lettera di Michele Emiliano che denuncia sospette irregolarità (senza precisare) al Mise. Il presidente della Puglia suggeriva di coinvolgere l’Anac, l’Autorità anticorruzione che vigila sugli appalti pubblici. Giovedì l’Anac ha risposto a Di Maio con un parere. Il presidente Raffaele Cantone, un altro funzionario minacciato di rimozione dal governo, ha risposto per cortesia istituzionale pur ammettendo di esprimersi sulla base degli elementi comunicati dal ministero senza “avere proceduto né potere procedere a specifici accertamenti”. Parliamo infatti di una trattativa privata per la ristrutturazione di un’azienda in amministrazione straordinaria, mica di una gara d’appalto. L’Anac pare confondere le cose suggerendo, tra le righe, che come criterio non è stato usato il massimo ribasso, ovvero scegliere il peggiore offerente, in nome della concorrenza. Un assurdo.

  

L’offerta di AcciaiItalia era più bassa di 600 milioni e tratteggiava solo gli interventi ambientali. Arcelor ieri ha comunicato di voler migliorare gli impegni e rafforzare le prestazioni ambientali. L’interesse pubblico, che Di Maio vorrebbe tutelare, starebbe, come da sentenza della Corte costituzionale (n. 182, 2017), nelle esigenze di celerità della procedura. Annullare la gara di 13 mesi fa va nel senso opposto. Un nonsense.

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