La pillola avvelenata di Emiliano all'Ilva che Di Maio ingoia con gioia (e i tarantini?)

Alberto Brambilla

Roma. Il ministro dello Sviluppo, Luigi Di Maio, con quello che sembra un gioco di sponda con Michele Emiliano, accoglie "prendendo atto" una lettera in cui il presidente della Regione Puglia denuncia sospetti di irregolarità sulla gara che ha aggiudicato il Gruppo Ilva ad ArcelorMittal l'anno scorso.  

   

Nella lettera – che pubblichiamo qui – Emiliano parla di "zone d'ombra" non chiarite. Sostiene che l'offerta migliore fosse quella della cordata concorrente Acciaitalia sostenuta da Arvedi, Leonardo Del Vecchio e l'indiana Jindal e poi sciolta. Il mese scorso Jindal, con l'obiettivo di trovare un ingresso in Europa, si era proposta di rilevare anche lo stabilimento di Piombino ma l'ipotesi non si è concretizzata. La compagnia indiana è dunque sparita dall'Italia mentre ArcelorMittal si è impegnata a chiudere tre suoi cluster europei per adempiere alle richieste della Direzione generale concorrenza della Commissione europea così da rilevare Ilva senza sospetti di monopolio di mercato.

  

Emiliano insiste sulla "decarbonizzazione" dell'impianto proposta dalla cordata Acciaitalia – ormai defunta – con tecnologie che però avrebbero cambiato l'assetto produttivo di Ilva al punto da rendere difficilmente compatibile la piena occupazione con una siderurgia non più a ciclo integrale qual è lo stabilimento tarantino. 

   

Dopo ricorsi al Tribunale amministrativo Emiliano sta dunque perseguendo pervicacemente l'obiettivo di fare allontanare il potenziale investitore ArceloMittal? E' da capire quale potere abbia Emiliano di intervenire ex post su una gara pubblica e su una trattativa privata in corso riguardante al momento i livelli occupazionali. Di Maio, accogliendo la richiesta, mostra di assecondare il governatore pugliese e dopo avere prorogato di tre mesi, da giugno a settembre, l'inizio effettivo della gestione ArcelorMittal sembra assecondarne anche gli obiettivi. 

  

Resta da domandarsi cosa ne pensano i 13.700 operai del Gruppo Ilva, i tarantini e soprattutto i sindacati se effettivamente dopo questo sbarramento ArcelorMittal dovesse decidere di rinunciare all'operazione di soccorso e ristrutturazione del gruppo siderurgico. 

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