Perché povertà e lavoro sono maltrattati nel dibattito pubblico

Marco Fortis

Pochi aspetti dell’economia e della società italiana sono tanto bistrattati nel dibattito politico e mediatico quanto le dinamiche della povertà e del mercato del lavoro. I dati dell’Istat sono ottimi e abbondanti ma anziché leggerli con la dovuta attenzione molti politici ed opinionisti li interpretano a loro discrezione alimentando confusione anziché produrre analisi chiare. Di queste ultime ci sarebbe invece bisogno e ne trarrebbe beneficio anche l'attuale governo per non rischiare di incorrere in clamorosi errori decisionali che determinerebbero un peggioramento anziché un miglioramento del disagio sociale e della disoccupazione. Anziché combattere la povertà con misure assistenzialistiche e contrastare il precariato con irrigidimenti anacronistici del mercato del lavoro la strada maestra dovrebbe essere quella della crescita, del potenziamento del reddito di inclusione e del completamento del Jobs Act (a cominciare dalla effettiva operatività dei centri per l’impiego) e non della sua abolizione.

 

Mettere alcuni dati in fila può aiutare ad uscire dalla sindrome da campagna elettorale permanente e dal tormentone degli slogan ad effetto tipo che “gli italiani sono sempre più poveri” o che “crescono i posti di lavoro ma sono soprattutto precari”.

 

Il primo numero da tenere a mente è che nel 2017 in Italia gli individui in condizioni di povertà assoluta, cioè non in grado di raggiungere un livello mensile di spesa tale da permettere uno standard di vita minimamente accettabile, sono stati stimati dall'Istat in circa 5 milioni. Pochi però hanno sottolineato che 1,6 milioni di individui poveri sono costituiti da stranieri. E che il gruppo sociale con il maggior numero di poveri dei nove stilizzati dal Rapporto annuale dell’Istat è quello delle famiglie a basso reddito con stranieri, in cui l'incidenza della povertà assoluta raggiunge il 33 per cento (uno straniero su tre cioè è povero). Per contro, i due gruppi sociali di italiani con la popolazione più numerosa (in entrambi i casi superiore agli 11 milioni di individui) sono le “famiglie di operai in pensione” e le “famiglie di impiegati”. In questi due gruppi sociali, che con oltre 22,8 milioni di persone rappresentano da soli oltre il 40 per cento della popolazione del paese esclusi gli stranieri, l’incidenza della povertà assoluta è molto bassa, pari, rispettivamente, al 4,6 per cento e al 2,6 per cento. Altrettanto bassa è l'incidenza della povertà assoluta tra i “giovani blue collar”, tra le “pensioni d’argento” e tra la “classe dirigente”. In sostanza, l’emergenza maggiore della povertà, volendola vedere in chiave nazional-populista, è rappresentata principalmente dal restante milione circa di poveri “italiani in famiglie a basso reddito” e dalle 600 mila persone povere appartenenti al gruppo “anziane sole e giovani disoccupati”, che tuttavia sono ben distanti per numerosità dal milione e 600 mila circa di individui stranieri poveri.

 

Sulla base dei dati sopracitati emerge dunque una rilevante contraddizione di fondo nell’attuale linea di governo su immigrazione e povertà. E cioè che da un lato un partito di governo, la Lega, punta a bloccare l’immigrazione mentre un altro, il M5s, punta invece a varare il reddito di cittadinanza il cui maggior beneficiario sarebbe però proprio il gruppo sociale degli stranieri poveri a cui la Lega non strizza di certo l’occhio.

 

Cambiando prospettiva di analisi, distinguendo tra italiani e stranieri e considerando le diverse aree geografiche, notiamo poi che la realtà con il numero di poveri di gran lunga maggiore è rappresentata dagli italiani del Mezzogiorno, pari nel 2017 a ben 2 milioni e 35 mila individui su circa 3,4 milioni di italiani in povertà assoluta, seguiti da un milione e 25 mila italiani poveri al nord e da ben 903 mila stranieri poveri al nord. Al nord e al centro la metà circa degli individui in povertà assoluta è costituita da stranieri. Gli italiani poveri sono solo il 4,2 per cento al nord e il 3,6 per cento al centro. Mentre nel Mezzogiorno il rapporto tra gli italiani poveri, ammesso che la loro stima sia esatta, e gli stranieri poveri è di oltre 6 a 1. C’è dunque un evidente rischio, al netto del numero di stranieri poveri, di drammatizzare troppo il tema della povertà assoluta in Italia: un tema indubbiamente delicato e preoccupante, sia chiaro, ma socialmente non così esplosivo come apparirebbe da una lettura troppo superficiale e semplicistica delle statistiche.

 

Quanto ai dati sull’occupazione è bene ricordare che secondo l’Istat il numero record di occupati prima della crisi fu toccato nell'aprile 2008 con 23 milioni e 176 mila posti di lavoro. Poi gli occupati diminuirono di oltre 1 milione di persone in poco meno di 6 anni, a causa sia della recessione sia dell'austerità. Mentre dall'inizio del governo Renzi fino al maggio di quest'anno sono stati creati 1 milione e 216 mila nuovi posti di lavoro con un nuovo odierno record storico di occupati a quota 23 milioni e 382 mila.

 

Tuttavia, questi dati vengono criticati dalle forze politiche che costituiscono l'attuale maggioranza di governo, sulla base di due argomentazioni principali. La prima è che finite le decontribuzioni le imprese avrebbero iniziato a licenziare. Ciò però non è accaduto affatto come ha rilevato anche l’Inps. La seconda argomentazione critica è che il Jobs Act avrebbe creato precariato e non posti di lavoro stabili. Anche questa affermazione però non corrisponde al vero perché i posti di lavoro dipendenti a tempo indeterminato sono cresciuti di ben 536 mila unità dal febbraio 2014 ad oggi. E mancano ormai solo 65 mila posti di lavoro stabili per tornare al precedente picco pre-crisi di dipendenti permanenti.

I lavoratori dipendenti a tempo determinato sono cresciuti molto anch’essi, di oltre 800 mila unità dal febbraio 2014 a maggio 2018. Si tratta di precariato? Sono forse tutti “rider” iper-sfruttati dal capitalismo globale? No. Questi nuovi posti di lavoro a termine sono andati semplicemente a sostituire per la grande maggioranza lavoratori indipendenti spazzati via per sempre dalla precedente crisi 2008-2013 o vecchio precariato prima registrato come indipendente o a soddisfare nuova domanda di lavoro a tempo determinato nel turismo e nel commercio, settori che sono cresciuti tantissimo nel 2014-2018, dando una considerevole spinta all’economia. Ma proprio questi settori sarebbero ora notevolmente danneggiati da misure restrittive del lavoro a termine come quelle prefigurate dal decreto dignità.

 

In conclusione, irrigidire il mercato del lavoro non è di certo il miglior modo per combattere la povertà. Né si creeranno nuovi posti di lavoro e vero sviluppo con misure puramente assistenziali a sostegno della povertà stessa.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.