Harley-Davidson in fuga dai dazi

Enrico Cicchetti

A inizio marzo, il presidente della Commissione europea, Jean Claude Junckerl'aveva messa nella lista dei prodotti americani da colpire, come rappresaglia contro i dazi di Trump: "Tasseremo Harley-Davidson, Bourbon e Levis". Harley-Davidson, uno dei marchi più americani che ci sia, era già in crisi – nel 2017 le vendite sono scese dell’8,5 per cento –  e ora prevede anche di spostare la produzione di motociclette lontano dagli Stati Uniti, per evitare l'onere "sostanziale" delle nuove tariffe dell'Unione europea, introdotte la scorsa settimana.

    

La società, con sede nel Wisconsin, ha stabilimenti di assemblaggio in Australia, Brasile, India e Tailandia, e ha detto che aumenterà gli investimenti nei suoi stabilimenti internazionali, senza specificare quali. L'azienda ha dichiarato di aspettarsi un aumento della produzione entro 9 o 18 mesi. È una delle conseguenze più visibili delle dispute commerciali innescate dalla decisione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di imporre tariffe su acciaio e alluminio. Harley-Davidson, che ha ottenuto circa il 40 per cento delle sue entrate dalle vendite internazionali lo scorso anno, conferma che cercherà di mantenere una parte della produzione negli Stati Uniti, dove l'azienda impiegava circa 2.100 persone negli impianti di produzione, ma che le tariffe hanno reso la delocalizzazione "l'unica opzione sostenibile per rendere le sue moto accessibili ai clienti nell'Ue e mantenere un'attività redditizia in Europa".

   

I dazi aumenterebbero in media di 2.200 dollari per ogni moto esportata nell'Unione dagli Stati Uniti, poiché la tassa di importazione ne aumenta dal 6 per cento al 31 per cento il costo. Riversare questi costi sui clienti "avrebbe un impatto negativo immediato e duraturo sulle sue attività nella regione", ha affermato l'azienda. L'azienda aveva tra l'altro già annunciato piani per la chiusura di un impianto a Kansas City, nel Missouri.

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