“Produttività”, la parola che serve all’economia italiana è quella che manca nel “Contratto di governo”

Francesco Lippi

Il “Contratto per il Governo del Cambiamento” di Lega e M5S rivela la volontà di un cambio radicale nella condotta delle politiche economiche. Ciò non sorprende considerato che da oltre due decenni l’economia italiana registra i tassi di crescita del reddito più bassi tra i paesi Ocse. Il contratto individua una serie di punti chiave su cui agire: riduzione delle aliquote Irpef (flat tax) e un parziale smantellamento della riforma previdenziale Fornero (entrambi da finanziare con nuovo debito), maggiori trasferimenti ai disoccupati (reddito di cittadinanza), limitazioni alla concorrenza (ulteriore freno alla direttiva Bolkenstein), protezione degli interessi delle piccole imprese italiane, e lo stanziamento di nuovi sussidi per alcune grandi (Ilva, Alitalia). Altre proposte, meno definite, riguardano l’eventuale modifica delle politiche comunitarie.

 

C’è un grande assente nel programma: la produttività delle imprese italiane. Che cos’é la produttività? È una misura dell’efficienza d’uso dei fattori di produzione (capitale e lavoro). Un suo aumento porta alla crescita del valore prodotto, a parità di fattori utilizzati, che si traduce in stipendi più elevati (lavoro) e maggiori profitti (capitale). Il concetto di produttività non compare mai nelle 58 pagine del contratto, e nemmeno compare nel discorso di fiducia alle Camere del presidente del consiglio Giuseppe Conte. Questa assenza preoccupa perché nel cattivo andamento della produttività risiede la prima causa della nostra stagnazione: nelle economie sviluppate, a differenza dei paesi in via di sviluppo, é soprattutto dall’aumento della produttività che viene la crescita. Per esempio la robotica computerizzata consente una gestione efficiente dei magazzini e una ottimizzazione degli spazi che un tempo erano impensabili (Ikea, Amazon). In generale, la diffusione delle Information Technologies, in ritardo nelle piccole e medie imprese italiane rispetto al resto del mondo avanzato, porta guadagni di efficienza che si riflettono in maggior prodotto e maggiore remunerazione per i fattori produttivi. Di questo si accorgono ogni anno i cittadini italiani quando, in occasione della diffusione dei dati sui salari dei paesi Ocse, vedono l’Italia nelle posizioni di coda: il prodotto pro capite per ora lavorata, che riflette la produttività media, è basso rispetto agli altri paesi ed è piatto da tre decenni, mentre altrove cresce. Inoltre, caso unico tra i grandi paesi europei, in Italia la produttività cresce poco anche nella manifattura.

 


Produttività oraria del lavoro (1995=100) ; Fonte Eurostat


 

I paesi che prosperano, quelli in cui tanti dei nostri migliori laureati si trasferiscono a lavorare in misura sempre maggiore, come Francia, Germania, Danimarca e Regno Unito, sono paesi dove si guadagna di più perché il lavoro è meglio organizzato. Ma ciò non è dovuto al diverso livello della spesa pubblica, dei trasferimenti o delle svalutazioni monetarie e nemmeno al diverso livello del debito pubblico. E’ dovuto al fatto che in questi paesi riescono a farsi strada e a crescere quelle realtà economiche che sono più efficienti, mentre in Italia, a parte poche interessanti eccezioni, sopravvivono moltissime imprese di piccole dimensioni che sono poco produttive e non crescono (si veda lo studio di Bankitalia curato da Bugamelli e Lotti).

 

Qual è il compito della politica economica? La natura aleatoria del progresso tecnico rende impossibile che la soluzione sia affidata a un singolo agente, che sia il ministero dello Sviluppo economico o qualche grande impresa. Qui non si tratta di costruire ferrovie e aeroporti ma di creare il terreno perché nascano le Facebook, Eataly e Booking.com del futuro. La strategia per favorire la diffusione dell’innovazione è quella di avere capitale umano qualificato che sappia sfruttare le opportunità offerte dalle nuove tecniche, lasciando che le novità di successo si affermino sul mercato, senza difendere le posizioni di rendita acquisite dai leader di oggi (politiche della concorrenza). Molti fattori in Italia congiurano contro questo fine: un’Autorità garante della concorrenza poco incisiva e formalista, il livello minimo di ricerca e sviluppo, un sistema finanziario incapace di finanziare le promesse del futuro e di riallocare il capitale attualmente mal gestito (i volumi di venture capital e private equity in Italia sono minuscoli rispetto al resto d’Europa), un sistema giudiziario civile e amministrativo lento e inefficiente.

 

Non sorprende che dal 1992, anno del mercato unico europeo, il flusso annuale dei laureati che lasciano il paese sia aumentato di 22 volte, 5 volte di più di quello degli emigrati senza laurea. Se ne vanno i più bravi. Sorprende invece che a fronte di una situazione cosi drammatica il contratto si concentri su aspetti economici relativi a politiche di trasferimento (le pensioni, il reddito di cittadinanza) e sulla flat tax. Non viene riconosciuta la natura del problema di fondo della nostra economia, anzi alcune delle proposte sono controproducenti: elargire nuovi sussidi a imprese che non funzionano, come Ilva e Alitalia, è il contrario di ciò che si deve fare, perché cosi si tiene in vita la parte meno produttiva dell’economia, frenando la crescita. Meglio sarebbe tutelare i lavoratori, non le aziende, aiutandoli a reinserirsi in un mercato del lavoro che cambia spesso ma che presenta, anche in Italia, molte giovani aziende di successo a cui dovrebbe essere lasciato campo aperto per crescere e affermarsi.

 

Certo i cambiamenti portati dalle nuove tecnologie comportano costi di aggiustamento che richiedono appropriati ammortizzatori sul mercato del lavoro. Ma rinunciare ad affrontare il cambiamento, erigendo muri e barriere a difesa dei vecchi campioni nazionali ormai improduttivi, vuol dire rimanere attaccati a un mondo che non c’è più, scegliendo inevitabilmente di impoverirsi. Che paese sarebbe l’Italia di oggi se, invece di abbracciare lo sviluppo industriale e il cambiamento, negli anni del Dopoguerra si fosse arroccata a difendere gli interessi delle lobby agricole del tempo? La storia fornisce non pochi esempi di paesi che, incapaci di ammodernare le proprie istituzioni e regole, sono tornati indietro nella scala dello sviluppo.

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