L'opposizione di Confindustria

Giuseppe De Filippi

Governativa con convinzione la Confindustria, ma col governo in carica. Ben rappresentato nella mattinata dell’assemblea all’auditorium romano, con Paolo Gentiloni a prendersi, col suo mezzo sorriso, un tributo di lunghissimi applausi imprenditoriali. Tanti ministri uscenti, pochi ministrabili entranti. Assenza totale di 5 Stelle con qualche ruolo istituzionale, da Roberto Fico in giù (il presidente della Camera era in Sicilia per la commemorazione di Giovanni Falcone, ma altri grillini di spicco non si sono fatti comunque vedere), qualche leghista si fa invece vedere. Dentro quindi, nella sala dell’orgoglio confindustriale, si poteva correre il rischio di una specie di rievocazione, ma fatta a governo Gentiloni non solo fisicamente presente ma ancora formalmente insediato, anche se per poche ore, con la notizia della convocazione al Quirinale di Giuseppe Conte arrivata qualche decina di minuti dopo la fine del discorso di Vincenzo Boccia.

   

Una rimpatriata, un “come eravamo”, ma consumati lì per lì, mentre i provvedimenti dei governi della precedente legislatura ancora stanno esprimendo le loro potenzialità. Rischio acuito dalla presenza di Carlo Calenda, unico altro a parlare, come da tradizione, dopo il presidente di Confindustria. Emozionato per essere “nel posto giusto in cui chiudere questa esperienza di governo”, nel posto in cui ci sono le persone che “hanno fatto la nostra crescita economica di questi anni”. Però, mentre si rivivevano mesi e mesi di rapporti basati sul dialogo fattivo tra le imprese e un ministro che conosce il mondo produttivo, si dava anche avvio a qualcosa di nuovo. La malinconia delle rimpatriate rintuzzata da una specie di programma ombra per i prossimi tempi. Nella sala chiusa, unita al mondo esterno solo dal wi-fi, riempita della versione italiana del concetto di establishment, e attraversata da ondate di applausi sinceri e forti per i passaggi identitari e per quelli propositivi e perfino per quelli dialoganti della relazione di Boccia, stava anche nascendo l’unico luogo politico (non si arrabbino i confindustriali che rifuggono dalla politicizzazione esplicita) o semi-politico di contropotere, di opposizione, di alternativa. L’unica forma strutturata e organizzata, con presenza nazionale e capacità di influenza, in grado di contrastare quel libro degli incubi contrattato tra 5 Stelle e Lega.

   

Confindustria all'attacco del governo sfascista

“La politica non deve indebolire l'economia”, dice Boccia. “Servono riforme e un governo stabile e credibile”. Bisogna salvaguardare l'Europa e le infrastrutture (dalla Tav al Tap). Calenda su Ilva: "Il governo pronto a mettere ulteriori risorse"

  

   

I richiami all'Europa fin da subito, in apertura, citando Gianni Agnelli (“per essere italiani nel mondo dobbiamo essere europei in Italia”), passando per Faust, con i disastri che seguono alla mefistofelica tentazione di stampare moneta a piacimento, fino alla Margaret Thatcher, non proprio un classico ai piani alti di Confindustria e invece messa nella posizione d’onore, quella di chiusura, che, cartesianamente, dimostra come “diventiamo ciò che pensiamo”. Opposizione quindi, ma affidata al polo europeo (senza dimenticare che anche in Europa ci si deve impegnare contro regole sbagliate, a partire da quelle troppo stringenti su credito, banche, requisiti di capitale) e alla forza delle idee e delle analisi ben fatte, perché, appunto, diventiamo ciò che pensiamo e non ciò che, in modo raffazzonato e senza una logica, viene sparato in un programma di governo. E perciò, sottilmente, opposizione che all’occorrenza diventerà anche dialogante e alle strette anche fornitrice di contenuti. Sarà l’intelligenza della politica, non delle persone ma proprio della politica in sé, ad aprire questa strada e a fornire a un governo in presumibile difficoltà qualche strumento da utilizzare per provare a tenere sotto controllo sviluppi che potrebbero essere molto pericolosi. Diventiamo ciò che pensiamo, ed è bene che qualcuno continui a pensare.

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