La pazza idea di tutelare i debitori insolventi minaccia le banche

Ugo Bertone

Milano. Delle due l’una: o Klaus-Anders Nysteen, l’amministratore delegato della svedese Hoist Finance, specializzata nei crediti in sofferenza, non ha paura delle tempeste come i suoi antenati vichinghi, oppure ha manifestato l’intenzione di rafforzare la presenza prima di aver avuto modo di leggere il capitolo del contratto di governo giallo-verde dedicato “Banca per gli investimenti e risparmio”. In particolare, quelle poche righe in cui si fa sapere che “in materia di recupero forzato dei crediti da parte di banche e società finanziarie, intendiamo sopprimere qualunque norma che consenta di poter agire nei confronti dei cittadini debitori senza la preventiva autorizzazione dell’autorità giudiziaria”.

 

Certo, il passaggio lascia spazio a varie interpretazioni. Ma, vista la cornice in cui è inserito, gli addetti ai lavori hanno – probabilmente non a torto – pensato al peggio: il rischio è che una battuta d’arresto nell’attività di recupero dei crediti possa interrompere il circuito virtuoso che negli ultimi mesi ha favorito la discesa delle sofferenze bancarie, calate ad aprile sotto la soglia dei 60 miliardi (59,3 miliardi contro 64,1). Un intoppo di non poco conto per un sistema che dopo tante false partenze, sembrava avviato ad un rapido recupero in scia ad Intesa, protagonista un mese fa di un accordo con un altro gigante scandinavo del settore, Intrum.

 

Il rischio è che la valutazione dei crediti in sofferenza torni a scendere dai livelli raggiunti dall’operazione della banca guidata da Carlo Messina, già destinati a fare da benchmark per il settore. L’effetto sarebbe assai preoccupante per l’impatto sui livelli di redditività dell’industria, visto l’aumento del livello del rischio che la banca si assume (e per l’aumento dei costi operativi). Ma anche per i costi e i criteri più severi dei nuovi prestiti. L’effetto si è subito fatto sentire sui titoli del settore. Banca Ifis, uno degli istituti più attivi ed efficienti nell’acquisto di sofferenze e di crediti deteriorati, ieri ha ceduto in Piazza Affari l’1,5 per cento che va ad aggiungersi al 5,48 per cento di venerdì quando sul mercato è piovuta la doccia scozzese. Il titolo, trattato a 28,34 euro, è scivolato ai minimi da febbraio 2017.

 

Fa peggio Do Bank, altra matricola specializzata nella gestione e del recupero di crediti deteriorati per conto di banche ed industrie, ha accusato in due sedute una perdita del 10 per cento abbondante. Tiene meglio il Cerved, che riduce il salasso a pochi decimali dopo il tonfo di venerdì quando ha perduto il 5 per cento circa. Questo perché il contratto che lega la società alle sofferenze acquisite nell’accordo con Monte Paschi sembra così blindato da reggere alle cattive sorprese. Ma di questi tempi prevale, in generale, l’attesa del peggio: rischio Italia, vendite sui finanziari, paura di sgradite novità sul recupero crediti. Il cocktail, alimentato dall’incertezza e dalla sensazione di improvvisazione che si respira, rischia di andare davvero per traverso. Nel frattempo gli addetti ai lavori cercano di venire a capo di che cosa si intenda per “la soppressione di qualunque norma” che consenta di agire sui debitori senza la preventiva autorizzazione del giudice. I più ottimisti tendono a limitare la portata della novità. Un operatore anonimo tende a ridimensionare l’impatto del passaggio del contratto. “Anche nell’interpretazione peggiore – sostiene un analista interpellato da Reuters – il riferimento è ai cittadini debitori, quindi stiamo parlando di credito ai privati, non più del 10-20 per cento delle sofferenze, mentre il resto riguarda le società”. Altri non sono così sereni. “Se ogni credito – sbotta un manager che vuol restare anonimo – avrà necessità di un decreto ingiuntivo, come potrà la macchina giudiziaria sopportarlo? Sarebbe oltretutto in antitesi con le finalità di snellimento delle procedure giudiziarie. Banche e società finanziarie si porrebbero più domande sulla convenienza di concedere un prestito, con un impatto sui costi”. L’ennesimo boomerang della rivoluzione casareccia.

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