L'Europa nella doppia morsa sino-americana

Gabriele Moccia

Nella partita delle sanzioni all’Iran l’Europa è l’osservato speciale, stretta sempre di più nella doppia morsa delle iniziative trumpiste da un lato e, dall’altro, dalle mosse che si fanno via via più aggressive del blocco russo-cinese. Se gli Usa puntano – per utilizzare le parole della portavoce del Dipartimento di Stato Heater Nauert – a dar vita ad una “coalizione globale” contro il regime di Teheran, come ha detto lo stesso presidente francese Macron le minacce del presidente americano Donald Trump di punire le aziende europee che commerciano con l'Iran e i dazi doganali Usa su acciaio e alluminio sono "test di sovranità sulle dimensioni reali dell'Europa”.

 

Il braccio di ferro che Bruxelles ha, dunque, voluto ingaggiare potrebbe però presto dover fare i conti non solo con le prevedibili contromosse di Washington, ma anche con l’interesse della Cina e della Russia di riaccaparrarsi la special relationship con il regime degli ayatollah. Non è un caso che, proprio nei giorni della tempesta sul nucleare iraniano, Teheran abbia firmato un accordo per la creazione di una zona di libero scambio con l’Unione economica euroasiatica, la longa manus economico-commerciale di Mosca nelle diverse repubbliche ex sovietiche. L'accordo, di durata triennale, stabilisce un meccanismo efficace per la risoluzione delle controversie, incluso l'arbitrato. Crea anche un comitato congiunto di alti funzionari e stabilisce un dialogo commerciale.

 

Nel giro di qualche settimana il Cremlino – come fanno notare alcune fonti diplomatiche – ha messo in campo una operazione di ribilanciamento degli sbocchi commerciali dell’alleato iraniano, offrendogli un ombrello protettivo. Una mossa che serve ad incassare l’appoggio degli ayatollah ad una delle partite principali di Putin, quella energetica. La Russia è infatti il perno del fragile equilibrio costruito dentro e fuori l’Opec per il rilancio dell’industria petrolifera attraverso l’aumento del prezzo del barile che l’Iran ha difficilmente digerito in prima battuta, ma che ora è pronta ad accettare in cambio dell’appoggio di Mosca nella complicata partita delle sanzioni.

 

Basta, del resto, guardare ai numeri: nel luglio 2015, le esportazioni di petrolio dell'Iran sono crollate a un milione di barili al giorno. La cancellazione delle restrizioni economiche dopo l’accordo di Vienna ha consentito all'Iran di aumentare la sua produzione fino a 3,9 milioni di barili al giorno e di esportare una media di 2,5 milioni di barili al giorno. L’Opec si è già detta pronta a compensare eventuali cali di produzioni iraniani ma è chiaro che gli ayatollah faranno di tutto per evitare di essere messi all’angolo. Nel mostrarsi compatta contro le mosse americane, l’Europa, dunque, si mostra in realtà la sua debolezza procedendo un ordine sparso.

 

La Merkel è già volata in queste ore a Sochi per un incontro bilaterale con lo stesso presidente Putin. Sul piatto dei negoziati un menù decisamente antitrumpista, partendo dalla scelta di proseguire sui lavori per il completamento del Nord Stream 2, ad una linea più accondiscendente con Mosca sull’Ucraina, per finire con il rilancio delle contromisure per sterilizzare gli effetti sulle imprese tedesche e sugli affari di Stato russi con la repubblica islamica. Anche il presidente francese Macron, di sua iniziativa, sul tema Iran sembra già essersi buttato nelle mani di Putin e sarà presente al prossimo Forum internazionale di San Pietroburgo (la Davos russa) intervenendo probabilmente proprio sul tema delle sanzioni. La Francia è stato uno dei primi paesi a credere nelle opportunità economiche post-viennesi, anche se al vertice di Sofia Macron (beffardamente) ha detto che la Francia ha come priorità la stabilità del Medioriente e non "un interesse commerciale", quando prende posizione per mantenere l'accordo sul nucleare iraniano. Subito smentito dalla stampa di casa sua che ha spiegato come dopo il ripristino delle sanzioni Usa gli istituti bancari internazionali – come del resto già avvenuto in passato - non vogliono rischiare di impelagarsi troppo con i gruppi industriali transalpini e per questo potrebbero tagliare loro i finanziamenti ai gruppi transalpini. Oppure non si tratta di ‘interesse commerciale’ se – come ha scritto Liberation - le esportazioni francesi verso Teheran sono passate da 500 milioni di euro nel 2014 a 1,5 miliardi nel 2017, citando il ministro Le Maire:"In due anni la Francia ha moltiplicato per tre il suo eccedente commerciale con l'Iran”.  Per non parlare del gioiellino della grandeur industriale francese, la Total, che è stata pubblicamente minacciata dal ministro del petrolio iraniano, Bijan Zanganeh, che ha immediatamente avvertito la compagnia petrolifera francese se Total intendesse le sue azioni (50,1% del progetto) nella partecipazione al più grande piano energetico iraniano – quello del South Pars - saranno assegnate (senza contropartita alcuna) ad una Cina assetata di petrolio e primo partner commerciale di Teheran che può ignorare le sanzioni Usa e rinforzare i suoi investimenti. Il paradigma della doppia morsa che rischia presto di estendersi a tutto il Vecchio Continente.

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