Il Pd alla prova dell’Ilva

Redazione

Il Pd non può permettersi di starsene in “versione popcorn”, cioè seduto comodamente ad assistere all’implosione delle promesse elettorali di Di Maio e Salvini e alla disfatta del governo giallo-verde. In primo luogo perché ne va di mezzo il paese e in secondo luogo perché è attraversato dalle stesse pulsioni che alimentano la proposta politica populista. Prendiamo l’Ilva. Non una semplice crisi industriale, ma la crisi della principale fabbrica del meridione (20 mila dipendenti tra diretti e indiretti), che perde 30 milioni di euro al mese, che ha bisogno di sbloccare un investimento industriale e ambientale capace di rilanciare l’acciaieria più grande d’Europa. Mezzogiorno, lavoro, ambiente, salute, investimenti, sviluppo. Ci sono tutti i principali temi che riguardano l’identità politica di un partito. Su questo punto M5s e Lega sono divisi: da una parte i grillini puntano alla chiusura dello stabilimento occupando i dipendenti nella bonifica, dall’altra i leghisti vogliono continuare a produrre acciaio. Ma è la stessa contraddizione che attraversa il Pd. Il ministro Carlo Calenda ha fatto di tutto per salvare lo stabilimento, la produzione, l’occupazione e migliorare la situazione ambientale attraendo investitori esteri specializzati nel settore. Il presidente della Puglia Michele Emiliano ha invece fatto di tutto per fare fallire il progetto di Calenda, lanciando proposte irrealizzabili, come quella di far andare l’Ilva a gas, anche se poi si oppone pure alla costruzione del Tap, che è proprio un metanodotto che serve a far arrivare il gas naturale in Puglia. Il Pd non può starsene a mangiare popcorn, deve scegliere tra Calenda ed Emiliano, deve cioè dare un senso alla sua esistenza. Per un paese, peggio di avere un governo pasticcione c’è solo avere anche un’opposizione uguale.

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