A sinistra l'acciaio non va più di moda

Alberto Brambilla

Sembra che per gli esponenti dei partiti di sinistra l’acciaio, l’industria e il destino (se possibile pianificato) degli operai non siano più così rilevanti. Anzi, uno dei settori industriali basilari più ramificati al mondo, e quintessenziali per un paese manifatturiero come l’Italia, viene dimenticato in un momento critico come questo o, peggio, viene mortificato dai passi falsi della stessa “classe dirigente” di sinistra che dice da sempre di avere a cuore la “dignità del lavoro”. Come ha notato il direttore de Linkiesta Francesco Cancellato (“La sinistra è morta all’Ilva di Taranto”), mentre il segretario del Partito democratico Matteo Renzi combatte le “fake news” e Piero Grasso del nuovo movimento pan-sinistro Liberi e Uguali parla di antimafia e “diritti e doveri”, nessuno ha contestato l’azione di disturbo del governatore della Puglia Michele Emiliano e del sindaco tarantino Rinaldo Melucci, i quali, entrambi del Pd, con un ricorso al Tar di Lecce, potrebbero convincere un investitore estero come il colosso europeo ArcelorMittal ad abbandonare le trattative in corso col governo per rilevare l’Ilva. Col risultato di lobotomizzare parte della manifattura italiana che dall’acciaio dipende.

  

Insomma quando l’acciaieria forgiata da Pci (e Dc) è in pericolo, piuttosto che scottarsi con la ghisa fusa in molti preferiscono parlare di cose immateriali. La Cgil-Fiom, poi, è in imbarazzo. Per Susanna Camusso il ricorso di Emiliano è “un gioco da bambini” – che può pregiudicare un investimento da 5 miliardi complessivi e il lavoro di oltre 10 mila persone – mentre Maurizio Landini decide di non protestare sotto il Palazzo della Regione per fare pressione sul governatore. L’ambiguità non è una novità da quelle parti. Il 31 luglio 2012 in seguito al sequestro giudiziario che tutt’oggi grava su Ilva, i sindacati manifestarono prima in fabbrica e poi in città. La Fiom, all’epoca guidata da Landini, rimase indietro nel corteo per non mandare segnali ostili alla magistratura. “Continuo a non capire perché chiedere che la ‘giustizia’ non facesse pagare il conto due volte ai lavoratori fosse ‘un atto ostile alla procura’”, ha scritto il segretario Fim-Cisl Marco Bentivogli ricordando l’episodio a cinque anni di distanza.

  

Le pressioni del ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, potrebbero infine convincere il governatore e il sindaco a ritirare il ricorso, anche perché altrimenti i due si troverebbero presto a essere additati dai loro conterranei come responsabili dell’atto finale di una pur lunga crisi industriale. Calenda sta compiendo una “via crucis” siderurgica, come l’ha definita l’ex manager Lucchini, Ugo Calzoni, su firstonline.info, visto che oltre a Ilva deve risolvere l’incancrenita crisi di Piombino. Finora le ingerenze dei politici locali non hanno risolto la situazione, o migliorato le condizioni degli operai come propagandato. In Puglia Emiliano parteggiava per qualsiasi concorrente della multinazionale ArcelorMittal, in particolare per l’indiana JSW Steel vagheggiando una possibile produzione di acciaio con il gas naturale come combustibile. La differenza tra JSW e Arcelor è che il primo produttore avrebbe avuto l’Italia come unico avamposto in Europa e quindi avrebbe dovuto accettare gran parte delle condizioni imposte, mentre il secondo può modellare la produzione negli impianti continentali a piacimento ed eventualmente rinunciare a Taranto senza patemi. E magari chiedere il risarcimento dei danni se per certe lungaggini rischia di perdere l’attuale momento di ripresa della siderurgia globale. Lo stesso acquirente indiano era caldeggiato mesi prima dal presidente della Regione Toscana Enrico Rossi di Mdp per Piombino. Rossi però negli anni s’è dato molto d’affare, con la Fiom, per cercare un salvatore. L’imprenditore algerino Issad Rebrab è stato l’ultimo “cavaliere bianco” con cui Rossi s’è fatto fotografare. Ma, inviso all’establishment del suo paese, non riesce a portare capitali in Italia. Ultimamente Calenda ha spinto Rebrab a chiarire le sue intenzioni, mettendo fine sia a un’impasse in corso da due anni sia alla favolistica ricerca di improbabili “sceicchi della provvidenza”. Prima ancora di Rebrab fu infatti Khaled al Habahbeh a essere magnificato dai sindacati, finché il giordano non si è rivelato un personaggio ambiguo sulle cui tracce di era messa l’Fbi americana per una storia di stupefacenti – mica un imprenditore miliardario. Non c’è stata alcuna strategia, a sinistra, se non quella di cercare soluzioni temporanee da raccontare ai lavoratori. Salvo poi negare loro la possibilità di lavorare quando una soluzione si presenta. Oppure tacere se quell’opportunità rischia di svanire.

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