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I problemi nel M5s e il sovranismo radiofonico di Mogol

Idee e spunti per sapere quello che succede nel mondo selezionati per voi da Giuseppe De Filippi

26 Febbraio 2019 alle 17:32

I problemi nel M5s e il sovranismo radiofonico di Mogol

Foto LaPresse

Questo voto sardo e l'aria di europee (con in mezzo l'appuntamento con la Basilicata e con il Piemonte) hanno riacceso la voglia di parlare di schieramenti politici. Perché si avverte qualche friccico, come un segnale di primavera, come un risveglio di forze sopite. E allora gli schemi appaiono subito modificabili, mobili, tutt'altro che bloccati, a dispetto delle dichiarazioni ufficiali, tra le quali spicca l'asserita e ribadita scelta continuista di Salvini riguardo alla stramba maggioranza con cui governa. Insomma, tutti cominciano ad esercitarsi nell'algebra elettorale e politica. Ma cominciamo la chiacchierata serale con un altro sommovimento, questa volta interno a un partito, ma perfettamente inserito in questa improvvisa ripresa della politica manovrista. Ecco Di Maio alle prese con la riorganizzazione dei 5 stelle. Come spesso accade, anzi come sempre accade, i grillini sono al tempo stesso utenti e vittime della comunicazione. Quindi la sfruttano per far emergere la loro strategia, ma devono anche piegarsi alle sue regole, finendo poi per esserne completamente catturati. Non che ci sia molto da difendere, intendiamoci. L'ideologia dei 5 stelle è vuota, è una rimasticatura abborracciata di concetti mainstream, fatti di anti-casta, di giustizialismo, di esaltazione del mondo antico e ordinato (del tutto immaginario) nel commercio e nella produzione. Roba comune a molti altri, che però ha trovato in Beppe Grillo e in una efficiente macchina comunicativa il modo per affermarsi. Tutto questo per ragionare sulle difficoltà (impossibilità secondo dicosaparlare) di inserire in quel corpo politico verticistico e organizzato qualche istanza rappresentativa, qualche struttura di tipo partitico e partecipativo. Comunque Di Maio dice di volerci provare, anche se i maligni potrebbero notare che sta facendo tutti questi annunci solo per girare pagina rispetto ai risultati elettorali. Mentre un oppositore interno naif, o finto naif, potrebbe obiettare al capo politico che, avendo Rousseau e il suo funzionale meccanismo di rappresentatività, non servono nuove strutture decisionali.

 

Notate però che il limite dei due mandati resta per i parlamentari peones, mentre per i capi e capetti, che verranno investiti di quelle che chiamano responsabilità verticali o orizzontali, si ha l'impressione che possa essere messo in discussione. Mentre Di Maio si dà un mandato ulteriore di 4 anni come capo politico, con una specie di decreto dignità fatto su misura, ma senza nulla che assomigli a un congresso, a un'assemblea anche solo a un consiglio di amministrazione. C'è davvero da dubitare del fascino che un'organizzazione di questo genere (in cui comandano un Di Maio perdente alle elezioni e i suoi amici, senza confronto interno, salvo quello imperscrutabile di Casaleggio) potrà esercitare su elettori e attivisti.

 

Ma, per Il Giornale, altro che riorganizzazione e struttura da costruire, ci sarebbe proprio un rovesciamento del potere interno in atto

 

Ma torniamo all'aria di cambiamento. Forza Italia ha qualche carta da giocare, e anche con risultati non esaltanti, come l'8% sardo, si riesce a mettere nella condizione di influenzare gli esiti futuri in misura molto più che proporzionale rispetto ai voti presi. Sarebbe una condizione politicamente ideale, ma bisogna saperla sfruttare. Cominciando, ad esempio, a distinguersi da Salvini e soprattutto dal salvinismo-dimaismo. Un po' si esercita in questa direzione Mara Carfagna, come è stato già notato sul Foglio, ma servirebbe, oltre all'ironia e all'uso di mondo, documentati in questo tweet, anche qualche schiaffone politico. Chissà.

  

E tenete d'occhio, come si dice da tempo (ma le cose poi maturano), le regioni leghiste del nord, e l'irrequieta Liguria di Toti, e l'altrettanto agitato Piemonte che tra due mesi e qualche giorno voterà per rinnovare la guida regionale, con tutta la delicata partita della Tav ancora aperta.

  

Meno margini di manovra, perché più grande della Forza Italia ormai ridimensionata, li ha il Pd, che sconta anche il suo glorioso, anche se non lunghissimo, passato. Il partito nato con la vocazione maggioritaria, e poi governante pressoché da solo per una legislatura e determinante nelle precedenti, erede delle ideologie sulle quali, pur senza mai sintetizzarle e superarle davvero, si è costruita l'Italia costituzionale e repubblicana, beh, quel partito non può muoversi con eccessi di disinvoltura nei giochi del potere parlamentare. Questa è stata anche la fortuna che ha impedito, anche grazie alla caparbietà di Renzi, gli ammiccamenti ai 5 stelle (resistendo alle campagne martellanti in quella direzione, con il Fatto e alcuni politologi in prima linea). Adesso però non si può diventare improvvisamente manovrieri, e quindi il Pd si acconcia a una posizione di maggiore forza rispetto al tracollo del 4 marzo, ma senza avere ancora un vero spazio per riconquistare a breve la guida del paese. In tutto ciò si va verso il voto del 3 marzo, con la sfida tra i 3 candidati leader.

 

Vabbè, non si può prescindere però dal tweet  di Carlo Calenda ironicamente anti-Putin ma con venature da Ludwig di Baviera (il cigno bianco però è sempre meglio del cigno nero, e parliamo di simbologia economica non certamente di preferenze astratte). Apprezzate come nella foto pochi tratti dicano molto: l'architettura alpina fa già sentire freddo, il moletto in cemento riporta a dimensioni più balneabili, l'acqua verde inquieta, il cigno fa il cigno, il costume ha un'eleganza sobria e il fisico mostra qualche recupero di forma.

 

Arbitraggi fiscali, ovvero ciò che una sana politica economica dovrebbe evitare.

 

Poteva andare peggio però, potevamo avere qualcosa di simile alla Brexit. Ecco come si dibatte il Regno Unito, in una condizione che ormai è oltre il ridicolo.

 

Trump e Kim si preparano al loro secondo incontro.

 

E in patria, intesa come America, resta però il presidente della Fed, Powell, sempre più indifferente alle pressioni di Trump (a proposito di banche centrali indipendenti e loro importanza). Per Powell il debito pubblico americano è su una strada insostenibile, mentre la produttività sta calando, ponendosi a livelli inferiori di alcuni tra i principali paesi concorrenti.

 

Musk, il visionario (parola crollata nell'indice di attendibilità lessicale) ancora una volta fa un po' di confusione

  

Le canzoni italiane e l'obbligo di mandarle alla radio. La proposta leghista, anziché finire, scomparire, tra le risatine e le facili battute, continua il suo cammino verso un temibile esito legislativo. La Siae è per prima le italiane (canzoni), gli altri, i critici, vedono tanta evidente stupidità e non sanno trovare neanche argomenti di contrasto. Perché non viene neanche voglia di combattere con tesi razionali l'autarchia musicale, sembra troppo facile. Ma questo passa il convento. 

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Commenti all'articolo

  • LDR28

    26 Febbraio 2019 - 20:08

    Grandissima On. Carfagna. Sarebbe giusto che anche FI mollasse il trucido. Cosa avrebbe ottenuto una lega solitaria (ops) in Sardegna? 12%. Please FI, liberatevi del trucido altrimenti finirete come di mayo!

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