Cultura
in libreria •
Il demone di Enzo Tortora
Tutto cominciò con un demone che s’insinuò tra le righe della sua vita. Un libro
3 NOV 26

Pubblichiamo un estratto di “L’affaire Tortora”, il nuovo saggio di Guido Vitiello (Gramma Feltrinelli, 256 pp., 19 euro) da oggi in libreria.
* * *
Si tratta, prima di tutto, di assegnare gli incarichi. Le tribolazioni di Giobbe cominciarono quando Dio, il Giudice, autorizzò l’Accusatore – altro non vuol dire satàn in ebraico: oppositore in giudizio, pubblico ministero – a mettere alla prova il servo fedele: “Eccolo nelle tue mani!” comunicò al suo Vyšinskij. Ma è raro, all’Inferno come in terra, che sia il procuratore capo a condurre l’accusa; la prassi vuole che affidi il fascicolo a uno dei suoi innumerevoli sostituti. Quale dei demoni si occupò di perseguitare Enzo Tortora?
Esiste al riguardo una storiella apocrifa. Quando san Michele scaraventò in terra Lucifero, racconta il filologo tedesco Rudolf Kleinpaul in un divertimento del 1886, Der Druckfehlerteufel, insieme a lui scacciò tutti gli angeli ribelli, che elessero in terra il proprio domicilio secondo le diverse inclinazioni: “Di questi uno finì nelle distillerie: era il demone dell’acquavite. L’altro andò nelle bische: era il demone del gioco. E così si formarono i demoni della foresta, delle piante, dei confini, della guerra, del teatro. Infine uno andò nelle officine dove si stampavano i libri e questo era il cosiddetto demone dei refusi”.
L’assegnazione era, nel nostro caso, perfino ovvia. Tortora era pressoché astemio, per quanto avesse prestato il suo volto alla pubblicità di una grappa, e bische non ne frequentava. Il demone dell’acquavite e il demone del gioco non potevano nulla contro di lui. Possedeva in compenso moltissimi libri, tanti da sbalordire Sebastiano Vassalli, che lo intervistò nella sua casa milanese in via dei Piatti (“ha più libri di me che di mestiere faccio lo scrittore”). Era fatale che il suo fascicolo finisse sulla scrivania del demone dei refusi, a cui un’antica tradizione monastica aveva dato anche un nome: Titivillus. Lo si raffigurava con un sacco ricolmo di lettere – le lettere omesse nelle trascrizioni dei copisti sbadati; le lettere saltate, per far prima, nelle orazioni biascicate dei monaci accidiosi; forse anche le lettere scambiate per altre nei verbali dei poliziotti frettolosi.
Il demone s’insinuò tra le righe della vita di Tortora, ancora beatamente ignaro, il 15 marzo 1983, durante una perquisizione della squadra mobile di Lecce. Neppure due mesi prima, a Roma, il tritolo aveva fatto saltare in aria la macchina di Vincenzo Casillo, detto ’o nirone per la sua chioma corvina. Casillo era il braccio destro di Raffaele Cutolo, ma non era certo il solo: il grande boss ne aveva più di una divinità induista. La perquisizione dell’appartamento leccese era parte delle indagini che si diramarono dall’attentato. Il verbale della squadra mobile dava atto del rinvenimento, in mezzo alle scartoffie, della pagina di un’agendina sulla quale erano annotati, tra gli altri, il nome e i numeri di telefono di Enzo Tortora.
Dopo questo scherzo inaugurale, Titivillus si rintanò soddisfatto nella sua residenza tartarea a godersi lo spettacolo. E non fu uno spettacolo breve. Dovettero passare mesi, anni, prima che il refuso fosse corretto, e si accertasse che il nome segnato sull’agendina non era Tortora ma Tortona, con la enne, e che l’agendina non apparteneva neppure al camorrista Giuseppe Puca, detto ’o Giappone – un altro dei bracci destri – ma alla sua amante Assunta Catone; dovettero passare mesi, anni, prima che si appurasse che quei numeri – sui quali gli inquirenti, in preda a un’ispirazione pitagorico-cabalistica insufflatagli da Pandico, avevano tentato combinazioni di ogni sorta pur di ricollegarli, vanamente, a Tortora – facevano capo a un piccolo imprenditore campano. Il dénouement, quando arriverà, sarà comico. Il signor Tortona, alla richiesta dei giudici di fornire una prova di essere proprio lui, e non Enzo Tortora, l’intestatario delle utenze, farà venire giù il teatro con una battuta: Presidè, facite ‘o nummero, che io vi rispondo.
Nel frattempo, la permutazione di una sola lettera aveva manomesso irrevocabilmente l’ordine delle cose, biforcato vite e destini, cacciato a forza un intruso in un romanzo sordido a cui non apparteneva. Dalla Questura di Lecce, infatti, la trascrizione imprecisa era volata fino all’Ufficio istruzione del Tribunale di Napoli, e nell’ultima decade di marzo del 1983 si era infine posata sotto gli occhiali spessi dell’uomo che più di ogni altro sapeva cosa farne, perché il nome di Tortora era segnato da anni nel fitto catalogo delle sue vendette da delibare. Quest’uomo era Giovanni Pandico.