Cultura
Il premio •
Tranelli, imboscate, imposture di quel grande illusionista che è Enrique Vila-Matas
Citazioni inventate, romanzi immaginari e autobiografie bugiarde. Un’intera bibliografia costruita per disorientare il lettore perché la letteratura non ha alcun obbligo di somigliare alla realtà. Il Premio nazionale delle Lettere
1 NOV 26

Enrique Vila-Matas - foto via Getty images
Enrique Vila-Matas non ci ha detto la verità. Mai, nemmeno una volta. E’ l’inattendibilità fatta scrittore. In 53 anni di attività, trentanove romanzi e almeno 8 mila pagine di eleganza squisita e umorismo raro (“per essere disperati abbiamo tutta l’eternità”), ci ha sempre e solo somministrato balle. Infatti va sempre in giro con gli occhiali neri e a nessuno stanno bene come a lui, in incognito nella realtà.
Per la gioia di noi lettori, ha costruito falsi fondali che sembrano veri e memoir autobiografici dichiarati come menzogneri dalla prima all’ultima riga. Ci ha teso tranelli, fatto imboscate, regalato finte citazioni e praticato, con sublime faccia di legno, rovesciamenti fasulli che noi, talvolta, prendevamo per veri. E così abbiamo perso anni a cercare Istituto Pierre Menard, supposto romanzo di Pietro Moretti citato in Bartleby e compagnia (Feltrinelli) e ambientato in una scuola in cui si insegna a dire no, per poi capire, proseguendo con la lettura, che Vila-Matas ci stava fregando a mezzo Borges, autore del racconto Pierre Menard, autore del don Chisciotte.
Botole, caditoie, echi da trombe di scale letterarie: Enrique Vila-Matas, da poco insignito del massimo riconoscimento letterario spagnolo, il Premio nazionale delle Lettere, è la celebrazione stessa della Letteratura. Ha costruito porte che danno su altre porte, le quali si affacciano su romanzi e strapiombi, e ha allestito inverosimili spin-off (Storia abbreviata della letteratura portatile) prendendo il lembo di una storia e facendone sempre altro. Il suo ultimo romanzo pubblicato in Italia, Montevideo, è ambientato in un hotel che esiste davvero (Hotel Esplendor, ex Cervantes, ti pareva?), in cui lo scrittore dichiara di essere andato alla ricerca del punto esatto in cui il fantastico ha fatto irruzione nella scrittura di Julio Cortázar (nella camera 205). Ma più che altro Montevideo è ambientato a Parigi. E tra le pagine della letteratura europea.
Vila-Matas è un illusionista e un falsario con l’hobby della filosofia, a cui spesso fa il verso per rafforzare i suoi costrutti. Bastano certi titoli perché salti fuori tutto il programma: Impostura, Donna allo specchio che contempla il paesaggio, Figlio senza figli, Ricordi inventati. Del 2008 un saggio che si chiama L’inganno in letteratura. I suoi protagonisti sono impiegati che scrivono note a piè di pagina di romanzi che non esistono (Bartleby e compagnia), diaristi scrupolosi che mentono quanto più vogliono scrivere la verità (Un problema per Mac), tizi che vivono blindati in una casa in rovina e fanno i rifornitori di citazioni per scrittori scarsi (Questa bruma insensata).
Enrique Vila-Matas ci regala romanzi che sono feste: Dublinesque, Un’aria da Dylan, Il mal di Montano sono aneddoti colti tirati in lungo che deragliano e raggiungono l’assurdo, spremendo il massimo da ogni possibile. Vila-Matas estrae cilindri dai conigli e giura fedeltà proprio mentre ci tradisce, invitandoci a una festa di carnevale in cui ogni scherzo non solo vale, ma vale doppio: quanti specchi, quante moltiplicazioni, nei suoi romanzi. E noi lì, travolti, affatturati, a leggere, a spaesarci, a districarci, a cercare il capo ma era la coda, a poggiare sul vuoto credendo di poggiare sul pieno.
Enrique Vila-Matas ci ha insegnato che la realtà, se vale qualcosa, vale in virtù della propria irrealtà, dunque no periferie, no ferita del personaggio, no l’inverno del nostro scontento a Baranzate con riscatto degli ultimi e altre simili baggianate. La realtà, per Vila-Matas, è sempre immaginata. E del resto il mondo è fatto per finire in un libro di Vila-Matas: dopo la lettura di Vila-Matas ogni cosa è vila-matasiana, come potrebbe essere altrimenti?
Di questi tempi, a uno che ha scritto “mi faccio beffe degli scrittori realisti che duplicano la realtà impoverendola”, non solo premi: andrebbe tirato su un monumento.