La religione del post liberalismo, alla ricerca di nuove élite “virtuose”

Da Deneen a Pabst, pensatori diversi convergono sulla necessità di affidare a una classe dirigente moralmente orientata la definizione del bene comune. Ma la diagnosi sull’individualismo liberale poggia su una caricatura, mentre il vero avversario delle comunità potrebbe essere proprio lo stato

31 OTT 26
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Va di moda dire che il liberalismo è in crisi, quando non è proprio fallito. Ma questo non avviene da oggi. E’ una costante di molti, in effetti la stragrande maggioranza degli intellettuali. Sul perché esso non piaccia loro, beh, si può leggere quanto scritto da Robert Nozick o da Raymond Boudon. In breve, la teoria liberale non assegna alcun ruolo privilegiato alla classe degli intellettuali, che invece vorrebbero guidare la società secondo una qualche visione etico-politica. Legittimo, certamente. Come lo è, del resto, dubitare della bontà di questi propositi. La storia è costellata di fallimenti politici ed economici sostenuti da élites “pensanti”, piuttosto restie a fare i conti criticamente con le proprie idee. E’ più facile trovare un coniglio carnivoro che un intellettuale che osservi la realtà senza occhi sognanti e furori ideologici. Un po’ come il protagonista de La vita altrove, di Milan Kundera: Jaromil anela a “un paradiso monista di unità e armonia”, e sogna a occhi aperti, ma prima o poi la realtà bussa.
Lo stesso discorso vale per quel gruppo di autori che vorrebbero disfarsi del liberalismo, i “post liberali”. Pensatori eterogenei per formazione e tendenze, nonché gusti culturali (in parte) differenti, certamente, dagli americani Patrick J. Deneen e Adrian Vermeule, agli europei John Milbank e Adrian Pabst. Proprio di quest’ultimo, Vita e Pensiero ha appena tradotto un testo utile e interessante: Pensare l’era post liberale. Se Deneen ha affermato che il liberalismo ha fallito e bisogna disfarsene e recuperare una sensibilità conservatrice che restauri il bene comune, Pabst sostiene piuttosto che bisogna andare oltre il liberalismo. Cambiano i termini – in realtà neanche tanto – ma il proposito è il medesimo. Servono nuove élite “virtuose” (!) che indirizzino lo stato, e guidino il popolo, nel perseguimento del bene comune. Ma che cosa è questo bene comune di cui tutti, troppi parlano? Non è chiaro. In linea generale, sembra un monolite che Dio imporrebbe agli uomini – i ricorrenti riferimenti religiosi sono propri del post liberalismo – solo che questi non lo saprebbero riconoscere, ed ecco perché servono nuove élite. Quel che è chiaro è che l’individuo non è in grado di coglierlo, perlomeno non la caricatura fatta da questi autori: secondo loro, il liberalismo postulerebbe l’idea di un individuo scisso dalle comunità di appartenenza e disancorato dai contesti primari della propria esistenza, totalmente ripiegato sul proprio interesse economico – lo spettro dell’homo economicus non se n’è mai andato.
Pabst insiste, come del resto anche il da lui criticato Deneen, sul recupero di una certa tradizione e di autori, come Simone Weil e Christopher Lasch, che criticano un individualismo degenerato, potremmo pure dire una certa tendenza “narcisistica”. Ma questo ha ben poco a che fare con la tradizione liberale: pur trattandosi di una corrente variegata, esso non può minimamente essere ricondotto alla teorizzazione di quella figura caricaturale che viene chiamata appunto homo economicus. Dalle pagine di Adam Smith fino ad arrivare ad autori novecenteschi come Friedrich von Hayek e Wilhelm Röpke tale feticcio non emerge, se non negli occhi di chi proietta al di fuori di sé i propri bias. Anziché addebitare alla libertà e al liberalismo la tendenza a erodere lo spazio e il ruolo delle comunità, forse occorrerebbe guardare altrove. Come diceva Robert Nisbet, è lo stato il più grande disgregatore dello spirito comunitario, giacché assorbe in sé le funzioni precedentemente appannaggio delle naturali comunità prepolitiche.