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La ragion di stato, forza latente fra il tempo della regola e quello della necessità
In un momento d'eccezione, l'energia invisibile "che abita il cuore della macchina politica si attiva" e "il potere smette di scorrere silenzioso dietro il quadrante della legalità, mostrando il proprio compito elementare: decidere come lo stato deve sopravvivere e a quale prezzo”. Il nuovo saggio di Lorenzo Castellani
24 OTT 26

Per le anime belle si tratta di un risveglio drammatico, ma, come ci dimostra in modo inequivocabile il quadro geopolitico contemporaneo, la forza, il pericolo, la “verità effettuale della cosa”, la zona grigia che da sempre avvolge la politica hanno fatto di nuovo irruzione sulla scena, e con essi un concetto controverso quanto si vuole, ma inestirpabile dal cuore della politica: la ragion di stato. In un libro uscito in questi giorni da Liberilibri, Riserva di carica. La ragion di stato e il fondamento del potere, Lorenzo Castellani immagina lo stato come un orologio automatico che dispone appunto di una “riserva di carica” che gli consente di funzionare anche quando lo togliamo dal polso. Fuor di metafora, la ragion di stato sarebbe questa “energia latente che abita il cuore della macchina politica, invisibile finché il polso della normalità scuote gli ingranaggi, sovrana quando il moto s’inceppa. L’eccezione non è un incidente marginale, ma il momento in cui la riserva si attiva e il potere smette di scorrere silenzioso dietro il quadrante della legalità, mostrando il proprio compito elementare: decidere come lo stato deve sopravvivere e a quale prezzo”.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’occidente liberaldemocratico ha vissuto una lunga stagione in cui sembrava che ogni conflitto potesse essere risolto discorsivamente, applicando delle procedure; qualcuno ha preso sul serio persino la habermasiana utopia della “Herrschaftsfreiheit” – la libertà dal potere, appunto, l’idea che un potere sia legittimo soltanto nella misura in cui rende superfluo l’esercizio della forza, che è come dire se stesso in quanto potere. Ma oggi non è più così. Sia al loro interno che nelle relazioni internazionali, gli stati si trovano di nuovo a fare i conti con la “necessità”: il terrorismo, l’erosione dei legami sociali, la frammentazione socio-culturale, guerre ibride e guerre vere e proprie. Tutto fa pensare insomma che l’ordine politico sia di nuovo in pericolo e la dimensione politica, diciamo pure il politico in quanto tale, la sua autonomia rispetto alla morale e al diritto torna a guadagnare il centro della scena. Machiavelli, Botero, Hobbes, tanto per fare qualche nome, appartengono certo a stagioni passate. Il primato che a vario titolo essi attribuivano alla necessità sulla norma è stato poco a poco scalzato dal costituzionalismo, ossia dalla volontà di ridurre ogni potere entro una legalità vincolante – senz’altro un enorme passo avanti in termini di civiltà, che però non può farci chiudere gli occhi sui pericoli che tornano a minacciare la comunità politica. Come ci dimostrano le guerre in Ucraina, a Gaza o in Iran, il diritto internazionale è poca cosa quando non c’è una “forza” in grado di farlo rispettare; le nuove tecnologie di cui disponiamo rendono possibili guerre ibride capaci di procurare danni incalcolabili al “nemico”, senza alcun bisogno di bombe e carri armati; il che significa che siamo di nuovo alle prese con lo stato di necessità, che gli arcana imperii operano ancora e che neanche nelle società libere è pensabile che tutto avvenga alla luce del sole. Di qui una domanda: in questa nuova costellazione politica, e penso soprattutto a noi occidentali, riusciremo ancora a coltivare la ragion di stato senza stravolgere completamente i tratti costituzionali che ci siamo dati?
Molti segnali provenienti dall’America di Trump fanno pensare che sta prendendo il sopravvento una brutale logica della forza. Democrazia e tecnologia non sono più compatibili, dice qualcuno (Peter Thiel). In Europa, al contrario, come inebriati da parole altisonanti come pace, diplomazia o diritto internazionale, mettiamo la testa sotto la sabbia, incapaci non soltanto di cogliere la “necessità” che incombe su tutti noi, ma nemmeno di distinguere tra aggrediti e aggressori.
Riproponendo il tema della ragion di stato, Castellani cerca in tutti i modi di restituirci qualcosa di strutturale della politica moderna. Come viene detto in una pagina molto bella, “c’è il tempo della regola, lento, ripetitivo, normato, scandito da procedure e competenze. E c’è il tempo della necessità, improvviso, aspro, discontinuo, in cui l’ordine è chiamato non soltanto a funzionare, ma a salvarsi. La ragion di stato si situa precisamente sul crinale tra questi due tempi. Non coincide con la vita normale delle istituzioni, ma non le è estranea. Non è il contrario della legalità, ma la sua ombra permanente. Non è una patologia accidentale del politico, bensì la possibilità estrema che il politico porta con sé fin dal momento in cui si costituisce come ordine separato, dotato di fini propri e di un proprio istinto di conservazione”. Se oggi questa ragion di stato torna a farsi visibile è perché non ha mai cessato di operare, nemmeno quando, per certi versi meritoriamente, cercavamo di assoggettarla al potere della norma.