Cultura
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La lezione di Scruton che non piace a sinistra: diffidare delle masse
A Parigi, nel maggio del ’68, lui guarda giù in strada, vede gli studenti lanciare sassi contro i poliziotti e ha una folgorazione: qualunque cosa credano loro, lui sta dall’altra parte
23 OTT 26

Roger Scruton (foto Getty)
Sulle proteste di questi giorni leggo e ascolto il meno possibile: lo stretto necessario, come coi bugiardini degli analgesici. Appena incrocio l’editoriale che “è colpa delle diseguaglianze”, appena mi capita il reel col baby-manifestante che denuncia l’ingiusto prezzo della borsa di Prada (costa quanto due stipendi di mio padre!) sento tutto un dolore fisico, una fitta che sale dal fegato, un principio di malessere: tragico dramma di chi come me somatizza le stronzate. Peggio ancora coi video da Parigi e dintorni che consumo in modiche quantità, come una specie di film horror – che però a quanto pare non turba più di tanto il Grande Editorialista Inclusivo. Meglio così. Mi farò spiegare come conviverci con ottimismo.
Come tutti, però, qualche domanda me la sono fatta. Per esempio: quando “i nostri ragazzi”, quelli che stanno lottando contro il carovita e le Grandi Diseguaglianze nei palcoscenici delle grandi città, diventeranno adulti, o almeno un po’ più adulti, ripenseranno con nostalgia a questi giorni furiosi e scalmanati? Saranno fieri di aver dato una smossa al sistema, come assicurano i Paolo Crepet, i Ghali, i Marracash? Li prenderà forse quel vago imbarazzo che coglie tutti davanti alle foto dei diciassette anni: mio dio, quei capelli, quei vestiti, quella spranga in mano. La buona notizia è che ci siamo passati tutti, anche senza spranga. La cattiva è che arriverà prima o poi anche per loro il giorno del primo F24, e il “carovita” non sarà più uno slogan o un alibi per sfasciamenti e ruberie da Decathlon. Poi sempre peggio: arriveranno il 730, l’Isee, la Scia, il Durc, la visura camerale, la marca da bollo per chiedere il permesso del permesso del permesso e così via. Scopriranno che quasi metà del costo del lavoro se ne va prima ancora di arrivare in tasca. Che per un camioncino di street food serve la stessa trafila metafisica di permessi di un capannone di rubinetti nel Trevigiano con duecento operai. Che stanno ancora pagando la pensione a chi ci è andato a quarant’anni, e che la Rai – che non guardano e non guarderanno – coi suoi dodicimila dipendenti, i dirigenti parcheggiati senza incarico e la splendida sede veneziana col Tiepolo sul soffitto, ce l’hanno già nella bolletta della luce, e che queste sono solo alcune delle tante cose in cui il capitalismo non c’entra nulla, anzi: sarebbe casomai l’antidoto. Verrà allora, forse, chissà, un sospetto tardivo: che il nemico non fosse la vetrina di Louis Vuitton ma un altro? Che il mercato, quella cosa perfida evocata come il Male Assoluto dalle star sui red carpet e dai rapper nei podcast, magari ha pagato la casa ai nonni, l’università ai genitori e lo smartphone con cui s’immortala il Foot Locker in frantumi? Vi dicono a reti unificate che le Grandi Diseguaglianze sono il male del secolo. A parte che non è vero, e a parte che prima era molto peggio, la Grande Diseguaglianza cui dovrete addestrarvi qui è quella tra il pubblico impiego e la partita Iva. Tra le sconfinate tutele, la possibilità volendo di fare il minimo senza essere disturbati, e la giungla, il deserto di Mad Max: Fury Road, con l’F24 che vi insegue sparandovi moduli a raffica. Non risultano strofe di Marracash su questo – ma capisco, ci mancherebbe. A diciassette anni il nemico deve essere grande, lontano, astratto, possibilmente occidentale.
L’America, il capitalismo, il fascismo. E’ normale. Meno normale è che adulti famosi, col mutuo estinto e la pensione in vista, ci ricamino sopra editoriali lirici e post e podcast commossi. Ma bisogna anche capirlo l’adulto di sinistra in Italia. Cresciuto con la Storia raccontata sempre dal punto di vista dei “movimenti” e della protesta sociale: con le rivoluzioni che hanno sempre ragione, le riforme che sono noiose, Berlinguer che era meglio di De Gasperi, lo Stato che è sempre meglio del mercato, eccetera. Provateci voi a crescere così e poi a non sdilinquirvi per la “la piazza”, “le masse”, “la rivolta”. E allora eccolo recitare la formula d’ufficio, “la violenza è sempre sbagliata!” – anche se, navigato com’è, lo sa benissimo che la violenza c’entra. C’entra sempre. La vetrina rotta, la devastazione, il calcio in testa al poliziotto, non sono l’incidente, ma il momento inevitabile, e a volte il più atteso: il climax di ogni cosplay delle barricate. Sul mio feed Instagram è tutto un “anche la Bastiglia è cominciata così!”, “anche in Russia, nel 1917!”, “non si ottiene nulla con le buone!”. E giù lacrimoni e lacrimogeni.
E così vi fregano due volte. La prima, quando vi incitano e si struggono davanti alla Francia in fiamme chiedendosi perché qui da noi niente – ma che fanno i nostri? Dormono? La seconda, perché vi fanno credere che questa sia la vostra protesta, nuova, inaudita, generazionale. Ed è invece la solita, da mezzo secolo: stessi slogan, stessi nemici, stesse idee, la Palestina al posto del Vietnam, e meme di Godard su TikTok al posto di Godard col ciclostile a Saint-Germain-des-Prés. Va ancora molto forte l’idea che se non scendi in piazza, non protesti, non pensi che sia lo Stato a doversi far carico di te e del tuo futuro, dall’asilo alla tomba – sogni, bisogni, progetti, pensione – allora sei sospetto. Non ti invitano alle feste. Per esempio, nessuno di quelli che oggi vi applaudono vi farà mai il nome di Roger Scruton (anche perché piace a Meloni, per carità!). A Parigi, nel maggio del ’68, guarda giù in strada, vede gli studenti lanciare sassi contro i poliziotti e ha una folgorazione: qualunque cosa credano loro, lui sta dall’altra parte. Farsi venire qualche dubbio quando una folla si muove compatta nella stessa direzione, con la spranga o senza, è una delle due o tre cose utili che si imparano nella vita. Tutte le altre, di solito, si imparano davanti al primo F24.
