Le contraddizioni dei rapper che raccontano la periferia vendendole il lusso

Fedez risponde a Marracash. Il dissing senza rime tra sostenitori e detrattori della rivolta in scena a Milano, Torino e Parigi, in particolare della sua forma più estrema, selvaggia, teppistica

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Foto ANSA

Nella breve attesa che spuntino i primi rap in cui “vetrina” faccia rima con “rapina”, nei giri dell’hip hop e della trap si scalda la polemica tra sostenitori e detrattori della rivolta in scena a Milano, Torino e Parigi, in particolare della sua forma più estrema, selvaggia, teppistica. Nel flusso di prese di posizione tonanti è interessante quella di Fedez, che ha vestito i panni del veterano disincantato al cospetto del disastro che sta infettando la sottocultura di cui è stato a lungo protagonista, sebbene contestato. Così se la prende coi colleghi e mette sull’avviso i piccoli seguaci: “Ora il trend è solidarizzare, domani vi racconteranno quant’è bello essere ricchi dopo essere stati poveri. Ricordatevi la verità: al vostro fianco non c’è nessuno”. Un’apatia anarchica che viene bollata di qualunquismo e disinteresse, ma che rasenta la verità più delle accorate petizioni in difesa degli incappucciati, nelle quali una specie di fatalismo da saccheggio tenta connessioni inattuali con il carovita, le condizioni della scuola e il sogno negato. Non collegandosi veramente dove dovrebbe, perché è un punto oscuro e inestricabile: la tentazione e il desiderio di dare sfogo a istinti per il proibito a lungo coltivati scrollando i social. Senza altre implicazioni se non una trasgressione spudorata, incontenibile, ormonale. Una liberazione alla quale adesso fanno seguito le lacrime dei figli di buona famiglia all’uscita della Questura Fatebenefratelli, dove sono radunate madri e padri increduli, che dicono di non sapere nulla delle intenzioni dei figli, convinti che fossero andati in centro per una passeggiata. Ma dove s’intravede anche la sorda repressione della rabbia di chi invece non si sente per niente in colpa e non aspetta altro che l’occasione di riprovarci, perché per lui va bene così. In questo scenario dove opportunismo e scetticismo nervosamente si mescolano sono cominciate a partire le bordate tra i calibri pesanti del rap italiano, pronti a reagire alla chiamata degli eventi.
E’ un dissing senza rime. Il primo è Marracash, che da anni si è cucito addosso il ruolo di coscienza critica della scena hip hop nostrana: perciò pubblica le immagini di un ragazzo tra i fumogeni e rilascia la frase che fa il giro dei tg: “Con le buone non cambi le cose”. Aggiunge che lui se lo aspettava e che siamo solo all’inizio. In risposta piove di tutto, fan delusi e accuse di non aver condannato i saccheggi ma lui non si sposta: “Cambiate artista”. La violenza va condannata, scrive, ma anche quella invisibile che schiaccia una generazione cresciuta ai margini, col naso appiccicato alle vetrine di status symbol che non potrà mai permettersi. Guè, Sayf e Artie 5ive mettono il like. Spunta perfino Ilaria Salis. Poi il coro s’allarga. Sayf, il genovese secondo a Sanremo, sostiene che puntare il dito sugli scontri serva a non parlare dei motivi che portano la gente in piazza. Kid Yugi taglia corto: “Lo stato italiano è fallito”. Nayt sceglie il registro moralista, sentenziando sul finto benessere che ha imborghesito anche i poveri. Luchè rilancia un vecchio pezzo dal titolo eloquente, “Se non ci fosse la rabbia”. Quasi sempre si sorvola sui “400 clown minorenni”, colpevoli di aver regalato un alibi a chi non ha risposte. E’ qui che arriva Fedez col suo lungo post. Lui c’è passato, dice. Persino capisce i ragazzi che sfogano la frustrazione contro le vetrine simbolo di ciò che non potranno avere. Quel che non capisce sono gli artisti che applaudono, senza accorgersi che in quelle vetrine ci sono anche loro, quando vanno alle sfilate, postano orologi d’oro, sospingono l’idea del successo. Rovescia il “noi” di Marracash nel suo “non c’è nessun noi”: “Il vostro rapper preferito, tornerà in prima fila alle passarelle di Louis Vuitton, e voi resterete fuori”.
Allora Marracash rilancia. Rivendica di non aver inneggiato alla violenza e chiede cosa spinga dei minorenni a incappucciarsi e rischiare le manganellate. Soprattutto avverte il ceto medio che guarda dal balcone: il risentimento cresce, dalle periferie e dalle seconde generazioni sale ai piani alti, e “non dite che non li avete visti arrivare”. Lui ha guadagnato i primi quattrini a trent’anni, ne ha 47, paga le tasse, esce da un contesto difficile: “Aver fatto i soldi non cancella più di metà della mia vita”. Tiene il punto sulle cause, sull’insostenibilità della vita in questo paese. Ma non affonda sulla contraddizione del rap, che racconta la periferia vendendole il lusso. Ieri la contraddizione restava nei testi di quelle canzoni. Adesso esce in strada ma non sa più dove aggrapparsi.