Cultura
Penna vs tastiera •
Le virtù non infinite della scrittura a mano e il paradosso degli umanisti
Uno studio di due scienziati norvegesi ha dimostrato che scrivendo a mano le aree centrali e parietali erano collegate in modo più esteso. Ma concluderne che questo metodo "fa imparare meglio” è un passo troppo lungo. Un test sull’apprendimento
17 OTT 26

Foto di Unseen Studio su Unsplash
Il cervello è un muscolo che per crescere va allenato? In questi giorni lo si sente ripetere spesso. L’idea di fondo è piuttosto meccanica: si scrive a mano per prepararsi a scrivere al computer, si leggono romanzi per imparare poi a usare Internet o l’intelligenza artificiale. Gli esercizi di ieri, per la gara di oggi. La metafora piaceva anche a James Flynn, il cui nome è legato all’“effetto Flynn”: nel corso del Novecento i punteggi dei test di intelligenza sono cresciuti in modo costante, soprattutto nelle prove che misurano la capacità di ragionare in astratto. Possiamo confrontarli nel tempo perché alcune istituzioni, e soprattutto gli eserciti, hanno cominciato presto a usare i test per classificare le reclute. Non che questo sia mai servito a ciò che auspicava il generale Hammerstein: tenere lontani dal comando gli ufficiali stupidi e volenterosi.
Per Flynn quell’aumento non era un mistero biologico. Era un effetto del mondo moderno. A scuola era arrivato l’insegnamento delle scienze. Le famiglie facevano meno figli e assai meno ne morivano, così i genitori potevano passare più tempo a parlare con ciascuno e a farlo ragionare. Si leggevano più giornali e più libri, ed era arrivata la radio. Flynn pensava anche che nelle società liberali un giovane avesse più probabilità di trovare un ambiente adatto alle proprie inclinazioni. Mente e ambiente si rinforzavano a vicenda. Che cosa succede, allora, con il digitale e con il modo in cui oggi si insegna? Chi annuncia un disastro cognitivo, preludio di un’apocalisse per l’umanità, cita sempre la Norvegia, dove la scrittura a mano è obbligatoria a scuola e gli strumenti digitali sono scoraggiati fino ai 13 anni e rigidamente regolati fino ai 16.
Nel 2024 due neuroscienziati norvegesi hanno pubblicato uno studio su 36 studenti universitari, ai quali si chiedeva di scrivere le stesse parole a mano, con una penna digitale, oppure di digitarle su una tastiera. L’elettroencefalogramma, che registra l’attività elettrica del cervello, mostrava che durante la scrittura a mano le aree centrali e parietali erano collegate in modo più esteso. L’effetto era più evidente in due tipi di onde, theta e alpha, associate all’attenzione e alla memoria. Concluderne che “scrivere a mano fa imparare meglio” è un passo troppo lungo. Lo studio non misurava l’apprendimento: i partecipanti riscrivevano parole che conoscevano già, e nessuno verificava se ricordassero meglio qualcosa di nuovo. Anche il confronto era squilibrato: chi digitava doveva usare solo l’indice destro, non entrambe le mani come si fa di solito. Non è dunque dimostrato che con la penna si impari di più. Per sostenerlo servirebbero studi che misurino direttamente memoria, comprensione e apprendimento, confrontando la scrittura a mano con una digitazione normale, in condizioni realistiche. Esiste una letteratura che trova alcuni vantaggi della scrittura manuale nel riconoscere le lettere, nel ricordare le parole e nell’imparare a leggere e a scrivere. E’ una questione diversa.
C’è poi un paradosso. Il mondo umanistico, di solito il più critico verso il digitale e l’intelligenza artificiale a scuola, rifiuta l’idea che l’essere umano si riduca alla biologia. Per il bravo studioso di discipline umanistiche siamo ben altro che le reazioni chimiche che si innescano nel nostro organismo. Questa volta, invece, un dato sul cervello, per esempio una connettività “maggiore” o “minore”, viene trattato come se bastasse da solo a stabilire se un modo di insegnare sia buono o cattivo. Quando fa comodo, al dato biologico si concede un’autorità che quella stessa posizione sembrava negargli. Si sostiene che pensiero, relazioni ed educazione non si riducono alla biologia, e poi si cerca proprio nelle neuroscienze la prova regina dei danni del digitale. Il problema non è usare dati biologici. E’ trattare un segnale del cervello come prova sufficiente del valore, o del disvalore, di una pratica. Nello studio sulla scrittura a mano il salto è evidente. “Più connessioni cerebrali” descrive che cosa fa il cervello. “Si impara meglio” è già un’interpretazione. “Quindi a scuola è preferibile” è un giudizio di valore. Sono tre passaggi distinti e, per passare dall’uno all’altro, servono altre prove.
Torniamo alla Norvegia. E’ documentato che, negli ultimi vent’anni, i punteggi dei test cognitivi dei coscritti norvegesi hanno smesso di crescere e poi sono calati. Quei dati sono in larga parte anteriori al mondo digitale. Non significano che “i norvegesi sono diventati meno intelligenti”. Secondo uno studio del 2025, una parte considerevole del cambiamento riguarda abilità specifiche, istruzione, cultura e il rapporto tra la popolazione e il contenuto dei test, più che un calo uniforme dell’intelligenza generale. Le date possono suggerire un’ipotesi, ma il calo comincia troppo presto per attribuirlo a smartphone e social media.