Il futuro dell'Occidente, tra unità e crisi dei rapporti interni

Stati Uniti ed Europa divisi, nuovi attori sul proscenio del mondo, istituzioni liberali in affanno. Si sta avverando la profezia di un secolo fa? Un po’ di storia e qualche idea per esorcizzare il tramonto delineato da Oswald Spengler
12 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 08:59
Immagine di Il futuro dell'Occidente, tra unità e crisi dei rapporti interni

Foto di Patrick Tomasso su Unsplash

Stati Uniti e Europa, per due secoli il cuore dell’Occidente, sono ora divisi. E l’Oriente si riaffaccia sul proscenio del mondo come potenza globale. L’Occidente è dunque al tramonto, come preannunciato in un libro famoso del 1918-1923?
Le civiltà sono mortali
“Noi, le civiltà, sappiamo ora di essere mortali” (Paul Valéry, La Crise de l’esprit, in Œuvres, IV, Éditions de la N.R.F., 1934, p. 13). Scritta nel 1919, la frase appartiene a un’Europa che aveva appena scoperto di poter distruggere sé stessa. Più di un secolo dopo, la domanda ritorna, ma il soggetto è cambiato: si parla dell’Occidente, una comunità dai confini mobili, della quale si annunciano alternativamente la vittoria e il tramonto. Per capire la crisi occorre separare tre processi: la perdita del primato mondiale, l’indebolimento dei vincoli fra alleati, l’erosione delle istituzioni liberali. Possono alimentarsi reciprocamente, ma hanno cause e rimedi diversi.
Che cosa è l’Occidente
L’Occidente ha antenati antichi e un nome politico relativamente recente. La contrapposizione fra levante e ponente, la divisione dell’Impero romano e quella della cristianità non bastano a spiegare il significato odierno. Atene, Roma, Gerusalemme e l’Illuminismo sono diventati elementi di una genealogia successiva, che tende a trasformare incontri e conflitti in una successione ordinata. Il pensiero antico raggiunse l’Europa medievale anche attraverso studiosi arabi ed ebrei. Nessuna tradizione si è formata da sola.
Georgios Varouxakis chiarisce il proprio intento: “Una storia di ciò che molte persone diverse hanno inteso per ‘Occidente’” (The West: The History of an Idea, Princeton University Press, 2025, p. XVII). La sua ricerca colloca la formazione del concetto nella prima metà dell’Ottocento e attribuisce ad Auguste Comte un ruolo decisivo, soprattutto dal 1842. La categoria emerge quando “Europa” e “cristianità” non indicano più con sufficiente precisione la comunità che alcuni pensatori vogliono descrivere o costruire.
Nel Novecento le guerre mondiali trasferiscono il centro della potenza dall’Europa agli Stati Uniti; la Guerra fredda rende riconoscibile il campo occidentale. Alleanza atlantica e integrazione europea danno consistenza organizzativa all’identità. Il Trattato del Nord Atlantico del 1949 richiama democrazia, libertà individuale e preminenza del diritto. La presenza del Portogallo autoritario fra i fondatori ricorda però che alleanza strategica e comunità dei valori non hanno mai coinciso perfettamente.
Nel 1950 Raymond Aron ha scritto che non c’è una sola idea dell’Occidente: la parola è stata usata con molti significati. Varouxakis, più recentemente, ha osservato che ogni tentativo di dare un significato preciso a questa parola è fallito. Eppure, continuiamo a parlare di civiltà occidentale, di costumi occidentali, di tecniche occidentali di valori occidentali.
In una recensione del libro di Naoise Mac Sweeney, The West: A New History of an Old Idea (Londra, Allen, 2023), scritta da L. F. Ivings (“The Journal of Classics Teaching”, 2024), viene osservato che le nozioni culturali o sociali cambiano molto rapidamente e non esiste una discendenza diretta dell’idea di Occidente. In ultima analisi, la formazione dell’idea di Occidente tra il XIX e il XX secolo è derivata da molti bivi nella strada ideologica e storica. A volte viene giustamente associata unicamente all’imperialismo e al militarismo. La capacità di trasformazione dell’Occidente nel corso del tempo dovrebbe essere considerata una delle sue caratteristiche principali e non fare parte di quegli elementi che sono ottenebranti e corrosivi. L’Occidente può ancora persistere perché, analogamente alla democrazia, potrà anche essere imperfetto, ma al momento è il sistema migliore che abbiamo.
Lo storico Andrea Graziosi, nel volume su Occidenti e modernità. Vedere un mondo nuovo (Bologna, il Mulino, 2023, pagina 12), ha osservato che “quella di Occidente è una categoria intellettuale, è quindi mobile, storicamente e geograficamente. E’ però possibile collegare le sue diverse incarnazioni, a partire da quella ateniese fino a quella odierna, al valore di una libertà e dignità individuali declinabili in modi diversi e sempre cresciute accanto e insieme a oppressione e ingiustizia”.
Che cosa comprende l’Occidente
Che cosa comprende l’Occidente? La risposta dipende dal criterio. Il nucleo politico include Europa democratica e America settentrionale, Australia e Nuova Zelanda. Le eredità linguistiche, religiose e giuridiche avvicinano gran parte dell’America latina. Istituzioni e alleanze includono Giappone e Corea del Sud. La Turchia appartiene alla Nato, ma non si lascia definire da questa appartenenza. Le mappe si sovrappongono: coalizione militare, tradizione culturale e spazio economico non coincidono.
La cultura, del resto, attraversa gli schieramenti. Contrastare il governo russo non impone di espellere Tolstoj dalla letteratura europea. Riconoscere l’eredità cristiana non fa della fede un requisito di cittadinanza. Un’identità democratica si misura in pratiche: libertà di critica, limiti al potere, pluralismo, tutela delle minoranze, possibilità di cambiare pacificamente governo.
La traiettoria dell’Occidente
La letteratura sul tramonto propone una diagnosi più radicale. “Le culture sono organismi, e la storia universale è la loro biografia collettiva” ha scritto Oswald Spengler, nel famoso libro Il tramonto dell’Occidente (tr. it., Milano, Longanesi, 2017) Nel libro, apparso in tedesco dal 1918, la civiltà occidentale segue una traiettoria di nascita, maturazione ed esaurimento. La potenza tecnica può aumentare mentre si consuma la capacità creativa. Spengler scrive anche che ogni cultura ha la propria civilizzazione. Quest’ultima designa la fase conclusiva e irrigidita della cultura, non semplicemente il suo progresso. Ricchezza e potenza tecnica possono effettivamente crescere insieme a un impoverimento culturale. Ma l’analogia biologica non dimostra che le società abbiano una vecchiaia necessaria. Le istituzioni possono apprendere e incorporare nuovi gruppi.
Franz Werfel porta l’attenzione all’interno della persona. “La tecnica è il nostro terribile destino. Non dobbiamo soccomberle” (Realismus und Innerlichkeit, in Zwischen Oben und Unten, a cura di A. D. Klarmann, Langen Müller, 1975, p. 19).
La crisi dei rapporti interni
La crisi dei rapporti interni nasce anzitutto da un mutamento del patto fra sicurezza, prosperità e consenso. Nel dopoguerra protezione americana, apertura dei mercati e, in Europa, Stato sociale apparivano parti di uno stesso progetto. Oggi la difesa richiede risorse, l’invecchiamento preme sui servizi, le trasformazioni produttive ridistribuiscono opportunità e rischi. Quando i cittadini percepiscono l’apertura internazionale come una decisione i cui benefici spettano ad altri, il consenso alla cooperazione si indebolisce.
La crisi dei rapporti interni nel mutamento del patto fra sicurezza, prosperità e consenso. Oggi la difesa richiede risorse, l’invecchiamento preme sui servizi, le trasformazioni produttive ridistribuiscono opportunità e rischi
Innovazione, scelte fiscali e qualità dell’istruzione incidono sulla distribuzione dei vantaggi. E’ decisiva la distanza fra chi può muoversi e chi dipende da un luogo, fra metropoli collegate ai mercati mondiali e territori che perdono funzioni. Le istituzioni devono dare rappresentanza a queste fratture senza convertirle in inimicizia. La democrazia perde credibilità quando chiede adattamenti continui senza offrire strumenti per affrontarli.
Una seconda frattura riguarda il rapporto fra maggioranza e limiti costituzionali. L’elezione conferisce il diritto di governare entro regole comuni; non rende il vincitore proprietario dello Stato. L’indebolimento dei controlli parlamentari, l’attacco all’indipendenza dei giudici e la delegittimazione dell’informazione riducono la possibilità di correggere gli errori. Il Rapporto V-Dem 2026 registra un deterioramento democratico anche nell’Europa occidentale e nell’America settentrionale, pur riconoscendone il livello comparativamente elevato. La minaccia può dunque svilupparsi all’interno dei sistemi che si presentano come custodi della libertà.
Riformare istituzioni inefficienti rafforza il costituzionalismo; sottometterle a un capo elimina invece il controllo indipendente. Amministrazioni competenti, giustizia tempestiva e stampa libera consentono ai cittadini di decidere senza dipendere dal favore dei governanti.
La terza frattura corre attraverso l’Atlantico. Gli Stati Uniti chiedono agli europei un maggiore contributo alla sicurezza; l’Europa dipende ancora dalla capacità militare americana, mentre cerca spazi di autonomia. Sul terreno economico, la competizione riguarda dazi, sussidi, tecnologie e regole digitali. Il negoziato commerciale del 2025 ha mostrato quanto la relazione possa diventare asimmetrica anche fra alleati. La differenza degli interessi è normale; diventa una crisi dell’alleanza quando gli impegni comuni vengono trattati come concessioni revocabili e ogni rapporto è misurato soltanto dal vantaggio immediato. La prevedibilità è essa stessa una risorsa di potere.
I fattori di unità
Eppure l’economia racconta una storia diversa dalla separazione. Secondo il Consiglio dell’Unione europea, nel 2025 gli scambi di beni e servizi fra Ue e Stati Uniti hanno raggiunto circa 1.770 miliardi di euro, su dati provvisori. Gli investimenti diretti reciproci accumulati superavano 4.800 miliardi nel 2024. Sono grandezze diverse, un flusso annuale e uno stock, ma indicano entrambe una profondità di integrazione che la polemica politica tende a nascondere. Imprese, lavoratori, centri di ricerca e risparmiatori partecipano a interessi comuni. L’interdipendenza aumenta il costo di una rottura; non garantisce, da sola, la volontà di evitarla.
La profondità dell’integrazione europea. La crisi dell’Occidente si decide nel rapporto fra universalità dei principi e particolarità degli interessi. L’Occidente avrà un futuro se renderà le proprie istituzioni degne dei principi che proclama e saprà condividere un mondo che non può più dirigere da solo
Robert D. Kaplan coglie questa ambivalenza: “Stiamo costruendo una civiltà veramente globale che ci collega tutti, ed è questa la sfida” (Waste Land: A World in Permanent Crisis, Random House, 2025, p. 6). Il richiamo alla Repubblica di Weimar serve a descrivere la sproporzione fra connessioni e capacità di governo. Una crisi locale può propagarsi attraverso finanza, migrazioni, comunicazioni e approvvigionamenti. La vicinanza tecnica non crea necessariamente solidarietà politica: può trasmettere paura e ostilità. La sua diagnosi invita a prendere sul serio la fragilità dell’ordine e le conseguenze non intenzionali delle decisioni.
L’analogia va però controllata. Le democrazie odierne possiedono risorse e memorie diverse. Inoltre, l’ordine può proteggere la libertà oppure soffocarla. Occorre governare l’interdipendenza con capacità pubbliche e responsabilità verificabili. L’efficienza senza garanzie espone all’arbitrio; le garanzie senza attuazione lasciano i diritti sulla carta.
Nel mondo globale il peso dell’Occidente si è ridotto relativamente, ma sarebbe improprio dedurne una scomparsa. L’Organizzazione mondiale del commercio rileva che la quota dei paesi a reddito basso e medio nel commercio mondiale di merci è salita dal 23 per cento del 1995 al 45 per cento del 2024. Questa classificazione economica non coincide con la distinzione fra Occidente e resto del mondo, ma documenta la diffusione dei centri produttivi e commerciali. Il successo di altri paesi restringe il monopolio occidentale delle opportunità; non prova, di per sé, il fallimento delle società occidentali. Una parte della trasformazione è il risultato della diffusione di conoscenze e istituzioni che esse stesse hanno promosso.
Rimangono importanti risorse finanziarie, scientifiche e culturali. Dollaro ed euro conservano ruoli centrali nel sistema monetario internazionale. L’attrazione di università e mercati dipende però dall’accessibilità, dalla certezza delle regole e dalla libertà di lavorare. Chi chiude questi canali per difendere il prestigio nazionale può consumare una fonte della propria influenza.
Il futuro
L’Occidente deve quindi imparare a operare in un ordine nel quale molti paesi vogliono scegliere i propri interlocutori. Il cosiddetto Sud globale non costituisce un soggetto omogeneo: interessi commerciali, regimi politici e priorità di sicurezza divergono. Chiedere adesioni totali rischia di ridurre lo spazio della cooperazione possibile. Più utile è offrire accordi credibili, accesso ai mercati, collaborazione scientifica e una rappresentanza adeguata nelle istituzioni comuni. La capacità di attrazione si misura anche dalla disponibilità a rispettare l’autonomia di chi accetta di collaborare senza riconoscere una supremazia.
“Il futuro dell’Occidente non è un illimitato ascendere e progredire nella direzione dei nostri ideali attuali e lungo intervalli di tempo fantastici, ma un singolo fenomeno storico, rigorosamente limitato nella forma e nella durata”
Per l’Europa, il mercato comune influenza le regole, ma la frammentazione delle decisioni riduce la capacità di agire. Difesa, energia, ricerca e infrastrutture richiedono cooperazione. Questa deve accompagnarsi a responsabilità politica: i cittadini devono capire chi decide e poter chiedere conto dei risultati. La sovranità condivisa ha valore quando amplia la capacità democratica di scegliere.
La crisi dell’Occidente si decide nel rapporto fra universalità dei princìpi e particolarità degli interessi. Diritti e legalità perdono forza persuasiva se invocati soltanto contro gli avversari. Riconoscere le proprie violazioni permette una politica più coerente; negarle trasforma i valori in strumenti di schieramento. Dai classici vengono domande sulla vitalità della cultura, sui fini umani, sulla storicità delle identità e sulla fragilità delle connessioni. L’Occidente avrà un futuro se renderà le proprie istituzioni degne dei principi che proclama e saprà condividere un mondo che non può più dirigere da solo.
Oswald Spengler, Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer Morphologie der Weltgeschichte, vol. I, Gestalt und Wirklichkeit, München, C. H. Beck, 1920, Introduzione, § 13, pp. 54-55.
“L’Impero romano non appare più […] come un fenomeno irripetibile, ma come il prodotto normale di una mentalità rigorosa ed energica, propria delle metropoli ed eminentemente pratica, e come uno stato finale tipico, già presentatosi alcune volte, ma finora mai riconosciuto come tale. Comprendiamo finalmente che il segreto della forma storica non si trova alla superficie e non può essere colto attraverso somiglianze di costume o di scenario; che nella storia umana, come in quella animale e vegetale, esistono fenomeni di somiglianza ingannevole, privi interiormente di qualsiasi affinità: Carlo Magno e Harun al-Rashid, Alessandro e Cesare, le guerre dei Germani contro Roma e le invasioni mongole contro l’Europa occidentale; e altri che, pur nella massima diversità esteriore, esprimono qualcosa di identico: Traiano e Ramses II, i Borboni e il demos attico, Maometto e Pitagora. Riconosciamo che il Diciannovesimo e il Ventesimo secolo, ritenuti il culmine di una storia universale in ascesa rettilinea, si ritrovano in realtà, come fenomeno, in ogni cultura giunta alla sua piena maturazione: non con socialisti, impressionisti, ferrovie elettriche, siluri ed equazioni differenziali, che appartengono soltanto al corpo dell’epoca, ma con la sua mentalità di civilizzazione, che possiede anche possibilità del tutto diverse di configurazione esteriore. Il presente rappresenta dunque uno stadio di transizione che, in determinate condizioni, si manifesta con certezza; esistono perciò stati ben definiti successivi a quelli dell’Europa occidentale moderna, già comparsi più di una volta nella storia trascorsa. Il futuro dell’Occidente non è quindi un illimitato ascendere e progredire nella direzione dei nostri ideali attuali e lungo intervalli di tempo fantastici, ma un singolo fenomeno storico, rigorosamente limitato nella forma e nella durata, ineluttabilmente determinato, dell’estensione di pochi secoli, che gli esempi disponibili permettono di abbracciare con lo sguardo e calcolare nei tratti essenziali”.