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Anatomia della classe dirigente
Non è una classe in senso stretto e non dirige, semmai rappresenta. Come è composta (non ne fanno parte solo politici e uomini di governo) e come funziona, in Italia e in una democrazia. Rileggendo Burke e Tocqueville, Croce e Nitti

Parmigianino, “Ritratto d’uomo con libro”, 1524 circa (York Art Gallery, York)
Classe dirigente è una nozione dai contorni nebulosi. Sicuramente non è una classe in senso proprio e quasi certamente non dirige. Non è una classe perché le divisioni in classi, aristocrazia, borghesia, proletariato, con le qualifiche ulteriori (plebe, “roturier”), sono state soppresse dopo il 1789, anche se le dichiarazioni della Rivoluzione francese hanno trovato piena realizzazione solo più tardi. E non dirige la società o il popolo, ma piuttosto li rappresenta, nel senso che sarà detto più avanti. L’esistenza di una pluralità di definizioni, classe dominante, classe politica, “power élite”, “noblesse d’État”, con sfumature diverse, è una ulteriore dimostrazione del carattere poco preciso della espressione ed è confermata da chi si è interessato della classe dirigente: Gaetano Mosca, giurista e storico delle dottrine politiche, Vilfredo Pareto, economista così come Schumpeter, Roberto Michels, sociologo, Robert Dahl, politologo.
Il primo, Gaetano Mosca scriveva nel 1884: “In tutte le società regolarmente costituite, nelle quali vi ha ciò che si dice un governo, noi oltre al vedere che l’autorità di questo si esercita in nome dell’universo popolo, oppure di un’aristocrazia dominante, o di un unico sovrano […] noi troviamo costantissimo un altro fatto: che governanti, ossia quelli che hanno nelle mani ed esercitano i pubblici poteri, sono sempre una minoranza, e che, al di sotto di questi, vi è una classe numerosa di persone, le quali non partecipano mai realmente in alcun modo al governo, non fanno che subirlo; esse si possono chiamare i governati” (Sulla teorica dei governi e sul governo parlamentare. Studii storici e sociali, Palermo, Tipografia dello Statuto, 1884. E’ la prima esposizione della teoria della minoranza governante. La seconda edizione, riveduta, apparve con il titolo Teorica dei governi e governo parlamentare, Milano, Società editrice libraria, 1925). Lo stesso autore, nel 1896 scriveva: “[…] in tutte le società, a cominciare da quelle più mediocremente sviluppate e che sono appena arrivate ai primordi della civiltà, fino alle più colte e più forti, esistono due classi di persone: quella dei governanti e l’altra dei governati. La prima, che è sempre la meno numerosa, adempie a tutte le funzioni politiche, monopolizza il potere e gode i vantaggi che ad esso sono uniti; mentre la seconda, più numerosa, è diretta e regolata dalla prima […] e ad essa fornisce, almeno apparentemente, i mezzi materiali di sussistenza e quelli che alla vitalità dell’organismo politico sono necessari” (Elementi di scienza politica, Torino, Fratelli Bocca, 1896; seconda edizione con una seconda parte inedita, 1923. E’ l’opera centrale per la formulazione matura della teoria. Le due opere sono riunite nell’edizione Gaetano Mosca, Scritti politici, a cura di Giorgio Sola, Torino, UTET, 1982, 2 voll.). La classe politica è quindi la minoranza che esercita le funzioni di governo, detiene il potere e beneficia dei vantaggi connessi al suo esercizio; la maggioranza è governata.
“In tutte le società esistono due classi di persone: quella dei governanti e l’altra dei governati. La prima, che è sempre la meno numerosa, monopolizza il potere e gode i vantaggi che ad esso sono uniti” (Gaetano Mosca nel 1896)
Per Vilfredo Pareto, la “classe eletta di governo” comprende “coloro che, direttamente o indirettamente, hanno parte notevole nel governo” (Vilfredo Pareto, Trattato di sociologia generale, Firenze, G. Barbèra, 1916, vol. II, cap. XI, § 2032). Per Pareto, dunque, la categoria politicamente rilevante comprende anche chi esercita un’influenza significativa sul governo senza ricoprire formalmente una carica e va distinta dalla classe eletta in generale.
Da chi è composta e da chi è scelta
Avendo spiegato che la nozione ha contorni ben poco definiti, esamino prima da chi è composta la classe dirigente e principalmente da chi è scelta; poi, da quante persone è composta e quindi quali ne sono le dimensioni e i tipi; in terzo luogo, quali sono le sue caratteristiche; infine, come è possibile migliorarla. La parte meglio definita della classe dirigente è quella costituita dalla cosiddetta classe politica, e quindi principalmente dai cosiddetti rappresentanti del popolo. Questi sono scelti per stabilire un legame tra il Paese reale, la società, e il Paese legale, lo Stato. Il modo della loro scelta è l’elezione. Tuttavia, in senso proprio, l’elezione non stabilisce un rapporto di rappresentanza, come osservò già nel 1774 un notissimo parlamentare inglese, Edmund Burke, che, parlando ai suoi elettori di Bristol il 3 novembre, disse “Parliament is a deliberative assembly of one nation, with one interest, that of the whole.” (“Il Parlamento è un’assemblea deliberante di un’unica nazione, con un solo interesse, quello dell’intera nazione”); gli elettori scelgono un deputato, ma, una volta eletto, questi è membro del Parlamento: la sua funzione non si esaurisce nella rappresentanza degli interessi locali di Bristol. “Parliament is not a congress of ambassadors from different and hostile interests; […] but parliament is a deliberative assembly of one nation” (“Il Parlamento non è un congresso di ambasciatori di interessi diversi e contrapposti; […] il Parlamento è invece un’assemblea deliberante di un’unica nazione” (Edmund Burke, Speech to the Electors of Bristol, 3 novembre 1774, in The Works of the Right Honourable Edmund Burke, London, Henry G. Bohn, 1854-1856, vol. I, pp. 446-448).
Bisogna ora avvertire che lo strumentario linguistico della democrazia è composto di lemmi ai quali è dato solitamente un sovrappiù di significato. Essi costituiscono, quindi, veri abusi linguistici e concettuali. Democrazia, un reggimento politico in passato denominato repubblica o governo rappresentativo (nei “Federalist Papers, n. 39 si può leggere che “republic” è un “government which derives all its powers directly or indrectly from the great body of the people”), non indica – come la parola lascia intendere – un sistema politico nel quale il popolo governa, bensì una organizzazione del potere di tipo oligarchico, corretta da periodiche elezioni, con numerosi altri istituti e contropoteri diretti a rendere l’esercizio del governo temperato e riflessivo (o controllato). Un vero e proprio autogoverno del popolo non è mai esistito (nella “demokratia” ateniese solo il 10 per cento del popolo aveva diritto di partecipare alle decisioni) e non potrebbe esistere, considerati sia le dimensioni degli odierni sistemi politici, sia il numero delle decisioni collettive da prendere.
Anche la democrazia rappresentativa non è tale, perché l’espressione lascia pensare che il popolo agisca mediante propri rappresentanti, mentre, invece, negli ordinamenti moderni non vi è rappresentanza in senso proprio: il rappresentante non agisce in nome e per conto del rappresentato, né imputa ad esso gli effetti della propria azione. Anzi, con la segretezza del voto e con il divieto di mandati imperativi, ogni possibile legame tra rappresentato e rappresentante è escluso. Secondo la vulgata, in terzo luogo, il rappresentante verrebbe scelto (eletto) dai rappresentati con una apposita procedura chiamata elezione, cioè un libero atto di volontà. Ma anche questo termine viene usato con un sovrappiù di significati. In nessun Paese gli elettori possono indicare sulla scheda elettorale un nome a propria scelta: votano una lista o un nome proposto da partiti o altre forze politiche. Solo in alcuni casi, possono scegliere uno o più nomi all’interno della lista, dando la preferenza. Nei sistemi uninominali o con liste bloccate, l’elettore si limita a dare un assenso. Tuttavia, la procedura chiamata erroneamente elezione si è affermata e consiste di votazioni libere, ripetute, competitive, con partecipazione detta universale. Una quarta espressione abusata è sovranità popolare. La sovranità, il potere più alto, quello che non riconosce alcun potere superiore, viene attribuita al popolo, ma non è esercitata da questo se non del tutto episodicamente. Singolare figura, questa, di un sovrano che è tale solo di tanto in tanto, piuttosto raramente. In realtà, più realisticamente, diritto e cultura giuridica inglesi parlano di “parliamentary sovereignty”.
I quattro abusi linguistici non avrebbero molta rilevanza (ve ne sono molti altri, in altri campi), se non alimentassero periodiche attese messianiche da parte di lontani pronipoti di Rousseau che si svegliano, notano che la realtà non corrisponde ai nomi, propongono forme nuove di agorà, e trovano persino chi li ascolta. A dimostrazione di quanto osservato basta considerare soltanto il numero delle persone che, in Italia, elette in un partito, l’hanno abbandonato facendo quello che viene diffusamente chiamato un “cambio di casacca”. Nella legislatura del 2013 sono stati 569 i parlamentari che si sono spostati da uno ad altro gruppo o partito; in quella del 2018, 464 e nei primi anni dell’ultima legislatura, tra il 2022 e il 2025, 59. Tuttavia, la classe dirigente non è composta soltanto da quella politica. Ne fanno parte anche i vertici dell’amministrazione, i membri delle autorità amministrative indipendenti, i direttori dei giornali, i grandi imprenditori, quegli uomini di cultura che non si limitano all’attività didattica nelle scuole o nell’università ma indirizzano il proprio pensiero anche ad un pubblico più vasto. Anche questi fanno parte della classe dirigente di un Paese.
Quanti sono: le dimensioni
La consistenza numerica della classe dirigente italiana varia sensibilmente secondo il significato attribuito all’espressione. Le cifre disponibili, inoltre, provengono da ricerche svolte in anni diversi e non costituiscono un censimento aggiornato. Una rappresentazione utile è quella dei cerchi concentrici proposta da Carlo Carboni (La società cinica. Le classi dirigenti italiane nell’epoca dell’antipolitica, Roma-Bari, Laterza, 2008, pp. 7-8). Al centro si collocano circa duemila leader delle maggiori istituzioni e organizzazioni; intorno a essi, una cerchia di circa seimila persone dispone delle risorse organizzative e decisionali degli apparati. Includendo le élite territoriali e settoriali, il perimetro raggiunge le diciassettemila unità e può superare le cinquantamila se si adottano criteri meno selettivi. Sono insiemi progressivamente inclusivi, non quantità da sommare: descrivono diversi livelli di concentrazione e diffusione del potere.
Espressioni abusate. Democrazia non indica un sistema politico nel quale il popolo governa. Anche la democrazia rappresentativa non è tale, perché il rappresentante non agisce in nome e per conto del rappresentato
Un’altra via consiste nell’utilizzare i repertori biografici. La ricerca curata da Carlo Carboni (Élite e classi dirigenti in Italia, Roma-Bari, Laterza, 2007) considera circa cinquemilacinquecento curricula tratti dal Who’s Who; l’indagine Eurispes, realizzata in collaborazione con Who’s Who in Italy (Classe dirigente: il profilo del potere in Italia, 2012), analizza invece 5.560 profili, segnalando forte invecchiamento, scarso numero di donne, chiusura, concentrazione a Roma e Milano, fuga all’estero dei più capaci. Alla stessa fonte ricorre James L. Newell (“La Classe Dirigente”, in Erik Jones e Gianfranco Pasquino, a cura di, The Oxford Handbook of Italian Politics, Oxford University Press, 2015, pp. 3-15, specialmente p. 7 e nota 13, p. 14). La sua delimitazione comprende circa ottomila persone, corrispondenti alle voci dell’edizione del Who’s Who in Italy allora disponibile.
La qualità della classe dirigente
Nella prima Democrazia in America, pubblicata nel 1835, Tocqueville affronta il problema della qualità della classe politica democratica. L’eguaglianza delle condizioni e l’estensione del suffragio non assicurano, egli nota, che gli uomini più capaci siano chiamati a governare. La sua osservazione prende avvio dal contrasto tra le qualità della società americana e quelle dei suoi dirigenti: “Al mio arrivo negli Stati Uniti, fui colpito nello scoprire quanto il merito fosse comune tra i governati e quanto poco lo fosse tra i governanti”. A questa constatazione segue un giudizio sul declino della statura degli uomini pubblici: “E’ evidente che la stirpe degli uomini di Stato americani si è singolarmente rimpicciolita da mezzo secolo” (A. de Tocqueville, De la démocratie en Amérique, prima Democrazia, parte II, cap. V, “Des choix du peuple, et des instincts de la démocratie américaine dans ses choix”, Parigi, Pagnerre, 1848, t. II, p. 44). Il problema non consiste soltanto nella difficoltà degli elettori di riconoscere le capacità necessarie al governo. Tocqueville individua una tensione più profonda tra la passione dell’eguaglianza e il riconoscimento della superiorità intellettuale e morale. La democrazia può essere poco incline a premiare proprio quelle qualità che distinguono alcuni individui dalla maggioranza: “Non è sempre la capacità di scegliere gli uomini di merito che manca alla democrazia, ma il desiderio e il gusto”. Di qui la conclusione che separa nettamente la legittimità del suffragio dalla qualità dei suoi risultati: “Quanti considerano il suffragio universale una garanzia della bontà delle scelte si fanno un’illusione completa. Il suffragio universale ha altri vantaggi, ma non questo” (ivi, p. 45 ss).
Fanno parte della classe dirigente anche i vertici dell’amministrazione, i direttori dei giornali, i grandi imprenditori, quegli uomini di cultura che indirizzano il proprio pensiero anche a un pubblico più vasto
Questa critica assume una forma particolarmente aspra nella descrizione della Camera dei rappresentanti. Tocqueville scrive che, entrando nella sua sala a Washington, si rimane colpiti “dall’aspetto volgare di questa grande assemblea”, nella quale “l’occhio cerca spesso invano un uomo celebre” e dove “quasi tutti i suoi membri sono personaggi oscuri”. La distanza tra il livello di istruzione della società e quello dei rappresentanti è espressa con una formula tagliente, presentata tuttavia come un giudizio riferito: “In un paese dove l’istruzione è quasi universalmente diffusa, si dice che i rappresentanti del popolo non sappiano sempre scrivere correttamente” (ivi, “Des causes qui peuvent corriger en partie ces instincts de la démocratie”, p. 49). La responsabilità di questa mediocrità non ricade, però, interamente sugli elettori. Conta anche la disponibilità degli uomini più capaci a intraprendere la carriera politica. In una società che offre ampie possibilità di arricchimento, le ambizioni maggiori possono rivolgersi verso le attività private, lasciando le funzioni pubbliche a figure meno dotate. Tocqueville formula questa osservazione con evidente durezza: “I grandi talenti e le grandi passioni si allontanano generalmente dal potere per perseguire la ricchezza; e accade spesso che ci si incarichi di dirigere la fortuna dello Stato soltanto quando ci si sente poco capaci di condurre i propri affari”. Il risultato deriva dunque sia dalla domanda degli elettori sia dall’offerta dei candidati: “E’ a queste cause, quanto alle cattive scelte della democrazia, che bisogna attribuire il gran numero di uomini volgari che occupano le funzioni pubbliche”. E conclude: “Negli Stati Uniti, non so se il popolo sceglierebbe gli uomini superiori che si candidassero ai suoi suffragi; ma è certo che costoro non li sollecitano” (ivi, “Des fonctionnaires publics sous l’empire de la démocratie américaine”, p. 57). Queste pagine non costituiscono, tuttavia, una condanna indiscriminata della rappresentanza democratica. Alla mediocrità della Camera Tocqueville contrappone la qualità del Senato. La differenza gli appare riconducibile soprattutto al procedimento elettorale: mentre i rappresentanti sono eletti direttamente, i senatori vengono allora scelti dalle assemblee legislative degli Stati. Il passaggio attraverso un’assemblea eletta può, nella sua interpretazione, migliorare la selezione senza recidere il legame con la sovranità popolare.
Una testimonianza diversa, relativa all’Italia, è quella di Francesco Saverio Nitti, che scrive, a proposito degli uomini di studio e della politica, che “uno dei luoghi comuni più diffuso è che raramente gli uomini dotti hanno grandi attitudini politiche e che, più raramente ancora, sono veri uomini di Stato. Nei Parlamenti dove assai spesso gli uomini di vera dottrina sono poco numerosi e dove abbondano invece i tipi mediocri, gli avvocati, i venditori di parole, gli organizzatori di masse lavoratrici, i rappresentanti di movimenti confessionali, ecc. categorie di persone non mai colpevoli di troppa erudizione, questo aforisma ha avuto spesso fortuna. Il volgo inclina alla diffidenza per chi sa di più e per chi vale di più, ma finisce quasi sempre, invece, con subirne l’azione dove sono governi liberi. E sono gli uomini di grandi attitudini che, direttamente o indirettamente, s’impongono. La qualità più importante di un uomo politico è, senza dubbio, la conoscenza degli uomini e dei loro sentimenti e delle loro passioni.
[…] Ma per gli uomini che hanno attitudini politiche e le qualità di intelligenza e di carattere necessarie per il governo dello Stato, nulla è più prezioso che avere studi e dottrina. […]; anche nei nostri tempi i maggiori uomini politici sono stati uomini di dottrina. In Italia e in Germania gli uomini che nella seconda metà del secolo passato hanno più costruito ed esercitato la maggiore azione sono stati Bismarck e Cavour. Studiando la loro azione e la loro opera, si vede facilmente quale dottrina possedevano e come fu solo la completa conoscenza dei grandi problemi che dovevano risolvere che facilitò la loro azione. Cavour sopra tutto fu uomo di conoscenza enciclopedica e profonda. In Inghilterra, dove il Parlamento ha avuto per maggior tempo uomini insigni, le due grandi personalità che furono a lungo a capo del partito liberale e del partito conservatore sono stati nel nostro tempo Gladstone e Salisbury, tutti e due studiosi di merito e scrittori eruditissimi. […] Anche in Italia i più insigni uomini di Stato, i politici più grandi sono stati sempre uomini di studio e di dottrina. Cavour, che fu fra i politici il maggior fondatore dell’unità d’Italia, era economista e conoscitore di studi storici e politici. Era vissuto tutta la sua giovinezza all’estero e conosceva ammirabilmente la letteratura inglese e la francese. I suoi studi, i suoi scritti e i suoi discorsi dimostrano le sue vastissime conoscenze. I maggiori uomini di Stato, che in Italia vissero ed esplicarono la loro opera, sopra tutto nei primi venti anni dell’unità nazionale, avevano quasi tutti grande dottrina: Minghetti elegante scrittore, letterato, giurista, oratore finissimo; Sella mineralogista, geologo, letterato oltre che grande industriale; intorno ad essi grandi economisti come Francesco Ferrara e studiosi, eruditi, giuristi come Silvio Spaventa, Ruggiero Bonghi, Francesco De Sanctis, Massari, de Meis, ecc. Senza dubbio il Piemonte vincitore impose anche all’Italia patrioti di scarsi studi, ma di sicura probitá come Lanza o di grande esperienza come Depretis: ma essi ebbero sempre cura di circondarsi, come più potevano, di uomini di studio e competenti, se anche le esigenze parlamentari non sempre permisero loro le scelte migliori. Dopo quelli che erano stati grandi patrioti, ma non sempre grandi intelligenze, Giolitti, che era spirito pratico e mente lucida, ma che non era oppresso dall’erudizione, abbassò il tono. Ma era uomo di esperienza e, come diceva di lui Luzzatti, raggiungeva “il sublime della mediocrità”. In generale gli uomini che prima del fascismo godevano più grande situazione erano uomini di dottrina e fu solo dopo l’ultimo ministero Giolitti che si arrivò sino alla degenerazione dell’analfabetismo, rappresentato da Facta di cui la completa ignoranza non fu certo garenzia dell’intelligenza e che fu stupido anche più che analfabeta. Nel lungo tristissimo periodo della dominazione fascista assai pochi furono gli uomini politici che mostrarono una certa intelligenza con una certa mediocrità di studi. La nazione tutta fu gittata in un ridicolo coribantismo, che doveva umiliarla e abbassarla e poi rovinarla. Vi è da temere che dopo la lunga dominazione fascista, che ha certamente abbassato il livello della cultura italiana, non meno che la dignità, vi sarà per molto tempo prevalenza di uomini mediocri e anche di poca istruzione” (Francesco Saverio Nitti, Scritti Politici. Diario di prigionia. Meditazioni dell’esilio, a cura di Giuseppe De Cesare, vol. V, Bari, Editori Laterza, 1967).
Nel periodo repubblicano, dal 1948 al 2022, vi è stato indubbiamente una diminuzione del grado di istruzione medio dei parlamentari. Durante la prima legislatura, quella iniziata nel 1948, vi erano il 90-91 per cento di laureati. Nel 1996, con la 13ª legislatura, sono scesi al 68-70 per cento e lì sono rimasti negli anni più recenti. Vanno tenute presenti, però, tre avvertenze. Primo: questi dati si riferiscono esclusivamente alla classe politica (cosiddetti rappresentanti parlamentari), per i quali in generale la Costituzione richiede esclusivamente due requisiti, la cittadinanza e un requisito di età. Secondo: la crisi dei partiti, che erano una volta vera e proprie scuole di selezione e formazione della classe dirigente politica, così supplendo in parte alla scarsa formazione di tipo scolastico. Terzo: la circostanza che questi dati si riferiscono esclusivamente alla classe politica e non invece a quella parte della classe dirigente che non fa parte della politica dei partiti, quali imprenditori, giornalisti, studiosi.
E’ collegata a questo aspetto la poca fiducia degli italiani nello Stato. LaPolis Uniurb (in collaborazione con Demos e Avviso pubblico), nel suo 28º Osservatorio “I cittadini e lo Stato”, del dicembre 2025, ha potuto accertare che 6 italiani su 10 ritengono la democrazia indebolita, che c’è una diminuzione della partecipazione, salvo le iniziative di volontariato, che è aumentato il distacco tra la società e lo Stato, e che la fiducia più alta riguarda solo le forze dell’ordine, mentre più bassa è quella di cui godono i partiti, con una distanza di 57 punti.
Si può migliorare la classe dirigente e come?
“La realtà della vita libera di un popolo sta veramente nella forza che vi esercita la pubblica opinione e nella qualità della classe politica che lo guida”, osservava Benedetto Croce nella Storia d’Europa nel secolo decimonono (1932) (Roma - Bari, Laterza, 1965, 11ª edizione, p. 247). Nel corso della storia dell’allargamento del suffragio, i due termini della questione, quello della capacità dei votanti e quello dell’allargamento del suffragio, sono andati per lungo tempo insieme. Prima in Francia, nella prima metà del XIX secolo e poi in Italia, nella seconda metà di quel secolo, si è a lungo pensato che un requisito per avere diritto a votare ed essere votati forse quello dell’istruzione (suffragio capacitario), e si è ritenuto che, assicurando progressivamente l’obbligo scolastico, si potesse ottenere da un lato una migliore scelta dei cosiddetti rappresentanti, dall’altro una società più istruita.
Più di recente, si è diffusa l’idea che la democrazia debba essere accompagnata con un certo grado di epistocrazia. Questo punto di vista è stato esposto ampiamente in un libro di Jason Brennan, tradotto in italiano con il titolo Contro la democrazia (Roma, Luiss University Press, 2018). Il tema degli intellettuali e degli esperti di politica risale al ’700, quando vi sono stati intellettuali, come Condorcet (1743-1794), impegnati nella sfera pubblica. Poi il loro impegno è aumentato: un esempio è quello di Émile Zola nel 1898 nel cosiddetto “Affaire Dreyfus”. Successivamente, gli esperti e uomini di scienza e il loro impegno come classe dirigente si è ampliato: si è parlato di “public intellectuals”, “guru”, “maître à penser”, su cui molti studiosi hanno riflettuto (Karl Mannheim, Ideologia e utopia, Bologna, il Mulino, 1957, p. 155 ss.; Richard Posner, Public Intellectuals. A Study of Decline, Harvard University Press, 2001, per la critica di astrattezza, arroganza e tendenza a posizioni estreme). Dall’altra parte, vi è stata la chiusura degli intellettuali nella “torre d’avorio” (espressione usata da Charles Augustin Sainte-Beuve per spiegare la diversa posizione dell’intellettuale impegnato, Victor Hugo, e dell’intellettuale appartato, Alfred de Vigny). Infine, vi è stato lo specialismo dei settori scientifico- disciplinari, già criticato da Max Weber con la nota frase “non sono un asino, non ho un campo”.
Infine, vi è il modello meritocratico, quello di origine cinese, dalla dinastia Han, che ha dato luogo allo sviluppo del principio del merito da parte degli illuministi francesi, subito seguiti dalla cultura inglese, per garantire nello stesso tempo eguaglianza di accesso ai pubblici uffici e loro efficienza. Ma anche la meritocrazia è stata oggetto di critiche, che occupano un posto rilevante nel dibattito contemporaneo sulle diseguaglianze e sulla crisi della democrazia. Il suo oggetto è soprattutto la trasformazione del successo economico, scolastico e professionale in un giudizio sul valore delle persone: chi raggiunge una posizione elevata viene considerato meritevole dei propri vantaggi, mentre chi rimane indietro è indotto a interpretare la propria condizione come un fallimento personale. In questa prospettiva, la promessa meritocratica può contribuire a legittimare le gerarchie sociali, oscurando il peso delle condizioni di partenza.
Un antecedente è L’avvento della meritocrazia di Michael Young, pubblicato nel 1958. Attraverso una narrazione satirica, Young descrive una società nella quale la selezione fondata sull’intelligenza e sul rendimento genera diseguaglianze ancora più rigide. La convinzione che ciascuno occupi il posto corrispondente alle proprie capacità rende la gerarchia particolarmente difficile da contestare: il privilegio può presentarsi come il risultato di una selezione giusta (Michael Young, L’avvento della meritocrazia, Milano, Edizioni di Comunità, 2014). Michael Sandel ha ripreso questo problema mettendone in evidenza le conseguenze morali e politiche. In La tirannia del merito, la convinzione dei vincitori di dovere il successo soltanto a sé stessi alimenta un sentimento di superiorità, mentre la sconfitta assume per gli altri il significato di un’umiliazione. La retorica dell’ascesa individuale indebolisce così la solidarietà e il riconoscimento del contributo di chi svolge lavori meno remunerati o socialmente prestigiosi. Il risentimento verso le élite diventa, nella sua interpretazione, una delle componenti della reazione populista (Michael J. Sandel, La tirannia del merito. Perché viviamo in una società di vincitori e di perdenti, Milano, Feltrinelli, 2021).
Daniel Markovits ha concentrato, invece, l’attenzione sui meccanismi attraverso i quali la meritocrazia riproduce il privilegio. Gli ingenti investimenti delle famiglie più ricche nell’istruzione dei figli permettono di convertire il vantaggio familiare in qualifiche scolastiche e professionali. La selezione può quindi apparire fondata sulle capacità individuali pur incorporando profonde diseguaglianze nelle possibilità di svilupparle. Questo sistema penalizza la classe media e sottopone gli stessi vincitori a una competizione incessante per conservare la propria posizione (Daniel Markovits, The Meritocracy Trap, Penguin Press, 2019). Nel dibattito italiano, Mauro Boarelli esamina analogamente il modo in cui il linguaggio del merito, della competizione e della valutazione può nascondere le condizioni sociali che determinano le opportunità degli individui, con particolare attenzione all’istruzione (Mauro Boarelli, Contro l’ideologia del merito, Laterza, 2019). Su una posizione diversa si colloca Luca Ricolfi. In La rivoluzione del merito egli difende il riconoscimento del talento e dell’impegno come strumenti di emancipazione, soprattutto per i giovani dei ceti popolari. La sua argomentazione insiste sulla distinzione tra merito e meritocrazia e sul rischio che la critica della seconda finisca per delegittimare il primo. Per lui, sostenere i capaci e meritevoli privi di risorse costituisce una condizione della mobilità sociale e della lotta contro i privilegi ereditari (Luca Ricolfi, La rivoluzione del merito, Rizzoli, 2023). Alla discussione si collega il recente intervento di Daron Acemoglu nell’intervista concessa a Maurizio Ferrera per “la Lettura”. Acemoglu individua nella crescente centralità delle competenze cognitive e dell’istruzione superiore una trasformazione degli equilibri sociali e politici: “Per me la crescita del potere sociale dei ceti istruiti ha giocato un ruolo cruciale nell’innescare la crisi”. La sua osservazione riguarda il rapporto tra concentrazione della conoscenza, potere delle élite e indebolimento delle basi sociali della democrazia. La trasformazione produttiva, la globalizzazione e le tecnologie digitali hanno inoltre reso meno diretto il collegamento tra successo delle imprese e aumento delle retribuzioni, ostacolando la diffusione della prosperità (Daron Acemoglu, La democrazia ce la farà”, colloquio con Maurizio Ferrera, “la Lettura”, Corriere della Sera, 6 settembre 2026, n. 771).
Infine, un Paese più istruito è in grado di avere una classe dirigente più capace ma questo non richiede soltanto interventi sul sistema scolastico ma interventi più profondi sull’intera società per aumentare, innanzitutto, la cultura organizzativa diffusa.