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La voce irresistibile di David Goudreault per un romanzo sfacciato e tragico
In "Bestie di mamma", Goudreault usa la pagina come la scena per la performance di una voce che è corpo, ossia materia dinamica che si muove tra il letterario e l’orale, il gergo e il canone, il rap e la letteratura, il flusso e la densità
10 OTT 26

David Goudreault (Foto Getty)
Era da un pezzo che una voce non era così irresistibile. Forse dal 2002, anno di uscita di Ogni cosa è illuminata di J.S. Foer. Non perché questo Bestia di mamma di David Goudreault (Marcos y Marcos, pag. 228, euro 18, traduzione di Sara Giuliani) gli somigli, perché no, non gli somiglia – differenti il carattere dello scrittore, gli obiettivi narrativi e le traiettorie, oltre che, in un certo senso, la profondità. Ma perché Goudreault, canadese classe 1980, usa la pagina come la scena per la performance di una voce che è corpo, ossia materia dinamica che si muove tra il letterario e l’orale, il gergo e il canone, il rap e la letteratura, il flusso e la densità. Una voce cui non si resiste, dotata di una spiccata vocazione all’esibizione, che si rivolge a chi legge come se ascoltasse. Una voce imperterrita, che crepita come una sparachiodi, potente ma non nel senso in cui le alette editoriali lo intendono di solito – non ci sono, qui, assoli squisiti o nodi di subordinate liriche. Semmai, perché batte come un tamburo: una voce che tracima, trascina, mitraglia brevi frasi e poi lunghe dissertazioni rilasciate a scatti d’umore, una voce che si perde e si ritrova con uno stile che rifiuta la letterarietà eppure è romanzo, a pieno titolo e senza alcun dubbio.
La voce è quella di un protagonista che è impossibile non amare: un vero stronzo, un sociopatico wannabe rapper e insonne blaterante con mille fisse, apriorismi e logorroiche visioni di sé tutte improntate alla superiorità morale e intellettuale su chiunque. Uno col vizio delle anfetamine, delle canne, dell’alcol. Un tizio da cui tutti ci terremmo alla larga se lo incrociassimo nella realtà. Ma che sulla pagina – magia della letteratura – attraverso quella voce cinica, sputasentenze e ipercinetica diventa capace di portarsi il lettore ovunque. Un suono ineludibile, che strega e fa l’incantesimo. E’ già successo, del resto. Col Portnoy di Philip Roth. Col Barney di Mordecai Richler. Con l’Alex di Foer. David Goudreault è, per la sua generazione, ciò che questi autori sono stati per la propria? Difficile dirlo. Quel che si può dire è che Bestia di mamma parla e sa parlare a tutti: parla la lingua di questo tempo – era ora! – e non una lingua di legno, e parla la lingua della bella narrativa quando racconta con calore una vicenda micro-epica, prendendosi il lusso di sovvertire e irridere gli schemi del romanzo di formazione.
L’innesco della storia: madre molto problematica, suicida reiterata, che costringe il figlio a peregrinazioni disastrose. Il loro rapporto è segnato dalla geografia dei cambiamenti di casa, a seconda delle crisi e degli interventi degli assistenti sociali. “Tutti i miei ricordi d’infanzia”, racconta il protagonista, “sono legati a nomi di città, a loro volta associati a drammi che hanno costellato la mia giovinezza. Shawinigan, intossicazione da farmaci e conati di vomito. Trois-Rivières-Ouest, il ceffone che René il tatuato ha inflitto a mia madre all’ingresso del palazzo. Sainte-Foy, l’overdose di Xanax e il giro in ambulanza. Donnacona, le botte di Mario in mezzo alla strada. E infine Québec, dove ha avuto luogo la famigerata impiccagione”.
Il prologo ci racconta che il protagonista, la Bestia, è colpevole di omicidio. “Avete trovato il cadavere. Avete tutte le prove circostanziali e medico-legali di cui avete bisogno. Il caso è chiuso, siete giunti alla conclusione. Ma non si può giungere alla conclusione senza conoscere tutta la storia”.Ed eccola servita: truffe, rapine, esecrabilissimi stratagemmi per ricongiungersi a una madre che lui cerca ostinatamente anche se lei l’ha respinto per sempre. “Gesù perdona, io mi vendico”, afferma la Bestia, facendo a pezzi ogni morale – una Bestia con un’anima che sanguina, piange e vorrebbe (disperatamente vorrebbe) essere amata.
Duecentrotrenta pagine e nemmeno una riga di sentimentalismo. Vien quasi da commuoversi. In un’epoca in cui gli scrittori fanno i giusti, i saggi e i probi, David Goudreault non teme di esser confuso con l’io che dice io in questo romanzo sfacciato e maldicente, biliare e tragico, ultimo classificato a tutti i concorsi di bellezza morale. Vien quasi da dir grazie.