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Non c’è solo Ranucci. Ecco i nuovi teatranti del giornalismo
Sul palco dove montavano Ranieri e la Caselli ora ci sono Travaglio, Cruciani, Saviano. I giornalisti sono ormai i divi contemporanei, fanno continue incursioni sul palcoscenico e le chiamano “spettacoli”

Sigfrido Ranucci è in tour col suo “Diario di un trapezista” (foto Ansa)
È la rivincita, nell’èra digitale, della provincia italiana. Quella che negli anni Sessanta aspettava il Cantagiro e la folla si stringeva attorno a Gianni Morandi quasi più per la brama di toccarlo che per riascoltare In ginocchio da te. C’erano posti dove s’agognava l’estate per infrangere la routine con l’apparizione dal vivo dei volti dei musicarelli. Se consultate Wikipedia, l’immagine che compare sotto la voce dedicata alla manifestazione ideata da Ezio Radaelli è un fotocolor di Rita Pavone a Catania nel ‘67. E’ scortata dalla polizia per attraversare indenne la calca, che nell’eccesso amoroso le avrebbe strappato persino un lembo d’abito ma si doveva accontentare di un tocco in punta di dita o dell’autografo, progenitore povero del selfie.
Più di una sessantina d’anni dopo, ugualmente euforica pare la folla anche se a colpo d’occhio prevalgono le teste bianche o calve; c’è sovente una scorta ma senza l’uniforme; totalmente diversa è la tipologia del divo: non sa cantare, non balla, ma è chiamata comunque “spettacolo” la sua esibizione e il biglietto si può comprare sul circuito TicketOne. Sul palco dove montavano una volta Ranieri e la Caselli salgono i giornalisti col microfono o l’archetto wireless. Si siedono, raccontano, persino camminano mentre su un maxischermo scorrono le immagini e un garbato intervistatore, che quando c’è viene scelto a seconda delle tappe, alza la palla per battute, risposte, soliloqui. E’ tutto più simile a un set per presentare i libri, che adesso invece fungono da supplemento alla fine dell’incontro, quando a settembre è già buio. Le cicale non friniscono più, ma mentre le ultime zanzare di stagione mordono braccia e polpacci si può acquistare il volume per il rituale firmacopie con selfie e stretta di mano dell’autore. E’ il momento in cui, agli sposalizi, si provvede alla distribuzione delle bomboniere dopo il brindisi e il taglio della torta, ma come i confetti che spesso resteranno intatti dentro il tulle anche quel libro rimarrà sul tavolino del soggiorno e forse non si leggerà (perciò, dal 2024 a quest’estate, quasi nessuno s’era accorto dei passaggi più intimi narrati ne La scelta di Sigfrido Ranucci).
E’ la rivincita della provincia minima. Spuntano, li citiamo pescando a caso, nomi che non tutti saremmo capaci di localizzare d’emblée sulla carta geografica. Calcinato, Tricase, Sant’Omero, Seriate, Vittoria, Casalfiumanese, Cetona, Gravellona, Seriate. E poi ci sono i capoluoghi come Terni, Varese, Salerno, Pescara, Reggio Calabria, Palermo, Bologna; c’è Milano e c’è Roma – “la mia Garbatella”: queste alcune delle tappe già compiute o annunciate, fino a tutta primavera 2027, del tour Diario di un trapezista di Ranucci. E’ tanto ormai che i giornalisti vanno per piazze o per teatri, come Marco Travaglio, Andrea Scanzi, Giuseppe Cruciani, Roberto Saviano. A giugno Gad Lerner, Attilio Bolzoni e Maurizio Mannoni hanno calcato pure il suolo delle Madonie; Corrado Augias venerando decano racconta con soprano e pianista Il mio Novecento: Firenze, Napoli e Parma le prossime date. Nessuno ha però spopolato quest’estate quanto Sigfrido, che potrebbe rivendicare a buon diritto la supremazia nei palcoscenici minori dopo il primato per le inchieste e i premi giornalistici, per la lamentata character assassination e per i cuori rubati, se la maestra Milena Gabanelli non ha detto una bugia. Gli esperti del Guinness World Records sono pronti a certificare eventuali riconoscimenti.
Per ambire alle platee maggiori, tuttavia, Sigfrido dovrà divorarne pagnotte: ce ne vuole a riempire l’Augusteo di Napoli o la Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, due dei diciassette appuntamenti previsti nel tour di Saviano con Quel che resta di me tra gennaio e giugno prossimi (più una tappa londinese a maggio). Però Ranucci ha lavorato alla riscossa della provincia, contribuendo pure alla revanche della stampa locale e localissima al tempo della globalizzazione, dove tutti assomigliano a tutto. Nel giro di Sicilia le evoluzioni (metaforiche) del “trapezista”, che a chi ne scrive da lontano riaccendono le immagini tornatoriane dell’“Uomo delle stelle” Joe Morelli, o dei cinema ambulanti dell’Istituto Luce, hanno mobilitato i cronisti delle testate periferiche. La loro prosa oscilla fra la civile vibrazione e la soave melodia dei “Mosconi” d’antan di Matilde Serao (“al ballo della principessa xy erano presenti etc…”): apprendiamo così che dopo “il bagno di folla” nella villa comunale di Vittoria, in un confronto “serrato e senza sconti” con un interlocutore magistrato, Ranucci “ha scelto la quiete suggestiva di Ragusa Ibla per il proprio pernottamento” e la sua mattinata domenicale è proseguita “tra i vicoli di Ibla, con una sosta all’aperto per una colazione tipica alla caffetteria Biancomangiare, proprio nel cuore di piazza Duomo. A immortalare il momento di relax e convivialità è stato lo staff del locale, che ha condiviso con orgoglio sui social le foto dell’ospite illustre seduto ai tavolini baciati dal sole d’autunno. Un congedo suggestivo da una terra che, ancora una volta, ha risposto con grande calore all’impegno e alla testimonianza civile”. Manca la posa di una prima pietra e non c’è un taglio di nastro, ma se traslate il resoconto nell’intonazione littoria altro che Cantagiro: è un risucchio nelle atmosfere dei borghi meridionali di quando c’era Lui, che Luigi Zampa rievocò nel film Gli anni ruggenti. Sigfrido non gradirebbe il paragone; né, aggiungerebbe, lo gradirebbe “la mia gente”. Per confermarlo d’altronde basta il look: la purezza della “camisa bianca di lino” che Tommaso Campanella vagheggiava per l’utopica Città del sole ma che Fabrizio De André in un famoso brano si vantò di non avere. Per Ranucci è l’abito di vita & scena poiché negli “spettacoli” è egli stesso il personaggio: se si presentasse con una button down a righe o a quadrettoni forse vacillerebbero nella certezza (“è lui o non è lui?”) persino i fan più devoti, coloro che al suo ingresso s’alzano ad applaudire manco fossero magistrati dell’Anm.
Scanzi sbotta: “Diteci quando c… si vota perché ci ho da capire quando devo farlo il prossimo tour teatrale”. Almeno per lui, nei Palazzi si diano una mossa
L’abito fa il monaco. Se Cesare Gabrielli, celeberrimo ipnotista che imbambolava le platee della Penisola, e affascinò persino Thomas Mann, si fosse palesato sulla scena senza l’immancabile frac, non avrebbe conseguito i prodigiosi effetti che gli valsero l’appellativo di “artefice magico” (copyright Gabriele d’Annunzio). Roland Barthes spiegò la materia in un’arguta lezione dedicata al mondo del catch, anche se sul ring di Ranucci gli antagonisti, ossia i cattivi, sono ovviamente combattuti o evocati in absentia: come la perfida Palantir quando lui ha svelato al (suo) popolo che esiste qualcosa chiamato Big Data. Al pubblico, scriveva Barthes, “non importa ciò che vede ma ciò che crede”, sicché la funzione di un certo lottatore è “compiere esattamente i gesti che ci si aspettano da lui”. Perché il personaggio buono nel catch, così come il titolare dell’impegno civile, “ha soprattutto il compito di mimare un concetto puramente morale: la giustizia. L’idea di ripagamento è essenziale al catch e il ‘Fagli male’ della folla significa prima di tutto un ‘Fagliela pagare’”. E’ l’equivalente dei “denunciali tutti!!!” che fioccano copiosi, contro i suoi colleghi “giornalai”, sotto i post Facebook del luchador Sigfrido, il Rey Mysterio, il Superman del mestiere “a schiena dritta”, annosa metafora ortopedica che richiama pure la straight back del gergo wrestling. Né manca, nel sottotitolo del Diario di un trapezista, quel malnato sostantivo assurto a classico della parlata prêt-à-porter: “Cronache di resilienza di un reporter”. Si staglia, la figura dell’hombre vertical, dai calcagni alla cima dei capelli e più su fino alla coppola dell’inviato di “Report”, Paolo Mondani, che mai s’inclina sulle ventitré nemmeno quando la sua indagine congetturale sulle “piste nere” per le stragi di mafia tonfa nell’olio bollente di ragionevoli smentite.
E’ il risultato di quel che il critico televisivo Aldo Grasso ha definito, trattando di Massimo Giletti sul Corriere della Sera, “una continua rappresentazione di sé: il cronista coraggioso, l’uomo che non si piega, quello che ‘va a vedere’, che ‘mette le cose in fila’, che ha ‘la schiena dritta’. La postura, insomma, è diventata contenuto”. Sono tramontati i tempi in cui, per prima cosa, l’io narrante dei reporter s’espungeva dal taccuino; ora “l’ostentazione del coraggio finisce per assomigliare più al narcisismo che alla forza d’animo. Il conduttore entra nella notizia, la occupa, la interpreta”. Paradosso finale: egli stesso “diventa il personaggio principale di ogni storia che dovrebbe raccontare”.
Sono tramontati i tempi in cui l’io narrante dei reporter s’espungeva dal taccuino. Ora “il conduttore occupa la notizia”, ha commentato Aldo Grasso
Se vale per Giletti, pesa ancor più su Sigfrido Superman: lo riveste dei panni del supereroe, sia in copertina che in 67 citazioni nel testo, Maria Rosaria Boccia in Guai a chi lo tocca: Io, Sigfrido e le tempeste, un libro per cui attinge, a sua volta, dalla precedente autobiografia ranucciana “che aveva raccontato il fascino esercitato su di lui, fin dall’infanzia, proprio dal costume dell’Uomo d’Acciaio”; ma è un eroe che convive, chiosa l’autrice, con le proprie fragilità malgrado non abbia intenzione alcuna “di consegnare il mantello” – la conduzione di “Report” – “senza discutere”. “Guai” però “a chi lo tocca”: per chi frequenta gli spettacoli del trapezista o stai con lui o contro. Di qua o di là. Buoni e cattivi: non a caso s’intitolerà Il Bianco e il Nero la sua nuova fatica editoriale. E’ un aut aut, l’epitome della polarizzazione da cui s’esclude ogni sfumatura di grigio sebbene sia un colore intrigante, nella vita e nelle inchieste giudiziarie come quella sull’“amorosa bomba” piazzata su mandato dell’amico Valter Lavitola, il 16 ottobre 2025, sotto casa di Sigfrido. Pare che lui in cucina stesse mettendo le castagne al fuoco. Sincronicità junghiane.
Non tutti i mali vengono solo per nuocere. Ranucci col suo tour arricchisce l’offerta destinata agli appassionati del genere, che magari hanno già prenotato una poltrona per il recital di Travaglio: Cornuti e contenti, prima data 3 novembre a Genova. Non v’è certezza invece sul calendario completo di Scanzi, che è sbottato l’altro giorno sul suo canale YouTube: “Diteci quando c… si vota perché ci ho da capire chiaramente quando devo farlo il prossimo tour teatrale. Mi hanno appena cercato per due date all’estero…”. Almeno per lui, nei Palazzi si diano una mossa.
È la rivincita della provincia minima. Spuntano nomi che non tutti saremmo capaci di localizzare d’emblée sulla carta geografica
Fatto sta che le incursioni giornalistiche nel circuito teatrale suscitano qualche prurito agli addetti ai lavori, pure a chi è avvezzo ai sold out come Maurizio Battista: “Non capisco perché denominarli spettacoli. Ecco la definizione della parola nel vocabolario Treccani: ‘Rappresentazione di opere teatrali, liriche, cinematografiche, d’arte varia; in senso ampio, qualsiasi esibizione artistica che si svolge davanti a un pubblico di spettatori appositamente convenuto’. Mi dite dov’è la componente artistica? Diario di un trapezista è un’altra cosa, è informazione. Magari sono cose che il conduttore ha già scritto o presentato in tv e nemmeno c’è lo sfizio di assistere a un contraddittorio”. Il comico romano la chiude con filosofia: “Ciascuno è libero di fare soldi occupando gli spazi che vuole e il teatro è un luogo aperto a tutti, da Aristofane a Maurizio Battista. Però per me, e per la Treccani, questi signori nella categoria ‘spettacolo’ restano un po’ abusivi anche se si sentono grandi showman”. (Curiosità: il manager teatrale di Ranucci è Fabio Censi, lo stesso che curava gli interessi di Battista, il quale lo ha denunciato per una presunta truffa da circa due milioni su cui si pronuncerà la magistratura).
Considerazioni analoghe quelle di Roberto Parodi, 732 mila follower su Facebook e 486 mila su Instagram, che si professa “moderatamente conservatore con episodiche scivolate verso l’anarchia”. In teatro fa “l’intrattenitore totale” ma ha un percorso poliedrico: ingegnere, già dirigente di importanti banche estere, motociclista overland, conduttore tv, scrittore, commentatore di costume. Sulle piattaforme sociali si diverte a sfruculiare il mondo radical chic milanese e il conformismo ideologico: “Ma la mia” spiega Parodi “è una sorta di stand-up comedy in cui condivido episodi di vita quotidiana e autobiografici con l’obiettivo di far ridere e far riflettere chi paga per vedermi. Non credo si possa chiamare spettacolo quello di Ranucci, e mi domando come possa criticare chiunque non si mostri d’accordo con lui senza dire una parola contro l’amico che gli ha messo la bomba. Voglio dargli solo due consigli estetici: indossi un paio di pantaloni più larghi e si metta la giacca, perché i jeans così attillati e la camicia bianca non valorizzano la sua struttura fisica. Ricorda il tipico italiano di una certa età, il separato medio che s’atteggia a piacione in discoteca. Qualcuno gli suggerisca non soltanto come scegliersi gli amici, ma anche il nome di un sarto”. Sono esclusi i costumi della Marvel.