Cultura
esperimenti lessicali •
Una lingua antica e cangiante per tradurre il parlottio del Purgatorio
Parte da un punto ma poi, in maniera inaspettata ma coinvolgente, porta il lettore a spasso tra i percorsi immaginifici della sua ispirazione. “Lotteria delle anime” di Matteucci è un gran libro in poche pagine
26 SET 26

Foto Getty
"Un giorno ebbi modo di scoprire come si svolge la giornata tipo in Purgatorio. Il tempo laggiù è sdillabrato, nell’unicità organolettica di flaccido e greve insieme, e caratterizzato da indescrivibile pesantezza. Una misura che schiaccia e ottunde, un’oppressione fisica assimilabile agli episodi che noi tutti abbiamo avuto modo di conoscere in vita, quei casi di costipazione, con valori di calprotectina oltre i 200 mcμg, grama condizione da cui ci libera soltanto la provvidenziale opera del lassativo". Basterebbero queste poche righe, prese a campione dal suo ultimo romanzo breve, "Lotteria delle anime" (Adelphi), per misurare con disarmante chiarezza la distanza che separa la scrittura di Rosa Matteucci dagli stilemi della narrativa italiana contemporanea. Se qui già è evidente il lavoro linguistico della scrittrice che ricorda i divertiti esperimenti lessicali di un funambolo della parola come Tommaso Landolfi (anche per l’ironia con cui in ogni pagina il lettore si muove tra i temi più neri e dolorosi ma poi immediatamente si solleva grazie a stoccate umoristiche), una stessa sperimentazione coinvolge anche la materia narrata in cui sembra aleggiare il surrealismo di Roberto Bolaño (che tra l’altro appare nel libro) seppure qui depurato dal gauchismo e immerso nella grande tradizione italiana.
Nel suo libro precedente, Cartagloria (che già dal titolo invita ad approdare in un mondo lontano con il suo riferimento a uno strumento liturgico del rito tridentino), Matteucci racconta come la morte del padre porti la protagonista a interrogare Dio (incarnato in credenze più o meno ortodosse e inseguito in giro per il mondo) sulla necessità della dipartita dei propri affetti e questo nuovo breve romanzo è imbevuto della stessa surreale inattualità in quanto mette in scena una situazione paradossale, una donna che viene assillata dalle anime del Purgatorio affinché preghi per loro con il “collaudato Ti adoro, o Croce Santa” riducendo il tempo che devono trascorre nell’attesa del Paradiso (“Delle anime purganti non si parla, nessuno immagina l’orrore dello stato di tribolazione in cui vivono, nessuno si preoccupa per la loro condizione di esseri che furono vivi come noi e che a un certo momento non hanno potuto far altro se non morire, pertanto sono morti”). Questo curioso marchingegno narrativo prende vita dall’orecchio della protagonista in cui arriva il cicaleggio, “il molesto parlottio nella coclea”, delle anime (dal vecchio giornalaio ai più lontani parenti, da scrittori e musicisti illustri a perfetti sconosciuti) in cerca di una più veloce salvezza ed esplode con la scoperta dell’invenzione di “padre Alessio Jandoucheff”, la “Lotteria del Purgatorio”, una “griglia di novanta caselle in cui erano elencate le tipologie di anime purganti in attesa di riscatto” per cui pregare. La redenzione delle anime, le richieste di soccorso e le apparizioni nella vita diurna (“alcune bussano alla porta o alla finestra, altre si presentano di colpo con parvenza umana vestite come lo furono in vita nei giorni feriali, altre ancora evanescenti, ovvero coperte di stracci e pellicce tarmate e pertanto causano spavento”) diventano per Matteucci l’occasione per affiancare al fulcro principale della narrazione una ramificazione di biografie minuscole, fantastiche o reali, una splendida galleria di personaggi che intrecciano mistica e vita comune, testimonianza dell’erratico procedere della scrittura di Matteucci che, come sempre, parte da un punto ma poi, in maniera inaspettata ma coinvolgente, porta il lettore a spasso tra i percorsi immaginifici della sua ispirazione. La lingua fieramente antica e cangiante e una liturgia narrativa originale fanno di questo piccolo libro l’ennesimo capolavoro di Rosa Matteucci, una scrittrice che non si dovrebbe mai smettere di leggere, un antidoto all’aridità di tante scritture contemporanee.