Cultura
traiettorie imprevedibili •
"Seguendo le tracce" è una grande storia come quelle di una volta
Nel romanzo di Assaf Gavron, le vicende dei quattro protagonisti nella Gerusalemme degli anni '70 raccontano indirettamente la fondazione di Israele, intrecciandola al presente
26 SET 26

Foto ANSA
Si parte con un ragazzino morto annegato in un lago e un preside, implacabile lanciatore di gessi contro gli studenti che deridono la sua mano semimonca con due dita paralizzate, che avverte di non andare nel luogo del fattaccio, tutto fango e insidie. Ci troviamo a Gerusalemme negli anni Settanta. Il lago è il risultato di un errore tecnico nella costruzione di una diga, per cui l’acqua finisce da tutt’altra parte rispetto a dove dovrebbe.
Kermit abita di fronte alla diga, circondata da cartelli arrugginiti che raffigurano un bambino con le braccia in alto mentre sta per essere sommerso dalle acque – c’è anche la scritta che recita: pericolo di annegamento, non avvicinarsi. Ma Kermit, Ghershon e Schneider si avvicinano eccome, infischiandosene dei divieti, scapicollandosi fino a lì al suono dell’ultima campanella. Quando arrivano davanti alla diga, dopo aver scollinato per due volte e mezzo, parlano per la prima volta. Schneider fa: “Chi è morto?”. E Kermit: “Come faccio a saperlo?”. Schneider: “Il preside ha detto un ragazzo”. E Ghershon: “Non ha detto una persona?”.
Tocco sottile e magistrale, perfino un poco lansdaliano (nel senso di Joe R.), aver pensato a questa domanda. Lo si sottolinea per dire che, quando c’è, basta un lembo di stoffa a misurare il talento. Talento che non si risparmia mai, pagina dopo pagina – di 547 che ne ha – di questo lungo romanzo intitolato “Seguendo le tracce” (Giuntina, 22 euro, tradotto da Shulim Vogelmann), grande storia come se ne facevano una volta. Sarà perché Assaf Gavron ha tradotto Philip Roth e Jonathan Safran Foer e ha in qualche maniera introiettato quel passo, quelle necessità, quella geometria narrativa, o chissà per quali altre ragioni, ma il romanzo è diverso dai suoi precedenti, che pure non si sottraevano all’attrito con la realtà e anzi, ne prendevano ampiamente spunto per il decollo. In uno, “La collina”, si parlava di coloni israeliani; in un altro, “Idromania”, dei palestinesi conquistatori di Israele nel futuro 2067; in un altro ancora, “Le diciotto frustate”, di un regolamento di conti storici che risalgono agli anni del Mandato britannico in Israele.
Qui Gavron cambia passo, non usa più l’individuale per raccontare il collettivo ma moltiplica l’individuale per quattro e racconta la fondazione di Israele, intrecciandola al presente attraverso quella di un villaggio che fu arabo e sarà sobborgo chic, e affidandola alla spiacevole voce di Rechavam, uno psicopatico razzista eliminatore di cani sgraditi (tutti di Ghershon, il grande indecisionista del racconto). E tratteggiando un’amicizia che nasce, cresce e si allarga, tra catene di falafel, reincontri londinesi e imprese di design di tombe militari. A un certo punto salta fuori anche Gary Coleman, aka Arnold Drummond. Amicizia al centro della quale esplode il destino, nelle sembianze di un fatto tragico al punto che, indipendentemente da ciò che ciascuno ha pensato o sognato di sé stesso fino a lì, sarà la realtà a ridisegnare ogni cosa.
E’ un romanzo sulle traiettorie imprevedibili, comprese quelle di una storia sentimentale. Qui ce n’è una, intermittente, contrastata, che allontana e riavvicina Litty e Ghershon, e che dura fino alle ultime pagine, quando ci raggiunge l’amarezza di un amore più incompiuto che mancato. Assaf Gavron firma una storia che ha il suono della vita. Lo aiutano i protagonisti, tutti capaci di sfondare la quarta parete, e un paese a forma di destino.