Non saper parlare è un diritto?

Quando i genitori italiani abbandonarono (per i figli) il dialetto. Rileggersi Tullio De Mauro per capire com’è cresciuta l’Italia
26 SET 26
Immagine di Non saper parlare è un diritto?

Foto ANSA

"Sono bestie, non sanno neppure parlare, non vedi che non sanno parlare? –. E lei: – Bisogna aver pazienza con loro, saranno bestie ma sono anche cristiani”. Sono molti anche oggi, i “cristiani” che non sanno parlare. Non sono solo islamici. E il protagonista del racconto di Moravia, la Roma degli anni Cinquanta, Non sanno parlare era il titolo, alla fine inizia a farsene una ragione. “Bisogna avere pazienza”. Se ne sono fatti una ragione persino al governo. Nel famigerato decreto che secondo Schlein istituisce l’Apartheid (“un concentrato di razzismo e ignoranza”) la norma per allontanare i figli dai genitori che non possano, né vogliano, imparare l’italiano non c’è. C’è un’ammenda da 200 a mille euro, in Italia significa che la norma nasce già disapplicata. Eppure, se “non sanno parlare” l’integrazione loro e dei loro figli sarà più difficile, era riuscito a capirlo persino Giovacchino, il protagonista di Moravia. Imparare la lingua del paese in cui si vive non è solo un diritto sacrosanto, ma anche un dovere. La Land of opportunity inizia qui, come sapevano i nostri immigrati che imparavano almeno a “dire boss per capo, e rifle per fucile”.
Che il non esattamente ben concepito decreto Scuola del governo fosse soprattutto propaganda lanciata a destra, esattamente come l’indignazione della sinistra era solo propaganda strumentale, lo si è già detto ed è chiaro persino ai non parlanti italiano. Eppure ieri si leggevano su Repubblica titoli destituiti dai fatti: “Nel mirino i genitori che non parlano italiano”, “Via i figli a chi rifiuta”. Non è vero, la faccia bipartisan del populismo. C’è però, fuori di politica, un’assurdità culturale, una negazione della stessa memoria linguistica del nostro paese, di come si è faticosamente costruito, che stupisce da parte di politici di sinistra e non solo.
La sottrazione dei figli ai genitori che non facilitano l’uso domestico della lingua italiana nel decreto non c’è – e la boccerebbe di certo la Consulta. Ma non c’è, in Costituzione, nemmeno un “diritto” a ignorare l’italiano, anche tralasciando che in Germania per ottenere la cittadinanza la conoscenza della lingua tedesca è un requisito obbligatorio. Si potrà dire che è un compito da finanziare con soldi pubblici, giusto. Ma far passare per un diritto il non sapere l’italiano è peggio che essere reazionari, è stupido.
E stupisce che a dirlo sia il mondo progressista: significa che nemmeno più leggono Moravia. O che non conoscono la storia linguistica del nostro paese. Che non leggono più nemmeno Tullio De Mauro, il grande storico della lingua italiana, intellettuale della sinistra progressista, ministro della Pubblica istruzione con Amato. Che per primo ha spiegato e chiarito il meccanismo civile, prima ancora che sociologico o politico, per cui “si diventa” italiani. E si esce dalla condizione di minorità in cui furono milioni di italiani del Dopoguerra, e non solo al sud. E’ stata anche la televisione, sì, dopo gli anni Sessanta (alla faccia delle lucciole di Pasolini) a far sì che tutti gli italiani cominciassero a parlare la lingua dell’Italia unita come non era avvenuto per i precedenti novant’anni. A iniziare a parlare italiano, almeno in formato basic, favorendo che nel nuovo idioma parlassero anche i figli. Scuola più televisione, ma anche un desiderio di integrazione sociale di cui tutte le generazioni del Dopoguerra possono testimoniare. Insegnava De Mauro che fino al 1974 più della metà degli italiani usava in casa solo il dialetto. Servono gli anni 80 (sarà colpa di Berlusconi?) perché l’italiano diventi lingua permanente anche nelle case. Nelle grandi città del nord è a causa dell’immigrazione che i dialetti si sono estinti prima. A Roma la lingua era già cambiata dal Cinquecento, quando l’immigrazione da Firenze e dal centro Italia costrinse a cambiare proprio lingua ai romani che parlavano ancora come Cola di Rienzo. Chissà perché accettarono: sarà stato il fascismo? Lo leggono ancora, Tullio De Mauro?
Lo raccontò persino l’Economist, ai tempi di Expo, in un articolo che ricordava con nostalgia e stupore la lingua estinta milanese di Svampa e Jannacci e di Strehler, testimoni di un passaggio d’epoca che fu anche integrazione. Non fu un cataclisma a provocare il cambiamento: fu la necessità per i milanesi (o torinesi) stessi di iniziare, lentamente riuscire, a intendersi con i nuovi venuti. Ma accadde anche il contrario, i dialetti e le lingue d’uso iniziarono a inglobare le parole di altri, o della modernità. Fu anche una questione di rispetto e accoglienza, mettersi a parlare la lingua “di tutti”. Così si smise anche di parlare il dialetto dentro le case: i genitori lombardi, come di certo anche quelli dei colli piacentini, smisero di parlare dialetto a tavola: proprio per “costringere” i figli a saper usare la lingua italiana, la lingua della scuola, la lingua di tutti. Basterebbe chiedere a qualche vecchio, per conferma.
Invece persino Concetto Vecchio si arrampica sui bricchi alpini: “Chi è stato emigrato nella Svizzera degli anni Sessanta e Settanta, sa che solo pochi genitori parlavano davvero lo schweizerdeutsch, o il tedesco: si presentavano ai colloqui accompagnati dai figli perfettamente bilingue ed erano poi i ragazzi a fare da tramite con le maestre e i professori”. Quindi ne avevano “diritto”? Non era invece una menomazione alla propria libertà e integrazione? Può davvero una sinistra, o per stare larghi una società consapevole e progressista, barattare un progresso culturale e civile con un assurdo niqab linguistico, giusto per far dispetto a Giorgia Meloni? E’ analfabetismo politico.